555


Fatico più del solito a raccontarvi questa storia. Si potrebbe partire da una barca, carica fino all’inverosimile. Il solito barcone in viaggio dalla Libia a Lampedusa. Si potrebbe cominciare da prima, da un Paese, il Niger, di cui non so praticamente nulla. Come pure nulla so di quelli che M. definisce, laconico, “problemi”. Problemi tali che lo hanno costretto a partire per non tornare mai più, lasciandosi alle spalle un pezzo di se stesso, la sua famiglia, di cui da allora (6 anni e mezzo) non ha più notizie. Ma si potrebbe anche partire da due giovani che fino a 15 mesi fa non avevano quasi nulla in comune. A. viene dalla Somalia, è spigliato e disinvolto, ha la mimica di un attore professionista e anche lui è fuggito senza guardarsi indietro. M. invece è composto, ha occhi profondi e pensosi, un atteggiamento riservato e un sorriso raro ma luminoso. Da 15 mesi il destino li ha uniti. “Noi due, una barca”.

Che domande stupide che facciamo noi, quando l’imbarazzo ci rende tecnici. “Quante persone viaggiavano in quel barcone?”. M. ci guarda con una certa incredulità. Non le ha contate, ci dice. Tante, troppe. Tutte pigiate sul fondo, senza poter respirare. C’erano degli uomini che battevano con dei bastoni chi cercava di salire a prendere aria. Il suo amico, partito con lui dal Niger, è morto così. Soffocato, accanto a lui. Poi qualcuno lo ha aiutato a tirarsi su e a respirare quell’ossigeno che fa la differenza tra la vita e la morte. M. a Lampedusa ci è arrivato. Su quella stessa barca viaggiava A., ma si incontreranno solo dopo, quando tutti i sopravvissuti a quella traversata saranno trasferiti, con una nave militare, da Lampedusa a un centro a Civitavecchia.

E qui inizia la parte della storia che mi fa davvero indignare. E’ sempre la stessa storia, che raccontavo qui e qui. Però applicata a M. e A. forse è di più immediata comprensione, nella sua crudezza. I due, prima da richiedenti asilo e poi da rifugiati, sono stati parcheggiati prima 3 mesi a Civitavecchia e poi, a seguire, in un analogo casermone alla periferia di Roma, dove potranno stare fino al prossimo marzo. Fortunati, direte voi. Almeno non sono finiti per strada. Non sono morti carbonizzati in un sottopassaggio, come è toccato a due rifugiati somali qualche giorno fa. Insomma, dico io. Perché si dà il caso che in tutti questi mesi (circa 15) i nostri amici non abbiamo potuto fare altro che mangiare, dormire e passare il tempo ammassati in una sala comune. Ma come?, abbiamo chiesto noi. E l’orientamento legale? Lo screening medico?Il supporto psicologico? E, più prosaicamente: i corsi di lingua? Le informazioni minime per orientarsi in un Paese in cui sono destinati a restare a tempo indeterminato?

A. mi guarda, sorride, poi prende un foglietto. Scrive un numero: 5 -5- 5. “Loro sono 3, ragazzi. Gentili, eh? Ma noi siamo 555. Che vuoi che facciano?”. M. e A. un corso di italiano, quello del Centro Astalli, se lo sono trovato da soli, alla fine dello scorso ottobre. Ne hanno sentito parlare da un ragazzo del Mali, a Stazione Termini. Arrivare è un viaggio (si parla di ore), loro non hanno neanche il biglietto dell’autobus. Ma da allora, dal lunedì al venerdì, tutti i giorni vengono a lezione per un’ora e mezza. Non mancano mai e i risultati, anche in così poco tempo (la scuola è stata anche chiusa per la vacanze di Natale) si vedono eccome.

Ma io sono sempre indignata. Perché? Intanto perché 555 moltiplicato per la diaria che viene corrisposta all’ente gestore del centro in questione è una bella cifra, che si suppone che sia stata spesa per mettere queste persone nella possibilità concreta di essere autonome sul territorio alla fine di marzo (è stata concessa un’ultima proroga rispetto alla scadenza del 31 dicembre perché fa freddo e allo stato attuale tutti i rifugiati sono destinati a finire sotto i ponti, letteralmente). La scuola che oggi frequentano è del Centro Astalli e non riceve alcun finanziamento: si basa sull’impegno dei volontari e sulle (relativamente poche) risorse che l’associazione investe per il tutor, l’affitto delle aule e la cancelleria. Pensate a che spreco di soldi: enti vengono lautamente pagati per offrire tutti i servizi necessari e si limitano a creare casermoni dormitorio, disattendendo a tutti i loro obblighi. Ma la cosa più grave, più ancora dell’uso dissennato di fondi pubblici in questo tempo di crisi, è il torto spaventoso fatto a M., a A. e a tutte le migliaia di persone come loro. Sono giovani, desiderosi di imparare, di lavorare, di impegnarsi. E fino a questo corso di italiano trovato per caso nessuno in Italia aveva dato loro mezza possibilità.

Anche così non basta, evidentemente. “Cosa farete quando dovrete lasciare il centro?”. M. e A. ci guardano per qualche istante in silenzio. E’ stato qui che il mio collega ha provato a domandare se tornare al Paese, o il Libia dove lavoravano, non sarebbe in qualche modo preferibile. M., con poche parole, spiega che l’alternativa non esiste. “Qui non ho paura”. In Libia aveva soldi, ma viveva nell’incubo quotidiano di essere imprigionato e rimandato in Niger, il che per lui equivale a una condanna a morte. M. ha ottenuto lo status di rifugiato dall’Italia perché ha bisogno di protezione. Indietro non si torna. E dunque? “Speriamo andrà bene. Inshallah. Io posso lavorare. Solo mi manca la lingua. Ma ora impariamo. Inshallah”. E ci sarebbe anche una gamba da curare, visto che qui nessuno ancora ha ancora risolto la cosa (non ho osato chiedere se ci è andato, da un medico). Ma per M. questi, rispetto alla possibilità di vivere, sono ancora dettagli. “Però…. la mia famiglia. Mi manca la mia famiglia.  Quando non ho niente da fare penso. Penso troppo”.

Di storie come questa, per lavoro, ne sento molte. Eppure ogni volta è diverso. Questa per me è più difficile da digerire. Specialmente perché sento i pochi che hanno responsabilità diretta di questi sperperi immorali insinuare anche che “certe popolazioni, si sa, non hanno voglia di integrarsi, non lavorano, sono tutti alcolizzati”. Immaginate vostro figlio, di 19 o 20 anni, in tutte le fasi della vicenda che vi ho descritto. E poi mangiatevi il fegato, come faccio io oggi.

Babele


“Qui non ho paura”. Tante volte mi capita di cercare di rispondere alla domanda: “Che vuol dire protezione internazionale?”. Eppure, a pensarci bene, è così semplice. Siamo seduti in una classe della scuola di italiano del Centro Astalli, dopo la fine delle lezioni. M. è un giovane uomo del Niger e ha accettato di rilasciare un’intervista sulla sua esperienza di “accoglienza” (le virgolette sono indispensabili) in Italia. Mi mancava, l’atmosfera della scuola. Mi mancava soprattutto quel clima di creatività linguistica che inizialmente ha sconcertato gli intervistatori ufficiali, due colleghi del JRS internazionale.

Avete presente quelle vecchie barzellette che iniziavano con “Ci sono un italiano, un francese…”? Beh, nel nostro caso eravamo un’italiana, un irlandese, una statunitense e un cittadino del Niger (come si dice?). Le informazioni in nostro possesso lo davano per – sia pur non perfettamente – francofono. Eravamo dunque pronti a sfoderare i nostri skills linguistici in tal senso (pochi, ma comunque esistenti). Ipotizzavamo una traduzione francese-inglese, con il supporto di un po’ di italiano-inglese alla bisogna. Però M., con il più largo dei suoi sorrisi, ci ha confessato che lui, il francese, lo sa più o meno come l’italiano che ha iniziato a studiare a novembre. Cioè, quasi per niente. La nostra efficiente pianificazione franava come un castello di carte. Ma niente paura, ci fa capire lui. Ho un amico che ci aiuta. Il mio amico A., che mi aspetta qui fuori. “Anche lui del Niger? E parla italiano?”, faccio io speranzosa. Viene fuori che l’amico è somalo e parla arabo.

Leggo del comprensibile sconcerto sulla faccia dei miei colleghi. E invece è vero, funziona. M. ha vissuto quattro anni in Libia, quindi parla arabo meglio di qualunque altra lingua veicolare. L’amico A. un po’ di inglese lo parla, lo mischia a tutto l’italiano che nel frattempo ha imparato e compensa le piccole lacune che restano con una mimica di tutto rispetto. Certo, è necessaria una piccola traduzione da inglese “vero” a inglese migrante. Ma a questa posso pensare io. L’amico A., alla prima domanda della collega americana, lo esplicita efficacemente: “You speak like British!”, protesta indignato. Come dire: così non vale! Ma ci arriviamo, ci arriviamo.

Ci arriviamo tanto che viene fuori una storia che ancora oggi, a due giorni abbondanti di distanza, non smette di risuonarmi in testa. Una storia tragica per molti versi, che racconta meglio di tante argomentazioni teoriche il disastro che è stato combinato dal nostro Paese nell’ultimo anno e mezzo rispetto alla cosiddetta emergenza Nord Africa. Ma anche una storia bellissima, di amicizia e di fiducia. La prossima volta dovrò proprio raccontarvela.

Come siamo?


“Mamma, ma noi siamo vagabonde o pigrone?”. Me la merito tutta, questa domanda del lunedì mattina. Io e Meryem abbiamo passato un fine settimana piacevolissimo, saltellando in giro per una Roma strepitosamente luminosa. Abbiamo mangiato persiano, fatto un piccolo shopping da Eataly (provvedendo a rovesciare lei la panna del gelato e io il caffè), passeggiato a lungo per Testaccio, visitato il Quirinale, assistito a un concerto di musica klezmer… Di tutto, insomma, e pure in ottima compagnia.

In questi casi io sono felice. Sono proprio girovaga dentro. Meno sto a casa più sono contenta (anche se registro con soddisfazione la mia prima sbrinatura di congelatore, un’operazione a dir poco eroica). Giusto la settimana scorsa spiegavo a Meryem Born to run e il fatto che “vagabonde come noi sono nate per correre”. Mia figlia rilevava già allora una certa contraddizione tra la mia natura ideale, da me (e dal Boss) così efficacemente sintetizzata, e la mia innegabile passione per la pennichella sotto il piumone. Arrivato dunque il lunedì mattina, peraltro piovoso e uggioso come pochi, il contrasto si è riproposto più stridente che mai.

Come siamo noi, Meryem? O piuttosto, com’è questa tua mamma sgarrupata che fa del suo meglio per conciliare quello che è meglio per te e quello che è meglio per lei, confondendo non di rado i due piani?

Poche cose so dirti di certo, Guerrigliera. Mi piacciono, molto, i progetti nuovi, i viaggi, le gite, i programmi. Molto più di quanto abbia potuto costatare di persona tu in questi anni, anche a causa di alcune mie magari stupide autolimitazioni logistiche. Non riesco a far finta che una cosa mi diverta, se mi annoia mortalmente. Come sai, odio giocare a cassa. Adoro cantare con te, anche per strada (e se ci guardano, pazienza) e giocare a trovare le rime. Non sono brava a comandare, a nessun livello. Mi hai chiesto se mi diverto a sgridarti: ti ho risposto, senza esitazione, che no, quella è la parte peggiore. Mi hai chiesto anche se fare la mamma è faticoso. Ti confermo, come ti ho già detto, che all’inizio un po’ di fatica c’è, è innegabile. Ma sempre meno. E più cala la fatica più aumenta il divertimento.

Mi piace quando mi costringi a comporre in modo creativo la cena rimediaticcia che ti propino. Mi piace quando mi sbalordisci con le tue frasi poetiche (“Sai quanto ti voglio bene? 100 cavalli, 1000 foglie, 40 scarpe e tutto il mondo”). Tante cose mi piacciono e non mi piacciono. Ma io? Come sono?

Questo non posso dirlo io, piccola Guerrigliera. Ti posso assicurare però che cerco sempre di essere onesta con me stessa e con te. Un mio pregio, certamente, è che per quanto profondamente io mi possa scoraggiare, la mattina dopo solitamente sono pronta a ripartire. Ma né i miei pregi né i miei molti difetti, che tu non manchi mai di rilevare (pigrona, pasticciona, distratta…) bastano a dire come sono e tanto meno come siamo, noi. Hai fatto ancora una volta una domanda difficile. Come siamo noi? Spero che siamo felici insieme, il più a lungo possibile. Siamo soprattutto io e te, alle prese  – come tutti – con una vita che non è mai come ce la aspettiamo. E per ora, mi azzarderei a dire, non ce la caviamo male. Sei d’accordo?

Salotto al capolinea


Cinque e mezza. Mi trovo fuori dai soliti tragitti, ma sempre diretta verso casa. Una visita mi ha un po’ intristito. Cammino con gli occhi bassi verso il capolinea del 75 di via XX settembre. Forse è la prima volta, tra l’altro, che lo cerco nel posto giusto, questo capolinea. Il 75 era l’autobus dell’università. Lo prendevo per tutto il suo tragitto, appunto da un capolinea all’altro. Ho faticato non poco a realizzare che entrambi i capolinea non sono più dove erano allora. I piedi vanno automaticamente verso quelli vecchi. Ieri però, come dicevo, in un empito di consapevolezza rispetto alla definitiva passatezza del mio passato, ero andata nel posto giusto.

Due autobus fermi, entrambi aperti. “Quale parte?”. Fin qui siamo nella pura routine. Quel che da subito è apparso meno ordinario era l’autista che passeggiava nervosamente su e giù per il marciapiede, parlando all’auricolare. “Eh, magari lo sapessi”, sospira. In sintesi: lui era arrivato con una vettura, doveva partire con quella già presente al capolinea (lasciata lì dall’autista che aveva staccato prima di lui), ma per un incomprensibile buco del sistema, nessun autista era previsto per prendere in consegna l’autobus con cui lui era arrivato. E dunque? Niente. Si attendevano istruzioni.

Si crea un capannello variegato. E succede una cosa curiosa. Sarà forse stata la palese buona fede dell’autista e la sua visibile frustrazione. Sarà stato il fatto che anche il collega che aveva staccato non poteva essere indicato come responsabile del corto circuito. Sarà forse stata la piacevolezza del tardo pomeriggio romano e uno sprazzo di ragionevole rassegnazione davanti a  qualcosa che nessuno dei presenti poteva seriamente modificare. Fatto sta che ci siamo messi a fare salotto lì, sul marciapiede. Autista e aspiranti passeggeri. Certo, si è cominciato con qualche salace critica sui dirigenti neoassunti dell’ATAC, che pare non brillino né per qualifiche né per solerzia. Si è proseguito sul mancato rinnovo dei contratti degli autisti, che sono ancora quelli del 2006 (“ma dia retta a me, visto come hanno rinnovato quello del commercio si tenga stretto il suo!”). Si sono sfiorati altri noti temi di indignazione popolare, dai dipendenti statali che ci marciano fino alle raccomandazioni del politico di turno rispetto alle assunzioni.

Ma c’è subito stato spazio anche per le proposte creative per la riorganizzazione del servizio (“Ma voi autisti i numeri di telefono non ve li scambiate?” “Signò, siamo varie migliaia… e poi non è che mo’ chiamo l’amico mio che se lo porta a casa ‘sto autobus!”), alle manifestazioni di partecipazione (“Se vuole fino a Termini glielo guido io. Ce l’ho la patente, sa”), ai desideri estemporanei (“Ma lei che dice, a Monteverde una navetta non si potrebbe rimettere? Si ricorda, quando c’era il filobus? Era tanto più comodo… Ennò, non se lo può ricordare, lei è ggiovane… sigh…”).

Dopo quasi venti minuti eravamo una piccola comunità. “Ma che buon profumo che ha, signora! Cos’è?” “E’ ambra! Sa, dicono che fa anche bene alla salute…” “Proprio gradevole, complimenti”. Abbiamo preso infine posto su uno dei due autobus fermi e mancavano davvero solo il tè e i pasticcini. Quando l’autista è venuto a chiamarci per segnalarci che era arrivato un terzo 75 pronto a ripartire, quasi ci è dispiaciuto. “E lei?” “Io aspetto il collega che si prenda l’altro autobus”. “Ah, vabbè. Allora in bocca al lupo…”. E la vita è ricominciata a velocità normale. Mi è venuto in mente il racconto Filobus 75 di Rodari. Solo a Roma poteva essere ambientata una storia così. Ieri non era primavera, ma chissà. Magari un pizzico di libeccio è bastato per far scattare la magia.

Lezioni di educazione civica (e genitorialità): il tassista trasteverino


Stasera, verso le sette, uscivo da un prestigioso liceo privato del Centro Storico di Roma in preda a impulsi assassini. Avevo appena partecipato a un incontro per studenti e genitori in cui uno dei tre relatori previsti aveva sproloquiato per tre quarti del tempo, tramortendo il pubblico con lunghi pipponi autoreferenziali in linguaggio inutilmente tecnico. Delizie del sociale. Ma la c’è la Provvidenza!, come scrisse qualcuno.

Mi infilo in un taxi, grugnendo l’indirizzo di destinazione e afferro il Galaxy, ben decisa a NON fare conversazione. Povera ingenua. Ero incappata nel prototipo del maestro di affabulazione: il tassista trasteverino doc. Detto fatto, ancor prima di uscire dalla ZTL, ero calata in uno scambio di straordinario interesse, che cerco qui come posso di riportarvi.

Lo spunto decisivo è stata una Nissan Navara ferma al semaforo davanti a noi. “Ma questi nun ce l’hanno una moje che dice: ‘Se te compri ‘sta macchina così brutta te lascio oggi stesso?”. Ho dovuto convenire, sebbene non mi intenda molto di macchine, che il modello in questione, specialmente se visto da dietro, è di una bruttezza impressionante. Avuto l’attacco, viriamo sul classico: metereologia e dintorni. Impossibile non arrivare alla prevista neve a Roma. E qui cominciano le sorprese. “No, nun nevica. Me l’avrebbe detto la mia regazzina bielorussa. No, nun pensi male, eh?”. Mi spiega che lui e sua moglie, due volte l’anno (per le vacanze estive e a dicembre) ospitano da anni due ragazzine bielorusse, che sentono regolarmente su skype. Mi spiega che la più piccola (“che fa gli anni oggi, 13, appena arrivo a casa la chiamo”) l’anno scorso lo aveva avvertito in anteprima della nevicata avvalendosi delle straordinarie previsioni del tempo bielorusse. Poi, a nevicata avvenuta, si sbellicava dalle risa all’idea che a Roma con la neve i taxi non funzionassero. “Me sfotteva pure, capito? Ma io le ho detto che qui è Roma, mica er Paese suo dove, per inciso, solo la neve c’hanno. E la vodka. Glielo dico sempre: ma che te piace tanto della Bielorussia? La neve, che a primavera se scioje pure?”.

Prosegue dicendomi che entrambe le ragazzine sono molto sveglie e istruite. “Lì fino a 16 anni nun ce stanno santi. A scuola ce devi d’annà. Puntano tutto su quello. Alla prima vacanza chiamano subito i genitori. Sì, è vero, anche qui è obbligatorio. Ma a chi è che gliene frega qualcosa? Chi controlla? Lì è proprio una cosa seria”. Mi spiega che il governo è molto attento e appena i genitori danno segno di non prendersi cura a sufficienza dei figli, con relativa facilità questi ultimi vengono affidati ad altre famiglie che offrono maggiori garanzie. Le famiglie ospitanti ricevono un sussidio statale. La “sua” bielorussa più piccola ha infatti in casa una “sorellina” ospite, una sua coetanea con il padre in carcere e la madre dedita all’alcool.

Per provarmi la sagacia della piccola bielorussia, ci lanciamo in un aneddoto gustosissimo. Il nostro tassista per l’estate, quando vengono le ragazze, è solito prendere in affitto una casetta al mare, sul litorale laziale. Un giorno ritrova nel taxi un cellulare. Lo porta a casa un po’ perplesso, sperando che squilli. Ma non accade. Dopo poco la giovane bielorussa, allora undicenne, fa notare al nostro tassista che la custodia del cellulare ha una tasca nascosta, contenente una carta di credito americana e il bigliettino di un hotel di Roma. Detto fatto chiamano l’hotel, rintracciano il proprietario e riportano il tutto dopo poche ore dallo smarrimento. “Che poi io mi dico: quando doveva essere imbambolato ‘sto trentenne americano, che il giorno prima de parti’ per una crociera si perde la carta di credito? Ar collo, te la devi legà, gli ho detto io quando l’ho visto”.

Ma il bello doveva ancora venire. “Me ne stavo in spiaggia, la mattina dopo, e mia figlia mi chiama: ‘Corri, corri, c’è un funzionario dell’ambasciata americana al telefono’. Oddio, e mo’ che ho fatto? me so’ detto io”. In realtà nulla: il nostro tassista, piuttosto perplesso, riceve una marea di ringraziamenti e complimenti. “Ora, a parte il fatto che io che ce dovevo fa’ con una carta e un telefono che probabilmente erano già stati bloccati dal proprietario? Chiunque avrebbe fatto lo stesso, no? Ma quello che proprio non arrivavo a capi’ era: ma come mi hanno trovato?”. Presto detto. L’americano tonto non aveva chiesto il suo nome, ma si ricordavano che il taxi era una Golf, nuovo modello. Prima di sapere che lui avrebbe spontaneamente riportato il tutto in hotel, aveva chiamato la sua ambasciata e riferito l’unico particolare che sapeva. L’ambasciata aveva chiamato la sede centrale della Volkswagen Italia e si era fatta indicare i 6/7 taxi romani che corrispondevano a delle Golf nuovo modello. “Fatto sta che poi mi hanno chiamato pure quelli della Volkswagen, sempre rallegrandosi per il bel gesto. E io ho ringraziato pur’io ma li ho pregati che me facessero la gentilezza di nun chiamamme più, che magari me riusciva de famme un bagno a mare”. Ora, io non so se la vicenda sia vera o verosimile, ma vi posso assicurare che il talento narrativo giustificava comunque il racconto.

Virando nuovamente sui genitori, in Bielorussia e qui, il tassista osserva che anche in Italia un po’ di controllo in più mica guasterebbe. “Io rispetto tutti, sa, tutte le opinioni. Con il lavoro che faccio, poi. Sapesse quante ne vedo. Ma una cosa non mi va giù: quando raccatto i quattordicenni a notte fonda all’uscita del Piper. A 14 anni, già con i soldi per il taxi in mano. Quanto possono essere maturi, a quell’età? Li mandi in posti così con le tasche piene? Non so, magari so’ antiquato io. E invece ci sono artri che nun li lascerebbero mai, ‘sti fiji. Mia cognata, ad esempio. Si portava sempre in chiesa ‘sto regazzino di 5 anni. Ma che peccati vuoi che abbia fatto, a cinque anni? Ma fallo annà a gioca’ a pallone, no? Ma c’è una giustizia. Cosa ha ottenuto? Un tonto. Solo così può fini’ per i genitori che stanno troppo addosso a ‘sti bambini: o crescono tonti, o arriva il giorno che te menano. Io mi ricordo che portavo mio figlio a Villa Pamphili e, siccome che ero appassionato di fotografia, facevo i filmini. Con il sonoro. Ce le ho registrate quelle madri che dicono ai figli: “Non ti sporcare! Non sudare!”. A Villa Pamphili? E che ce li porti affà? Un giorno, ancora me lo ricordo, c’era un gruppo di ‘sti ragazzini, tutti con le tute nuove di zecca, immacolate. ‘Possiamo giocare anche noi?’, me fanno. ‘Eccerto che potete!’. Era piovuto da poco, il prato era tutto una pozza di fango. So’ tornati dalle madri che sembravano i carbonari der Sulcis. Avrei pagato pe’ vedè le loro facce!”.

E qui purtroppo siamo arrivati a destinazione. Chissà quante altre perle di saggezza avrei potuto condividere, altrimenti. Ve lo già detto che amo questa città? Amo la luce, i cieli, gli scorci, i panorami. Più di tutto amo il fatto che non sia tanto raro imbattersi in persone così.

Lettere da Gerusalemme 1 – Un quadro di insieme


Rimandando a altro momento un post serio su un libro di cui nel mio ambiente si inizia a discutere abbastanza, inizio il promesso special vintage da Gerusalemme con una lettera, datata 20.8.1995, che più di altre si presta a dare un quadro di insieme della condizione della sottoscritta, all’epoca borsista squattrinata della Hebrew University. La lettera è indirizzata a mia sorella Marina ed era evidentemente destinata, fin dalla scrittura, a una lettura collettiva. Mi accorgo solo ora, a posteriori, che è stata scritta il giorno immediatamente precedente all’attentato. Forse per questo, di tutte le lettere, è la più scanzonata.

Disclaimer: La lettura, pur non riservata a un pubblico strettamente femminile, presenta alcuni passaggi potenzialmente imbarazzanti che, per ragioni narrative, non possono essere espunti. Me ne scuso con i miei lettori maschi.

Caro Cucciolo (e cari tutti gli altri!),

ti scrivo dal dormitorio di Givat Ram, ribattezzato dagli americani Givat-Nam (per ovvia assonanza con Vietnam) a causa della piacevolezza dell’ambiente e dell’abbondanza di confort che lo contraddistinguono. Immagino che sia studiato per liberarci dai nostri turpi pregiudizi occidentali, quali ad esempio che sia necessario lavarsi la mattina (l’acqua manca sistematicamente) o addirittura tenere un tavolo più pulito di un pavimento (un numero indefinibile di gatti randagi usa indistintamente l’uno e l’altro per ogni sorta di attività). Nelle stanze la temperatura raggiunge facilmente i 40°, fuori cala rapidamente già nel pomeriggio e sugli autobus arriva intorno allo 0 a causa di una meravigliosa aria condizionata a cui gli israeliani non rinuncerebbero per nulla al mondo.

Sono arrivata alla conclusione, da vari indizi, che gli israeliani sono un popolo che assomma in sé tutte le nevrosi americane (è impossibile trovare del latte che abbia più del 1,5% di grassi e molto difficile trovare uno yogurt che salga sopra lo 0%) e tutte le inefficienze tipicamente mediterranee. Il risultato è che si corre freneticamente qua e là per le più svariate ragioni per ottenere, quasi sempre, nessun risultato. Ci hanno fatto memorizzare il nostro indirizzo fin dal primo giorno che siamo qui, dicendoci che era importante – anzi, VITALE – che le nostre famiglie sapessero subito dove scriverci e poi nessuno fino ad oggi è stato in grado di dirci DOVE arriva la posta (un telegramma spedito mercoledì mattina alla mia compagna di camera è stato misteriosamente trovato oggi, domenica, sotto la porta della nostra camera).

Cerchiamo comunque di sopravvivere. Da questa mattina sono felicemente proprietaria di un bancomat della Bank Discount di Gerusalemme (il nome è tutto un programma) e mi sento di toccare il cielo con un dito (se non è troppo blasfemo, qui non si sa mai). Ho preso parte ad alcune escursioni di un vantaggiosissimo package deal, per cui mi hanno scucito ben 260 dollaroni. Consistono in una specie di trekking (mai estenuante, finora) con l’unica differenza che il gruppo è aperto e chiuso da sorridenti ragazzoni armati di mitra (una semplice misura precauzionale, dicono). Del resto capita spesso di trovarsi sull’autobus un pistolone puntato sulla schiena perché un soldato viene spinto contro di te da una curva: è tutta una questione di nervi saldi e loro evidentemente li hanno, visto che giocherellano continuamente con i grilletti.

A parte questo, la gita lunga che ho fatto questo weekend è stata molto carina, pur con qualche pecca dal punto di vista culturale. Il titolo della gita era: “On the tracks of Nabateans” e l’unica volta che i poveri nabatei sono stati nominati è stata nella frase che riporto testualmente: “Questa cisterna è stata scavata da un popolo chiamato nabatei, ma il nome non importa, è un po’ difficile da ricordare”. Probabilmente i giovani americani pensano che sia il nome di un kibbuz. L’unico a gemere con me è stato un tedesco molto tedesco di nome Peter Stein che con la sua sistematicissima guida tedesca (un mattone di centinaia di pagine) stava controllando dettagliatamente tutti gli importantissimi siti archeologici accanto ai quali siamo passati prima di fermarci alla casa in mezzo al deserto dove Ben Gurion ha passato gli ultimi anni della sua vita.

Comunque abbiamo fatto una bella scarpinata nel deserto, in un parco naturale pieno di stambecchi (che non vivono solo sulle montagne innevate, come credevo io, ma stanno benissimo in mezzo al Negev), di falchi egiziani (enormi e bellissimi, con grandi ali bianche e nere) e pernici (e, di notte, pare che ci siano un sacco di volpi, leopardi e vipere cornute! Grazie a Dio solo di notte…). Abbiamo passato la notte in una specie di tenda beduina vicino Masada (l’unico sito archeologico che ci è stato concesso, in quanto grondante di ideologia giudaica e di eroismo nazionalista) e il giorno dopo – shabbat – erano previste tranquille attività ricreative in un posto chiamato Mizpe Ramon, per non turbare con viaggi il dovuto riposo del sabato.

Dopo aver assistito alle funzioni serali (gli unici tre infiltrati eravamo io, un’altra italiana – avventista – e il tedesco, luterano), abbiamo dormito il sonno del giusto e a me, durante la notte, sono giustamente venute le mestruazioni con qualche giorno di anticipo. Per il giorno seguente il programma prevedeva: piscina “OR” mountain bike nel deserto “OR” un misterioso “repelling to the crater”. Scartate le prime due opzioni con decisione, ho ripiegato sulla terza, pensando che si trattasse di una passeggiata (assumendo “repelling” come sinonimo di “hiking” per innocua variatio stilistica). Indipendentemente da me, anche il tedesco ha fatto lo stesso ragionamento e ci siamo trovati nello stesso gruppo.

Abbiamo a quel punto scoperto due cose: a) Le tre opzioni non erano alternative, ma successive. L’unica scelta era l’ordine in cui fare le cose; b) “repelling”, come forse tu con il tuo Proficiency saprai, consiste in questo:

20130117_203356cioè camminare all’indietro con i piedi aderenti alla roccia e il corpo più o meno proteso nel vuoto. Ebbene, ho fatto anche questo, oscillando a mo’ di pendolo un po’ a destra e un po’ a sinistra e con tremendi saltoni qua e là, ma arrivando felicemente in fondo alla scarpata di questa specie di canyon.

Quello che ho trovato atroce è stata la mountain bike nel deserto. Io non sono una gran ciclista e non so bene come abbia fatto a reggere un’ora, catapultandomi scoordinatamente su e giù dalla bici, prendendo TUTTI i sassi (dal brecciolino allo sperone roccioso) e ansimando come una vaporiera a ogni pendenza. Mi hanno dovuto aspettare una mezzoretta, ma ce l’ho fatta anch’io. Non so se riesci a immaginare come mi sia ridotta, anche in considerazione del mio stato e non so nemmeno se sia possibile prodursi lividi in alcune particolari parti del corpo, ma ancora oggi – a più di 24 ore di distanza – cammino a gambe larghe. Ho boicottato però almeno la piscina e sono andata a vedermi panorami in vari punti strategici (uno spettacolo effettivamente notevole).

Gerusalemme vecchia è pure molto bella, anche se il fatto che il sabato non ci siano autobus taglia un po’ le gambe ai nostri programmi. Il resto della città però non brilla per particolare piacevolezza e bisogna fare attenzione a non capitare per sbaglio nel quartiere ultraortodosso perché se sei una donna e indossi a) pantaloni; b) gonne corte; c) magliette a maniche corte; d) vestiti colorati (per non parlare di canottiere, pantaloncini e minigonne!) qualche simpatico chassid potrebbe tirarti dalla finestra una pentolata di acido, Comunque incontrare (e sono tanti!) questi, tutti addobbati come polacchi del ‘700 con grossi cappelloni di pelliccia nera e tuniche di seta, oppure quelli con cappelli neri a falde larghe, boccoloni e camicione nero è uno spettacolo piuttosto suggestivo. Anche tra gli studenti stranieri c’è qualche osservante con regolare kippah in testa. La mia compagna di camera, Antonella, il primo giorno a lezione sedeva accanto a uno di questi (un ragazzino francese) e le sono caduti gli assorbenti dallo zaino: il poverino ha fatto un balzo indietro e non le ha rivolto parola per 5 o 6 giorni. Poi, passato il periodo a rischio, ha ripreso a parlarle. 

Bene, mi sembra che il bollettino sia abbastanza aggiornato, per ora. Salutami tutti e scrivetemi, perché se un giorno troverò tutte le lettere che mi saranno arrivate sarà una vera pacchia….

Edipo,dove sei?


Ogni promessa è un debito: ecco a voi la seconda istantanea di casa Peri. Autrice: io in prima media. Il titolo, questa volta un po’ sibillino, è “Prendiamo lo spunto da…”. Ovviamente non saprei precisare da cosa mai abbia preso spunto. Ne è venuto fuori un ritratto decisamente poco ufficiale di quello che era un affermato, stimato e persino temuto studioso di storia del cristianesimo e delle chiese: mio padre. Avverto i curiosi che il personaggio si presta poco alle googlate: la bibliografia di un monsignore suo omonimo e poco più giovane di lui è inestricabilmente mischiata alla sua, persino nei cataloghi della Biblioteca Nazionale. Mi sento in dovere di precisare che mio padre non ha scritto mai nulla su San Francesco e Santa Rita. Di molti santi si è occupato, ma erano rigorosamente ignoti ai più (i più famosi, per dire, erano S.Cirillo e S.Metodio). Ma non perdiamoci in dettagli.

Padri, questo è un monito per voi. Per quanto stimati possiate essere nella vostra professione, sappiate che quelle iene dei vostri figli vi descriveranno così, distruggendo in poche paginette di quaderno la vostra reputazione.

Nella mia casa, tra tante donne, mio padre non è tenuto in grande considerazione e di solito noi sorelle ci rivolgiamo a mia madre. [Già l’incipit è tutto un programma]. Quando non è a lavorare, alla Biblioteca Vaticana, è la persona in casa che non aiuta mai disturbando tutti: comincia a leggere il giornale o a correggere le bozze, spargendo fogli e penne ovunque, magari dove è stato appena messo in ordine [e abbiamo sistemato anche le numerose produzioni scientifiche: cartacce ingombranti]. Dal suo divano o dal letto brontola e dice frasi come questa, che è rimasta celebre: “Aiutiamo la mamma, sparecchiate”. 

Ogni tanto cerca di rendersi utile [concediamoglielo] e in quelle poche ore pomeridiane che non sono occupate dal suo riposino o dal lavoro [in quest’ordine], si aggira nei pressi della cucina. Dopo aver cucinato cosine piuttosto buone [su, questo ammettiamolo], si ritira in poltrona a leggere il giornale, lasciando piatti sporchi, bicchieri e patacche sparsi per la cucina.

Quando dobbiamo viaggiare preferisce perdersi piuttosto che chiedere un’informazione ad un passante e quando gli facciamo notare che forse sarebbe meglio farci indicare la strada da qualcuno brontola che lui può trovarla da solo. Se deve partire aspetta l’ultimo momento, infatti se cerchiamo di farlo muovere prima dice che gli mettiamo fretta, ma all’ultimo momento inizia a gridare: “Marina! Il mio passaporto! Chiara! La macchina fotografica! Vittoria! Il mio fazzoletto! Muovetevi!”.

Un’altra delle sue teorie è che qualsiasi malattia, dal raffreddore al morbillo, derivi dal fatto che non portiamo il cappello. Quindi, ogni volta che tentiamo di uscire, ci rivolge queste parole: “Marina! Chiara! La berretta!”.

Comunquenonostante tutto questo, mio padre è spesso affettuoso e giocherellone [quanta magnanimità!]: riesce in particolare a conquistarsi la simpatia degli animali di ogni genere e dei bambini piccoli di qualsiasi nazionalità. Molti ricordi della mia infanzia hanno come protagonista la figura di mio padre, che veniva ogni sera a raccontarmi favole inventate da lui o a cantarmi canzoni di montagna.

Lettere dal mio passato


Ieri mi sono trovata sottomano le non moltissime lettere (6 in tutto) scritte ai miei da Gerusalemme, durante il mio soggiorno di due mesi per il quale usufruivo di una borsa di studio per lo studio dell’ebraico moderno. E’ stato un periodo molto intenso per me, un’esperienza davvero importante, a cui ripenso ancora oggi. Sere fa, con alcune amiche, ne ripercorrevo gli aspetti più comici, che certo non sono mancati. Questo mi ha spinto a ricercare le lettere. Va però detto che, a soli dieci giorni dal mio arrivo, è successo questo: io ero uno dei “summer students” menzionati nell’articolo e viaggiavo sull’autobus successivo della stessa linea, perché avevo trovato pieno il precedente. Le comunicazioni non erano quelle di oggi. Si telefonava con molta difficoltà e anche le lettere non arrivavano rapidamente. Niente web a disposizione, ovviamente.

Nelle lettere ai miei ho ritrovato aspetti di quel soggiorno che avevo dimenticato, o che ricordavo solo parzialmente. La testimonianza schiacciante che, per la prima e credo unica volta, contavo i giorni per tornare a casa. La fatica rispetto alla scomodità della logistica e la costante tensione che avvolgeva le nostre giornate. Il malcelato fastidio per lo stile generale, tutto ideologico, della didattica. A loro lo raccontavo in tono giustamente scanzonato e mi commuove anche il mio ingenuo modo di ringraziare i miei genitori per aver reagito in modo composto alla notizia dell’attentato (il mio fidanzato, appena ha saputo che non rientravo in Italia immediatamente ma continuavo il periodo di studio previsto, non ha più voluto avere contatti con me fino al mio rientro, offeso). Ma traspare anche la mia incertezza in un contesto di cui non sapevo molto, in un momento politico tra i più complicati (in quei giorni si firmavano gli accordi di Oslo 2 tra Arafat e Rabin, a novembre, poco dopo il mio rientro, hanno ucciso Rabin).

Vi racconto questo per dire che no, non vi propinerò l’intero epistolario. Estrapolerò i racconti più ironici e divertenti e forse qualche passo più serio qua e là. Rileggere, oltre ai miei scanzonati temi di prima media, anche queste testimonianze di ventiduenne mi aiuta a far pace con la giovane che sono stata, che non è stata in grado allora di fare alcune scelte che probabilmente avrebbero migliorato molto la sua (e mia) vita. Però faccio presto a dirlo io, disincantata quarantenne. La giovane studiosa un po’ arrogante ha fatto del suo meglio. L’ho rivista girare per il campus in cerca di una chitarra in prestito per ravvivare un po’ l’ambiente, o persino telefonare a perfetti sconosciuti (cosa che mi mette a disagio ancora oggi) anche per aiutare una nuova amica che aveva la prospettiva di rimanere un anno intero in quel luogo infame: e penso che in fondo fosse, a modo suo, molto più generosa di quanto ricordassi.

Una famiglia diversa


Oggi ho ritrovato, da mia madre, un tema in classe scritto da me quando facevo la prima media. La professoressa evidentemente si è sentita in dovere di farne avere una fotocopia ai miei (e sperabilmente non ai servizi sociali). In aggiunta c’era un altro componimento, intitolato “Prendiamo lo spunto da…”, che evidentemente ho utilizzato per completare il quadro, tracciando un ritrattino di mio padre che te lo raccomando. Ma quello ve lo proporrò successivamente.

Il titolo del compito, non troppo originale, è “La mia famiglia”. Un titolo piuttosto incauto, se lo si propone a un membro della famiglia Peri. Perché possiate constatarlo di persona, ho pensato di riportarvi qui l’intero compito.

La mia è una famiglia molto numerosa: è composta dai miei genitori, da me e dalle mie quattro sorelle maggiori. La figura fondamentale è mia madre, detta anche Generalessa per la sua autorità, che ogni mattina puntualmente provvede a farci alzare, incurante dei brontolii assonnati che provengono da sotto le coperte. Alle otto e un quarto, dopo averci buttato tutti fuori di casa, con le buone o con le cattive, va a scuola, dove insegna italiano.

La figura di mio padre è quella che si nota di più: pur essendo quello che deve uscire più presto di tutti si alza sempre per ultimo, cacciando fuori dal bagno tutte le mie sorelle, che urlando con lo spazzolino da denti in mano, sono costrette ad aspettare che Panzon abbia finito di radersi. E se per il corridoio si sente: “Orca mastela! Chi ha preso le mie braghe?” è sicuramente attribuibile a lui. Poi, dopo essere ritornato indietro due o tre volte, per prendere carte e documenti che dimentica regolarmente, va al Vaticano, dove lavora in biblioteca. Ma la confusione, anche dopo che mio padre è andato via, non è ancora finita: infatti ci sono ancora quattro sorelle che devono uscire.

Io alle otto, dopo aver messo sottosopra la casa per trovare la cartella, il cappotto ed i soldi per la merenda, me ne vado tranquillamente. Marina esce sempre di casa alle otto e ventinove ed ogni tanto spunta dalla sua camera dicendo: “Mammina, pensi che questa gonna sia intonata a queste calze?”. Seguono urlacci di mia madre e Marina viene sbattuta a calci fuori di casa. Le mie due sorelle più grandi molte volte restano a casa e devono affrontare il caos che noi lasciamo ogni mattina. Quando io, Marina e mio padre siamo fuori di casa ci sono quattro o cinque ore di tranquillità, turbata solo dal cinguettare disperato dei miei pappagallini, che mi dimentico sempre di pulire e a cui non do mai da mangiare.

La confusione normale torna verso l’una e mezza al ritorno dalla scuola, ma la parte più caratteristica della famiglia si vede nel tardo pomeriggio e alla sera, quando di solito la famiglia è al completo. Mentre sto facendo i compiti ed il resto della famiglia si sta dedicando alle faccende domestiche, arriva di corsa mia sorella Lucia, che non vive insieme a noi e lavora come segretaria in un ufficio. Va sempre di fretta e nel giro di pochi minuti è già andata via. La casa, nel periodo che va dalle quattro alle otto, è sempre piena di compagni di scuola, miei e di Marina ed i loro studi vengono turbati dai miei temibili esercizi di clarinetto. Le mura della casa tremano ai fischi terribili che dovrebbero essere note, ma che assomigliano di più, a quanto dice mia sorella Marina, al “richiamo di un alce col mal di pancia”. Appena ho finito di studiare Vittoria mi aggredisce: “I pappagalli li hai puliti? Ora li pulisci subito!”. Seguono urla e minacce ed io, brontolando, sono costretta a mettere da parte il libro che avevo afferrato. E quando finalmente riesco a mettermi davanti alla televisione arriva mio padre, emergendo dal mucchio di carte che invadono il suo studio, e senza dire una parola si impadronisce del telecomando e inizia a fare la sua consueta ginnastica digitale, saltellando da un canale all’altro.

A cena ci troviamo di solito tutti riuniti: quando mia madre porta la verdura, mio padre brontola immancabilmente che è tutta fredda, che bisogna riscaldarla e nella migliore delle ipotesi mia madre si mette semplicemente ad urlare, ma quando è nervosa mio padre riceve anche uno schiaffone. Marina spunta ogni sera dalla camera dei miei genitori con un giornale in mano e subito trova un film da vedere. Immediatamente tutta la famiglia si dispone in questo ordine: mia madre sulla poltrona, mio padre sdraiato sul divano, io distesa sopra mio padre e tutte le mie sorelle accovacciate per terra, munite di coperte. Immancabilmente dopo qualche minuto il film viene accompagnato dal russare di mio padre, che riceve continuamente calci e gomitate ed imperterrito continua a dormire. Alla fine del film, dopo la confusione finale, tutta la famiglia va a letto e pian piano la pace torna nella casa buia.

Io penso che la mia famiglia sia diversa da tutte le altre, soprattutto per il rapporto, particolarmente confidenziale, che noi figlie abbiamo con i nostri genitori. La mia è una famiglia particolarmente allegra, forse perché è tanto numerosa ed è molto originale e completamente diversa da tutte le altre famiglie.

Mia madre lo ha conservato accuratamente, dando prova di grande onestà intellettuale: molti, al suo posto, avrebbero cercato di far sparire le prove… 🙂

Qualche domanda del cavolo


Cito la mitica Barbara Summa per fare il punto delle recenti conversazioni con la Guerrigliera, la cui attenzione, in questi giorni di festa, si è fissata su alcuni argomenti in particolare.

In pole position, decisamente, la morte. Forse tutto è cominciato con un piccione sanguinosamente spiaccicato nel nostro vialetto condominiale. O forse no, chi può dirlo. Comunque le domande sono arrivate, precise e martellanti come non mai. Alla nonna, la mattina che è stata sola con lei, ha chiesto dettagliate spiegazioni su come si capisce, esattamente, quando uno è morto. Il cuore cessa di battere, il respiro viene meno… la nonna si è difesa come poteva. A me ha chiesto come è morto Gesù (dal momento che è nato, suppongo che la domanda venisse consequenziale). Io, con la tipica tattica del genitore definibile come “a risposte successive e concatenate” (tipiche di quando credi di cavartela con poco e invece lei insiste, in una successione implacabile di approfondimenti), ho imbastito una versione così riassumibile: Gesù lo hanno ammazzato le persone che comandavano nel posto dove abitava che no, non erano del suo stesso popolo, ma erano romani. Perché? Beh, perché credevano che volesse cacciare l’imperatore e fare lui il re, però non era vero, non era quello che lui intendeva quando andava in giro a insegnare alla gente come secondo lui era giusto vivere. A questo punto la Guerrigliera obietta: “E non poteva restarsene a casa buono con Maria, così non lo ammazzava nessuno?”. Ecco, io suppongo che questo pensiero sarà venuto in mente alla Madonna, almeno qualche volta.

Esaurito il vangelo, siamo passati ai santi paleocristiani. Complice il nome dell’oratorio frequentato per il pattinaggio, voleva sapere come fosse morto San Pancrazio. Io già ero fiera del fatto di sapere che era un martire, ma questo a Meryem pareva una risposta troppo generica. Stasera, dopo due giorni di tergiversamenti, siamo finite su wikipedia. Abbiamo così appreso che era nato in Turchia (wow!), che era venuto a Roma con lo zio e che a 14 gli hanno tagliato la testa perché non voleva cambiare religione. Ecco, io non so quanto questi elementi siano consoni all’educazione di una bambina di cinque anni, ma non sono riuscita proprio a scansarli.

Alla morte è abbinato il pensiero del nonno che non ha mai conosciuto, che per lei si salda in qualche modo al concetto di Dio. Cantando Tu scendi dalle stelle mi spiegava che le piace quando si canta “O mio Signore”, perché potrebbe riferirsi anche a nonno Vittorio. Non ho indagato oltre. Mi ha spiegato poi che il cuginetto le ha detto che quando si è morti pare che si dorma (“ma con gli occhi aperti o con gli occhi chiusi?”), “ma tanto poi a un certo punto ci si risveglia tutti insieme, lo ha detto la maestra Marina”. Ah, ok. Benvenuti al giudizio universale. Ma anche su questo punto per ora ho glissato.

Sul concepimento ce la caviamo benino. L’idea che papà ha messo un semino nella pancia della mamma, dove ha trovato un ovetto, per ora funziona senza ulteriori domande sul processo. Aspettavo trepidante una qualche imbarazzante domanda successiva, quando la Guerrigliera mi ha chiesto: “E quindi, siccome ero femmina, nella tua pancia ero rosa. Altrimenti, se ero un maschietto, sarei stata blu”. Cosa? “Ma no, tesoro. Tu eri rosa, perché tutti i bambini sono rosa”. Lei mi ha guardato con evidente condiscendenza: “Ma certo che quando nascono sono tutti rosa. Ma quando sono nella pancia sono rosa oppure blu. Altrimenti il dottore come farebbe dalle fotografie a dirti se nascerà un maschio o una femmina?”. Ehm, gasp. Mi sono difesa dicendo che io le ecografie le ho sempre viste in bianco e nero e che il dottore non mi ha mai spiegato questa cosa dei colori, che quindi non potevo confermare. “Beh, ora lo sai. Si vede che il dottore aveva fretta e forse pensava che lo sapessi”. Punto. Per ora finiamola qui, che è meglio.