Dal mio personale database


Solo oggi ho avuto occasione di ascoltare questa testimonianza di una mia collega, la direttrice del JRS Malta. Una donna straordinaria da molti punti di vista, che qualche anno fa ha ricevuto – assolutamente a ragione – il Premio Nansen.

Verso la fine di questo discorso molto toccante, Katrine fa riferimento al suo personale database di memorie, ricordi, testimonianze che credo chiunque fa un lavoro come il nostro automaticamente si crei e a cui potrà attingere ogni volta che ce ne sia bisogno. La possibilità di conservare in cuor nostro un database così è probabilmente il più grande privilegio della nostra vita e il regalo più prezioso che ci fanno i rifugiati, costantemente.

Mi sono riconosciuta molto nelle parole di Katrine e sono convinta che in momenti in cui la vita mi sembra in salita, consapevolmente o meno, anche io ho attinto e attingo all’enorme riserva di speranza e di fede di cui sono stata testimone in questi ormai quasi 14 anni della mia vita.

Come Katrine, vi regalo l’ultimo pezzo della mia collezione, che risale a ieri mattina. In ufficio, chiede di me A., un ragazzo palestinese che è stato ospite del centro di accoglienza dove lavoravo anni fa nonché alunno della scuola di italiano. Ci conosciamo da quando è in Italia, vale a dire circa 8 anni. Quando l’ho incontrato la prima volta ne aveva quasi 20 ed era la mascotte del centro. Ora ha 28 anni e noto con piacere che non ha perso il sorriso luminoso e un po’ da paraculo che lo contraddistingue, credo, dalla nascita.

Chiacchieriamo. Io sono un po’ nervosa. Temo che mi chieda quello che non posso dargli: soldi, lavoro, casa. Ma no, A. non è venuto per questo. Sta finendo il triennio di scienze geologiche, da borsista. Vive in una casa occupata perché non poteva permettersi un affitto, ma è giovane ed è convinto che sarà una cosa temporanea. Tutti i weekend lavora come pasticcere dall’altra parte della città, si alza alle 4, ma “è normale fare qualche sacrificio”.

E dunque? Dunque mi parla di quello che davvero è importante. Della tragedia del Medio Oriente. Della guerra che si è portata via a suo tempo suo padre e suo nonno e di quella terribile che sta disintegrando la Siria. Me ne parla con passione, ma senza rabbia. Con gravità. Mi racconta di quello che, come musulmano, prova. Del fatto che le religioni dovrebbero fare qualcosa di più per contrastare il fanatismo e l’ignoranza. E mi parla di un sogno grande. Credo che sotto sotto sappia anche lui che non si può realizzare. Ma mentre me ne parla, capisco che per lui è importante che io lo prenda sul serio. E io lo prendo sul serio davvero, non faccio finta.

Non potrò fare granché per portare il Papa a La Mecca, temo. E non potrà fare granché neanche lui, con ogni probabilità. Però l’ho incoraggiato a scrivere una bella lettera spiegando perché secondo lui sarebbe importante. Al di là della fattibilità del progetto in sé, sono convinta che saranno parole che meritano di essere lette. A me intanto fa un gran bene vedere un giovane uomo capace di non piangersi addosso, di usare le sue energie in modo positivo e di coltivare una fede che io me la sogno.

P.S. Voi però il video con il discorso di Katrine guardatevelo. E’ in inglese, ma un inglese molto chiaro e comprensibile.

Storytelling


Mai come nelle ultime settimane ho avuto la percezione di avere accesso a una quantità di storie importanti, che andrebbero raccontate. La forma in cui mi arrivano, di solito, non è esattamente quella canonica del racconto, dell’articolo di giornale o del documentario. Sono storie che parlano attraverso degli intermediari: solitamente colleghi, qualche volta amici, in molti casi colleghi che sono anche amici.

Queste storie quindi hanno ai miei occhi un valore doppio. Sono importanti di per sé, perché raccontano di sofferenze e di vergogne di cui tutti, in quanto uomini, dovremmo interessarci. Ma sono importanti anche perché rivelano che qui e là, in giro per l’Europa e anche in questo nostro Paese a brandelli, ci sono persone che si indignano, che si sentono chiamate in causa e interpellate dall’ingiustizia e che fanno tutto quello che possono per fare resistenza agli orrori commessi in nome della sicurezza. Oggi leggevo di come i passeggeri di un comune aereo di linea abbiano impedito (momentaneamente, è chiaro) che un rifugiato curdo venisse rimandato in Iran. Il governo svedese probabilmente riuscirà a rimandarcelo, alla fine. Ma se le nostre sono democrazie come ci vantiamo che siano, prima o poi i cittadini riusciranno ad opporsi a questa deriva disumana.

Persino Alfano, di cui tendenzialmente non sono un’ammiratrice, poco fa alla Camera ha detto: “Noi non faremo morire le persone in mare per 500mila voti in più della Lega. Ci faremo carico della sicurezza dei cittadini e dell’accoglienza. Se voi volete la sicurezza e i morti sappiate che noi vogliamo la sicurezza e i vivi”. Credo e spero che questo sia un buon segno.

Un giorno ci faranno il film, e piangeremo. Un bellissimo post scritto mesi fa dalla mia amica Anna mi torna continuamente in mente in questi giorni. Mi immagino i cento bambini in fuga sulla piazza della stazione di Catania di cui mi parla Elvira. Vedo lo sguardo terrorizzato del giovane eritreo (“ma secondo noi non ce li aveva, 18 anni”, dicono Annamaria e Azim) che da Vicenza è scappato, in ciabatte e felpa, senza soldi, senza cellulare, probabilmente perché a lui il mio Paese fa paura quanto e più della Libia. Riferendosi a lui e a altri due ragazzi, anch’essi scappati poche ore dopo dalla città, il sindaco di Vicenza ha scritto una lettera ufficiale dicendo: “E’ oggi fondamentale far capire che l’Italia non è il Paese del Bengodi, dove chi arriva viene ospitato gratuitamente senza lavorare, con vitto, alloggio e quant’altro assicurati”. Oserei dire che il messaggio è arrivato, e anzi probabilmente era già arrivato da un pezzo attraverso l’esperienza di tanti altri rifugiati in questi anni, senza bisogno che il sindaco di prendesse il disturbo di metterlo nero su bianco.

 

Loro in albergo e i poveri italiani bisognosi per strada


“Loro” sono i rifugiati, le persone sbarcate sulle coste, oppure soccorse in mare a largo di Lampedusa. Quelli per cui, dopo il naufragio del 3 ottobre, i nostri figli hanno fatto un minuto di silenzio a scuola. Mi scuso in anticipo se questo post avrà un tono un po’ polemico. Cercherò per quanto mi è possibile di darvi informazioni oggettive. Ma certi articoli di giornale, condivisi qua e là, grondano malafede al punto da farmi vedere rosso. Non posso quindi esimermi dal mettere qualche puntino sulle i.

Cerchiamo di essere chiari e sintetici. Se poi avete domande e richieste di spiegazioni ulteriori, sarò felice di rispondervi, in pubblico o in privato. Vi prego solo di porle con garbo e rispetto. Quello che sta accadendo in Italia mi tocca profondamente e parlo di questi argomenti non per mero esercizio dialettico, ma avendo sotto gli occhi tragedie indicibili di cui sono diretta testimone. Lo siamo tutti, in realtà, anche se in questo momento non ne siamo consapevoli.

1. Chi arriva in Italia in fuga da una guerra (come quella in Siria) o da persecuzioni ha diritto di chiedere protezione. Lo dice la convenzione di Ginevra, svariate normative europee, la legge italiana. Su questo non ci piove. “Ma non possiamo accoglierli tutti” è un’obiezione, nel caso dei rifugiati, semplicemente non pertinente. Tra l’altro da noi ne arriva davvero un numero modesto, in termini assoluti e in termini relativi. I dati parlano da soli: 27.830 domande d’asilo presentate in Italia nel 2013. In Francia ce ne sono state 64.760, in Germania 126.705.

2. Chi chiede asilo, durante il periodo in cui lo Stato esamina la sua domanda e dunque decide se la persona ha diritto di restare o no, deve essere ospitato in una struttura di accoglienza. Anche in questo caso, si tratta di un obbligo non derogabile. L’Italia spesso e volentieri ha derogato, in realtà, ma adesso siamo stati più volte bacchettati dalle varie istituzioni europee e quindi si sta più attenti. Sull’attuale stato dei vari sistemi di accoglienza per richiedenti asilo in Italia è meglio stendere un velo pietoso. Ma comunque, nonostante il fondamentale apporto numerico del famigerato CARA di Mineo (4.000 posti in mezzo al nulla), si continua a non avere posti sufficienti.

[E come mai, vi chiederete voi? Forse il numero dei richiedenti asilo da un anno all’altro è imprevedibile? Forse è una novità per lo Stato l’obbligo di accogliere almeno chi chiede asilo (un rifugiato riconosciuto può essere tranquillamente lasciato per strada)? La risposta è no. Il numero di domande d’asilo, salvo fisiologiche oscillazioni da un anno all’altro, è costante e prevedibile. L’obbligo non è una novità. Ma in Italia la programmazione evidentemente ci pare cosa per deboli. Forse perché qualcuno ha una predilezione per le emergenze?]

3. Arrivano persone, non ci sono posti, che si fa? Scatta la procedura d’emergenza. Il ministero degli Interni, attraverso le Prefetture, si mette alla ricerca di strutture qualsivoglia in giro per l’Italia. In questo caso il lungimirante progetto è: attivare convenzioni dirette con chiunque abbia posti da mettere a disposizione per tre mesi a 30 euro al giorno per persona accolta. E’ bene precisare, prima che qualcuno tiri fuori la calcolatrice per fare il conto della paghetta ingiustamente attribuita al profugo scroccone, che i soldi vanno all’italianissimo gestore, non ai richiedenti asilo. Chi ha partecipato, chi partecipa? Enti, associazioni, cooperative esperte di accoglienza, nel migliore dei casi. O, nel peggiore, chiunque abbia una struttura inutilizzata o sottoutilizzata e voglia prendersi un po’ di soldi. E’ una storia già vista in altre occasioni: alberghi vuoti o in ristrutturazione, conventi diroccati, palazzine inagibili in mezzo alla campagna, baite alpine… Cominciate a capire il punto?

4. Ma almeno si risparmia? Ma certo che no. Anzi, si spreca. C’era un’alternativa? Certo che sì. E’ stato appena rifinanziato il Sistema nazionale di accoglienza ordinario, che è composto di progetti presentati dai Comuni in partenariato con enti esperti sul territorio, vincolato a precisi parametri di efficienza e qualità. Sono stati finanziati 16.000 posti, ma comunque non si era esaurita la graduatoria. Si sarebbero potuti usare gli stessi soldi per finanziare il resto dei progetti, evitando dispersioni sul territorio e improvvisazioni, assicurando a chi è appena arrivato in fuga da una guerra un’assistenza qualificata e stabile. E allora perché si è scelto di fare diversamente? Misteri italiani.

Io un’ipotesi ce l’ho. Sarò malevola, ma mi pare che così chi vuole fare dell’accoglienza di queste persone un business, libero da controlli e standard qualitativi, ha modo di farlo. L’emergenza consente di derogare a tutto. Anche questa è una storia già sentita. E intanto ci tocca anche sentire le lamentele dei poveri cittadini inorriditi del fatto che per “questi qui” si aprano addirittura gli alberghi. “Non sono razzista, ma…”. E dietro quel “ma”, valanghe di spazzatura. Che poi magari ci attaccano pure l’ebola.

Che vergogna.

 

Non sono una turista


Tante volte mi sono sorpresa a invidiare chi viene a Roma da turista. La meraviglia, la piena disponibilità di tempo per vedere, gustare, catturare ricordi di una città straordinaria. Chissà perché poi ho sempre pensato che il visitatore occasionale di Roma possa gustare solo il meglio, libero com’è dal trantran della routine lavorativa e familiare. A volte, davanti al Pantheon, ho persino guardato con desiderio le finestre di un certo albergo dove, nella mia fantasticheria, avrei soggiornato nella mia vita parallela di ricca turista che esplora per la prima volta la Città eterna.

Qualche giorno fa, dopo una breve pausa a casa, tornavo all’ospedale dove era ricoverata mia figlia. Il tragitto, a piedi, faceva parte della pausa. Sono arrivata sulla terrazza del Gianicolo e mi sono fermata un minuto a respirare davanti al panorama. E allora ho capito, con chiarezza, che sono contenta di non essere una turista. Perché non mi ero fermata lì per guardare per la prima volta un paesaggio da cartolina, ma per farmi consolare da quella bellezza straordinaria e familiare.

Ho pensato alla recensione de La Grande Bellezza che ha scritto la mia amica Silvia: “Ecco perché è ambientato in una Roma metaforica: perché Roma è ESATTAMENTE così. E’ la scenografia perfetta, perché non è solo sfondo, ma è una delle attrici protagoniste”. E ho capito che per me Roma è più che una città. La vivo, la camino, la respiro e la maledico ogni giorno. La vedo la mattina appena si sveglia, come una moglie che si stiracchia e fa una smorfia sul cuscino (dovrei dire un marito? No, perdonatemi: Roma è femmina). Sono con lei giorno dopo giorno, nei momenti memorabili e in quelli che dimentico un attimo dopo averli vissuti.

Mettere un ospedale pediatrico sul Gianicolo mi è improvvisamente parsa una decisione sensata. Ho ripensato al 2007 e ai pensieri che, proprio per quello stesso viale alberato, avevo formulato.  Credo che nei momenti in cui il turbamento è stato tale da non riuscire a condividerlo nemmeno con amici e familiari, Roma mi ha sempre capito al volo.

Millenni d’esperienza serviranno pure a qualcosa.

Tre anni


Stasera io e Meryem parteciperemo alla veglia per la Siria in piazza del Campidoglio, in occasione dei 3 anni di guerra. Sono sempre più convinta che coinvolgere Meryem in queste occasioni sia opportuno. Quando gliel’ho proposto lei ha accettato convinta. L’unica piccola delusione è stata sapere che “quella signora tanto brava a cantare” (Evelina Meghnagi), che era intervenuta alla veglia per le vittime del naufragio del 3 ottobre, probabilmente stavolta non ci sarà. Non posso fare a meno di pensare che io non ero tanto più grande (8 anni) quando mia madre mi portò alla camera ardente di Luigi Petroselli. Allora non sapevo nemmeno bene chi fosse e perché mia madre ci tenesse ad andare. Eppure ricordo con molta precisione quella visita e ho conservato dentro di me il messaggio che quella era un persona da apprezzare e stimare. Un messaggio positivo e un orientamento concreto, nonostante il cadavere.

Meryem sente parlare di guerra in Siria già da un anno. Ha partecipato all’iniziativa, improvvisata, #disegniperlaSiria. credo quindi che esserci insieme, pubblicamente, per comunicare che questa situazione ci importa, non sia una forzatura.

Certe volte mi rendo conto, da osservazioni che raccolgo casualmente, che anche sull’unico conflitto in qualche misura mediatico persino in Italia molte persone in perfetta buona fede dimostrano una totale disinformazione e inconsapevolezza. Approfitto di questa occasione per fare tre piccole precisazioni. Spero di non risultare antipatica o maestrina, non è certo questa la mia intenzione.

1. La guerra in Siria non è una guerra religiosa, men che meno una persecuzione di cristiani da parte dei musulmani. Tutti i siriani soffrono allo stesso modo. Anzi, paradossalmente in questo momento la sofferenza sembra l’unica cosa che tutti i siriani hanno in comune.

2. La situazione in Siria è indescrivibile. Ma non basta passare un confine per essere al sicuro. I rifugiati siriani in Libano, Giordania e Turchia non sono meno bisognosi di assistenza e protezione. Trovare il modo di offrire vie di fuga sicure e efficaci non solo dalla Siria, ma dall’intera regione, in questo momento è urgente e prioritario. Il che, mi rendo conto, cozza con la sensibilità diffusa che “è meglio aiutarli a casa loro” o almeno il più vicino possibile a casa loro (o il più lontano possibile da casa nostra). In questo caso, credetemi, per sopravvivere è necessario allontanarsi. I numeri parlano da soli.

3. I soldi servono, non starò qui a negarlo. Se fate offerte, accertatevi che l’organizzazione a cui le fate sia affidabile e operi effettivamente per la causa che vi sta a cuore. Ma è importante anche andare oltre le mere necessità materiali, anche se sono immense. I rifugiati non sono vittime di calamità imprevedibili e immodificabili. Non smettiamo di chiederci quali sono le cause e le concause delle sofferenze di tutte queste persone, bambini compresi. Si può modificare qualcosa? Certamente sì. A tanti livelli. Abbiamo rispetto dei siriani. Non stanno solo morendo di fame. Tutto questo per dire, per l’ennesima volta: anche parlarne è importante. La nostra indifferenza è percepita dai siriani come una violenza ulteriore. Forse sarete scettici rispetto a questo. Ma ve lo assicuro, è proprio così.

Una festa esclusiva


Una delle amiche di mia figlia è peruviana. Le bambine sono in classe insieme fin dalla materna e la mamma di C., giovane e piuttosto riservata, si è ormai arresa alla nostra costante presenza, anche per merito della presenza affettuosa di tata Silvana. E’ stata comunque una piacevole sorpresa essere invitate a festeggiare il compleanno di C. a casa loro. “Non è una festa”, si è affrettata a precisare la mamma. “Ci vediamo con zii e cuginetti. Ma se ci siete anche voi ci fa piacere. In un certo senso ormai siete parte della famiglia”.

Non sapevo bene cosa aspettarmi ed ero anche preparata, eventualmente, a lasciare Meryem e ripassare a prenderla più tardi, per non essere inopportuna. E invece la frase della mamma non era una frase fatta. Ci hanno accolto con affetto e naturalezza, come membri della famiglia.

Al mio arrivo mi hanno chiesto se parlassi spagnolo. Io ho confessato che, sebbene capisca un minimo, in effetti non lo parlo. Da quel momento tutti, bambini inclusi, hanno parlato per tutto il pomeriggio – anche fra loro – esclusivamente in italiano. Anche la canzoncina di compleanno è stata cantata prima in italiano e, a seguire, in spagnolo. Mi sono immaginata questa scena in una riunione di famiglia italiana e ho provato un certo imbarazzo.

Meryem è subito sparita a scatenarsi con i cuginetti dell’amichetta, di età assortite. Io non ho più avuto alcun impulso di fuga, perché ho potuto godere di un’ottima conversazione, varia e di livello, che ha toccato tra l’altro critica cinematografica (con particolare riferimento a La grande bellezza), politica italiana e soprattutto internazionale (visto che si è presto convenuto che su la prima c’è piuttosto poco da dire), con particolare riferimento alla Turchia quando è emerso che il padre di Meryem viene da lì, genitorialità. Una delle zie, anch’essa considerevolmente più giovane di me, raccontava di quanto sia affascinante il fatto che genitori non si nasce, ma si cresce (ho avuto il sospetto persino che conoscesse un certo sito leader del settore).

Mi hanno raccontato aneddoti di famiglia e hanno riso educatamente ai miei, si è inevitabilmente venuti a parlare anche di immigrazione e della drammatica assenza di mobilità sociale nel nostro Paese. Alcuni di loro sono venuti qui coltivando il sogno di poter mettere a frutto le proprie potenzialità, ma dopo molti anni si sono resi conto che le opportunità sono  poche e poco realistiche. Eppure restano ottimisti e fiduciosi rispetto a una possibilità di cambiamento, anche politico: “questo è il Paese dove stanno crescendo i miei nipoti, non posso arrendermi così facilmente”, mi ha gentilmente redarguito uno degli zii mentre esprimevo tutto il mio sconforto di elettrice e cittadina. Un pomeriggio che mi ha fatto pensare.

Prestereste il vostro account Twitter a un rifugiato?


Io ho deciso di farlo. Per una settimana. Una giovane coppia di rifugiati siriani quindi manderà dei tweet sulla loro esperienza a beneficio dei miei “seguaci” su Twitter e dei miei amici su Facebook.

Vedo che oggi molti condividono un video dolorosissimo di Save the Children sull’impatto della guerra in Siria sulla vita di un bambino. “Solo perché non accade qui non significa che non stia accadendo”. Vero. Ricorderete di quando vi ho proposto di mandare dei disegni dei vostri bambini per i bambini siriani rifugiati. Qualcuno l’ha fatto, coinvolgendo classi intere. Quando la mia collega Francesca, l’estate scorsa, ha consegnato i disegni a un gruppo di bambini rifugiati in Giordania, ha portato indietro alcuni disegni fatti da loro. Mi ha molto colpito il fatto che in quei disegni, pure accurati e coloratissimi, non ci fosse una casa che poggiava solidamente sulla linea di terra. Tutte le casette galleggiavano in aria. Persino io, senza alcuna nozione, capisco che sono disegni che esprimono un profondo sconvolgimento e turbamento.

Ieri è partita una campagna europea organizzata dall’ECRE, a cui il Centro Astalli ha aderito, insieme ad altre 100 organizzazioni in 34 Paesi. Si chiama Europe Act Now.

Sono previste varie azioni di advocacy, tra cui una lettera alle istituzioni europee e una, che abbiamo mandato ieri, a quelle italiane, con richieste abbastanza specifiche e concrete:

– Garantire ai rifugiati un accesso protetto in Europa

– Fermare i respingimenti e proteggere i rifugiati arrivati alle frontiere europee

– Ricongiungere le famiglie separate dalla guerra.

La mia famiglia è bloccata in Egitto. Escono raramente perché temono di essere arrestati. Se venissero imprigionati sarebbero costretti a scegliere tra rimanere in prigione o tornare in Siria. Hanno bisogno di lasciare l’Egitto, ma i miei genitori sono anziani e non possono affrontare il pericoloso viaggio in mare o essere trattenuti in aeroporto, se arrivassero in aereo. La nostra unica speranza è trovare un modo legale per portarli in Europa. Così ha raccontato ieri alla conferenza stampa un rifugiato siriano che vive a Bruxelles.

Curiosamente una storia molto simile mi è stata raccontata ieri da un amico: riguarda un giovane eritreo che al momento si trova in Israele e rischia di essere rimandato in Eritrea da un momento all’altro. Se potesse arrivare in Italia potrebbe chiedere asilo e probabilmente ottenerlo, così come tutti i rifugiati dalla Siria. Ma come arrivare? Vie legali non ne esistono e invece, se non si vuole che la protezione internazionale resti una pura teoria, dovrebbero esisterne.

Sono cose di cui non si parla e a cui non si pensa. L’invito, invece, è cercare di pensarci, di ricordarsene e possibilmente di far vedere che ci interessa. Alcune politiche importanti potrebbero essere cambiate, se ce ne fosse la volontà. Non pensiamo alla statistica, alle masse anonime. Pensiamo a persone concrete, con nomi e facce. La campagna Europe Act Now ci può aiutare in questo. Incontrare un rifugiato, anche solo sulla propria timeline, è un’esperienza che vale  la pena di fare.

Sul sito http://www.helpsyriasrefugees.eu si può firmare la petizione e anche scegliere, come ho fatto io, di dar voce ai rifugiati della crisi siriana attraverso i propri account Twitter e Facebook.

La campagna Europe Act Now  durerà per 4 mesi e terminerà in concomitanza con la Giornata Internazionale del Rifugiato del 20 giugno 2014.

Se vi va, unitevi. E magari passate voce a chi ha tanti tanti follower… 🙂

A proposito di Oscar


Impazza il dibattito su La Grande Bellezza. Io ne ho visto poco più di metà, e per giunta su piccolo schermo, con tanto di interruzioni pubblicitarie. Dopo una notte di sonno ho realizzato che mi ricordava da morire This must be the place. E grazie tante, direte voi. Il regista è lo stesso. Sì, ma io questo l’ho scoperto solo molto più tardi. La formula mi pare identica. Apprezzo il buono, anzi l’eccellente recitazione soprattutto del protagonista, la fotografia da ipnosi, soprattutto su schermo grande, le buone intuizioni nei dialoghi e alcune battute memorabili, ma resto con un senso di fastidiosa insoddisfazione. Sono stata cresciuta con l’idea che un film debba essere un organismo perfetto, qualcosa che armonicamente funziona in tutte le sue componenti. Il pensiero corre immediatamente a Visconti (Morte a Venezia, Senso, Il Gattopardo), ma per onestà mi dico che la magia è in buona parte nell’occhio e nelle aspettative di chi guarda. Quello che davvero mi ha disturbato in questo ultimo film di Sorrentino erano le scene da spot dell’ufficio del turismo, la scelta sistematica di location romane belle, per carità, ma davvero gratuite ai fini della narrazione. Le grandi città sono bei soggetti di film, ma mi piace di più quando si indovinano (tipo Istanbul ne Il bagno turco di Ozpetek: tutti interni tranne una fugace occhiata della macchina da presa; ma anche Roma in La finestra di fronte o Le fate ignoranti).

Ma non volevo parlarvi di questo. Nemmeno, in effetti, volevo improvvisarmi critica cinematografica. Solo aggiungere una considerazione. Siccome casualmente ho visto il pluripremiato “12 anni schiavo” e mi sento molto fiera del mio tempismo, del tutto insolito per una reclusa come me, ci tenevo molto a darvi il mio parere non richiesto (anche perché ai pochi che me lo hanno richiesto l’ho già dato). Lungi da me dire che è un brutto film. Brad Pitt che fa il buono troppo buono ha un sentore leggermente stucchevole, ma ci sta con il sapore ottocentesco del tutto. Certo, è un classicone che più classico non si può. Didascalico, in un certo senso. Anche piuttosto lunghetto, in modo che uno capisca bene.

Quello però che mi veniva da pensare è che a me un film come questo fa sempre un effetto un po’ strano. Perché contribuisce a trasmettere l’idea che la schiavitù sia un fenomeno di un certo periodo storico, non così tanto lontano dal nostro come saremmo portati a credere. Non stiamo parlando di antica Roma, cari spettatori, ma di relativamente poche generazioni orsono.

Però a questo punto a me scatta spontanea una aggiunta: anche oggi, in questo momento, esistono gli schiavi. Non solo in senso metaforico, purtroppo. Anche in senso letterale, specifico. Persone che, come nel film, vengono rapite e vendute. Passano di mano in mano. Sono oggetti di proprietà di qualcuno. Io ne ho conosciuto uno e i miei colleghi molti di più. Per non parlare poi, come ricordava il direttore di Amnesty alla proiezione a cui ho partecipato, di tutte quelle persone che sono talmente prive di diritti e di possibilità anche teorica di accedervi, da poter essere tranquillamente assimilate alla stessa categoria. Queste ultime è più facile vederle e incontrarle, nelle campagne italiane, agli smorzi, per le strade della nostra città. Tante persone che nella vita non incontreranno mai Brad Pitt.

Raramente


Raramente scrivo su questo blog di cose su cui sono del tutto ignorante. Raramente vi ho chiesto di mettere mano al portafoglio, me ne darete atto. Il 28 febbraio però è una giornata dedicata alle malattie che colpiscono raramente e che per questo, spesso, non hanno ancora una cura.

Oggi voglio presentarvi Iñaki, il figlio della mia amica Janette. A giugno prossimo compie 4 anni. Abitano a Barcellona. Iñaki è uno dei rari bambini che soffre della sindrome di Sanfilippo. Entrambi, trovo, sono di una bellezza rara. Ma questo c’entra poco con quello che voglio raccontarvi oggi.

imageLa ricerca sta procedendo e c’è una terapia, la terapia genica, che sta dando risultati incoraggianti negli USA. I ricercatori sperano di poter iniziare a somministrare la terapia a bambini sotto i 5 anni alla fine di quest’anno. Pare che funzioni e che sia possibile, per bambini piccoli, far regredire i danni che la malattia ha già fatto. Se la sperimentazione fosse attiva in Spagna, Iñaki avrebbe ottime possibilità di essere incluso e forse curato. Avrebbe, in pratica, una possibilità concreta di sopravvivere.

Però in Spagna la sperimentazione è stata sospesa per mancanza di fondi. Io posso solo lontanamente immaginare cosa provino questi genitori, che hanno deciso di provare ogni via possibile. Hanno fatto molto, moltissimo. Hanno ottenuto la disponibilità dei ricercatori americani a collaborare con un ospedale a Bilbao per portare avanti parallelamente il protocollo. L’ospedale ha accettato e ora è solo una questione di soldi.

Tanti soldi, un’enormità. Tre milioni di euro. Incredibilmente, sono già riusciti a raccoglierne uno. Ne mancano due.
Janette mi chiede di aiutarla a lanciare un immenso brainstorming per aiutarli a realizzare questo sogno di vita per i loro bambini e per tutti gli altri, rari, che soffriranno in futuro di questa sindrome.
Si sono organizzati in fondazione, organizzano eventi, hanno gadget e prodotti solidali. Visitate i siti http://www.redsanfilippo.org e http://www.stopsanfilippo.org. Troverete video, testimonianze e materiale informativo in spagnolo. Se scriverete a Janette, che parla anche italiano e inglese, potrà girarvi anche traduzioni.

Cosa vi chiedo, oggi? Se potete fate una donazione, intanto. Anche un piccolo contributo è un passo verso la meta. Ma, più ancora, pensate un momento se potete incidere di più. Potete magari parlarne con uno sponsor? Conoscete un potenziale testimonial? Magari avete modo di parlarne sui media? Potete organizzare un evento di beneficienza? In caso, vi metto in contatto direttamente con Janette.

Un’ultima cosa. Per domani vi va di mettere l’immagine di questo post come vostra foto nel profilo Facebook? Contribuirà a spargere la voce. Non saremmo genitori se ci arrendessimo davanti all’impossibile. Non saremmo genitori se non credessimo, almeno un po’, ai miracoli che la solidarietà può compiere.
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Rispetto


Ieri sera è stata una di quelle occasioni in cui ho saputo artisticamente rivoltare la frittata e trasformare un mio poco edificante sbrocco di mamma in un’occasione educativa. Lo registro quindi, a futura memoria. Avevo perso le staffe, come sempre avviene, per un’infausta combinazione di motivi: un certo malessere generale, l’ennesimo spidocchiamento (stavolta, per fortuna, meramente preventivo) e la tendenza della Guerrigliera a urlarmi in faccia quando le chiedo di fare qualcosa di diverso da ciò che di suo gradirebbe fare. Uniamoci un episodio sgradevole alla fine del picnic con gli amichetti: quando l’ho rimproverata perché si rifiutava di collaborare, mi ha ridacchiato in faccia. Poi mi ha detto che era “per non fare brutta figura con l’amichetta”, il che non ha fatto che aggravare la situazione ai miei occhi. E quindi il fastidio covava lì, non sufficientemente sfogato. Di lì a poco, quindi, la rispostaccia di Meryem mi ha trasformato in un orso Grizzly.

Ho esagerato e sono passata dalla parte del torto. Non ne sono affatto fiera. Sia come sia, una volta tornata in me, me la sono presa sulle ginocchia (era ancora in lacrime) e le ho fatto un discorsetto breve ma convinto. Cara Meryem, le ho detto in pratica, lo sai cosa è il rispetto? Lei, tirando su col naso, mi ha parlato del rispetto per il materiale scolastico e per le cose degli altri. Bene. Ma anche le persone vanno rispettate, perché sono importanti. Tu mi dirai che a me, a papà, ai tuoi amichetti vuoi bene. E’ una bella cosa. Ma ricordati sempre che non è possibile voler bene a una persona se non la si rispetta. Cercheranno, forse, di farti credere il contrario. Ma ti assicuro che è così. Senza il rispetto non può esistere nessun amore.

Ha pensato, ha registrato, magari a un certo punto il discorso ci capiterà di nuovo (sperabilmente omettendo gli urlacci di introduzione). Credo però di aver detto ieri a mia figlia una delle poche cose di cui sono assolutamente certa, per averlo imparato a mie spese. Io, che quando mi chiede “Ma la guerra da noi non può succedere, vero?”, non riesco mai a rispondere “Sì” e basta. Io che ho sempre il “Dipende” in tasca, anche quando la risposta potrebbe essere facilissima. Io, proprio io, sono pronta a dire: di questo sono sicura sicura e vorrei tanto che lo fossi anche tu.