Girovaghe crescono


Capita che chi mi segue sui social si faccia un’idea di me come madre abbastanza distante dalla realtà delle cose. “Ma che brava che sei, la porti sempre a fare un sacco di attività interessanti! Ma dove la trovi questa energia?”. No, non sono brava. E’ che io ho bisogno di uscire di casa. Per me, mica per Meryem. Poi, ovviamente, ormai mia figlia si è abituata a girovagare qua e là e si aspetta cose nuove (il top l’abbiamo raggiunto con il friendsurfing di quest’estate). Mi pare presto per dire se “sarà come me”, ma per adesso mi pare che non le dispiaccia seguirmi in giro.

Come forse saprete, non guido. E’ sicuramente una limitazione, per certi versi. Raramente capita di scroccare passaggi, perché mi sto rendendo conto che sono poche nel giro nelle nostre conoscenze, le famiglie “destrutturate” come la nostra (io e Meryem siamo praticamente sempre sole, anche nel fine settimana). Sto imparando a guardare con occhi più positivi queste mie/nostre carenze. Per quanto riguarda la nostra solitudine, mi rendo conto che è anche libertà: non abbiamo impegni familiari, obblighi, inclinazioni o desideri diversi dai nostri con cui trattare. Siamo del tutto padrone di organizzare il nostro tempo, di cambiare programma, di improvvisare (quanto mi è mancata, quando Meryem era piccola, la componente dell’improvvisazione…).

La prima limitazione, quella logistica, cerchiamo di trasformarla in un punto di forza ugualmente. Ci spostiamo solo con i mezzi pubblici e così anche il tragitto diventa avventura. “Giochiamo a esploratori?”, mi dice Meryem. E così, mentre mi destreggio tra tram, autobus e trenini urbani per mettere a punto itinerari alternativi e flessibili a seconda delle circostanze e dei tempi di attesa (veri e presunti), la Guerrigliera avvista nemici immaginari, schiva frecce, decifra indizi, fino alla meta.

E la meta qual è? Cerco sempre di monitorare gli eventi durante la settimana e di scegliere quelli che mi paiono maggiormente in sintonia con i miei/nostri gusti (ovviamente con un occhio di riguardo per quelli gratuiti). Una prima fonte di informazione è la newsletter del sito Roma per i Bambini. Ma per le visite guidate resto fedele all’amica Alessandra (un nome una garanzia). Frequentare un po’ la rete mi tiene al corrente delle grandi manifestazioni che non sono rare nella nostra città. La nostra preferita resta probabilmente i Ludi Romani, che quest’anno al Circo Massimo si è rivelata ancora più godibile (peccato solo per la pioggia della domenica). Giusto ieri abbiamo scoperto, a Villa Pamphili, il nuovo spazio del Teatro Scuderie Villino Corsini, animato dal Teatro Verde e dalla Scuola Popolare di Musica Donna Olimpia. Qualcosa mi dice che diventeremo assidui frequentatori. Vi ho già raccontato che amiamo molto anche la Città dell’Altra Economia e dunque seguiamo con interesse le attività della libreria Tana Liberi Tutti. Da sabato prossimo, il sabato mattina siamo al Teatro Vascello, dove prova il coro di bambini della ACMT (e buttiamo un occhio alla programmazione per ragazzi, che negli anni scorsi ci ha riservato diverse piacevoli sorprese).

A leggere tutto questo paragrafo, così di fila, viene l’affanno anche a me. Ma credetemi, mi darebbe molta più ansia la prospettiva di un fine settimana di domestico relax. Capita, certo, che mi afflosci sul divano (e, udite udite, inizio persino a concedermi qualche pennichella mentre Meryem disegna o guarda i cartoni). Ma per sentirmi veramente bene, devo chiudermi la porta alle spalle e andare a fare qualcosa. Osservo per onestà che abbiamo preso anche discrete sòle (per i non romani: fregature), così facendo. Come sabato, quando in rapida successione ci siamo lanciati a visitare un monumento che mi incuriosisce da sempre (ma è chiuso per restauro) e a una festa multietnica assai più moscia delle mie peggiori aspettative. Poco male. Ci siamo rifatte con un gelato da Fassi, pietra miliare della mia giovinezza universitaria e meta comunque degna di nota e uno spettacolo di danze indiane al Museo di Arte Orientale. Ho saputo di questo spettacolo, davvero notevole, non dal sito della Giornata del Patrimonio, ma origliando una conversazione tra mamme ai giardinetti di Piazza Vittorio. Anche questo è essere social.

Rappresentare


Giuro che pensavo a questo post prima che il tema delle elezioni tornasse di attualità così scottante per tutto il Paese. Però, inevitabilmente, la mia riflessione micro si rispecchia nel macro del caos che continua a circondarci in ogni direzione. Meryem quest’anno ha cominciato la prima elementare e io, come genitore, ho fatto il mio debutto in un Istituto Comprensivo. Nel giro di due settimane scarse, le mie poche (relative) sicurezze si sono sciolte in un pozzo di dubbi. Mi piacerebbe dunque confrontarmi con chi mi legge sul tema della democrazia rappresentativa a scuola. La situazione di partenza (inizio anno scolastico in una scuola italiana) credo che sia abbastanza chiara. Ci è stato spiegato che in un giorno ics la nostra classe è chiamata ad eleggere un rappresentante. Abbiamo dunque un gruppo di circa quarantasei capocce (escludendo i nonni e supponendo coppie di due genitori) che da qui a un paio di settimane, senza aver davvero avuto modo di realizzare che qualcosa le accomuna, devono democraticamente eleggere chi è deputato/a a parlare a nome di tutti. Già a questo livello si registra qualche difficoltà. Si è iniziato a comunicare per mail, in aggiunta (presumo) alle chiacchiere più o meno episodiche sui marciapiedi, a cui io non partecipo per poca disponibilità di tempo. Subito si è manifestato un fenomeno comune. Ciascuno parla, prevalentemente, con chi già conosce e, come per magia, trova piena approvazione. Ne deduce che tutti la pensino allo stesso modo. Salvo poi rendersi contro che un altro, di idee piuttosto diverse, ne è altrettanto convinto. Che fare? Si andrà alle urne alla data fissata, un rappresentante sarà nominato, ma non è prevista verifica di fiducia in nessuna fase. Sospetto peraltro che l’afflusso ai seggi sarà ridottissimo, quindi mi chiedo: cosa ne verrà fuori? Mi pare che il bivio che ci si para davanti sia, tragicamente, il disinteresse o l’interessamento. La seconda via è già irta di rogne e di screzi.

Salendo di un livello, ho partecipato a una riunione del comitato dei genitori, assemblea di confronto di tutti i genitori dell’Istituto comprensivo (una scuola dell’infanzia, una scuola elementare, due scuole medie). Era presente una quindicina di persone. Tutte si conoscevano già, a parte i pochi nuovi arrivati, e detenevano cariche che non ci sono state del tutto illustrate. Uno dei presenti rappresenta attualmente i genitori, tutti i genitori, al Consiglio di Istituto, unico organo che potrebbe, in certa misura, passare dalla lamentela sterile alla proposta di cambiamento concreto. Qui la mia perplessità è stata ancora maggiore. Ma i genitori, parecchie centinaia, che vengono così rappresentati, lo sanno? Forse sì, forse no. Sta di fatto che sembrano disinteressarsene completamente. Quindi, almeno nella mia scuola, via via che ci si avvicina a spazi deputati a lavorare per un bene comune appena un po’ più ampio della singola classe del singolo figlio, il fuggi fuggi pare totale, percentualmente. Peccato che il rappresentante di classe può certo svolgere un servizio prezioso e facilitare l’esperienza di tutti (o anche il contrario), ma può cambiare ben poco delle famose “cose che non vanno”. Già la rappresentanza ai genitori al Consiglio di Istituto, se ragionevolmente organizzata, può avere un impatto maggiore e più duraturo.

Va detto che già a questi livelli minimi di partecipazione civica si profilano, sia pure a livello embrionale, i meccanismi che tanto scoraggiano il cittadino medio da assumere un ruolo attivo nella vita politica, in primis la sensazione prepotente di scontrarsi con gruppi chiusi, poco permeabili, e che tali gruppi abbiano già chiaro cosa sia bene pensare, fare e, soprattutto, non fare. Il clima che si respira non è di entusiastica propositività, ma di rassegnazione e torpore, ravvivati occasionalmente da polemiche sterili. Senza aver fatto ancora nulla, mi sono sorpresa già un paio di volte a pensare “Ma chi me lo fa fare?”. Non è bello e sono fermamente intenzionata ad andare oltre, se mi sarà possibile.

Per onestà però mi dico che me lo riprometto ciclicamente, anche per il macro, e alla fine non sono mai riuscita a trovare una parvenza di bandolo da cui valga la pena partire. E voi? Come vivete la democrazia scolastica? Ci credete? (E qui mi fermo, perché se allarghiamo il discorso sarebbe fin troppo facile esprimere scetticismi).

Non sono un Papa Boy


La precisazione è d’obbligo, vista la densità di post dedicati a questo nuovo vescovo di Roma che sta stregando il mondo e di cui tutti siamo infatuati. Mi stavo censurando, però – anche se vado molto di corsa – volevo segnalare a chi non l’avesse vista la lunga intervista che ha rilasciato questa estate a padre Antonio Spadaro per tutte le riviste dei gesuiti. Fanno la ruota come i pavoni, i gesuiti, in questo periodo. Io però tendo ad essere indulgente, specialmente con alcuni di loro (quelli, per intenderci, che dal Vaticano negli ultimi anni sono stati abituati a vedere più alzate di sopracciglio che incoraggiamenti).

L’intervista è lunga, a tratti direi tecnica. I giornali ne hanno ripreso (semplificando molto) alcuni aspetti, ma a me pare un peccato che i più si perdano altri passaggi, ugualmente se non più importanti. Quelli relativi propriamente alla Chiesa li lascio ad altri, che meglio di me li sapranno evidenziare. Qui volevo condividere quelli che più hanno colpito me come persona e, anche, come genitore.

Il primo è quello che ho notato anche io: questo Papa – a differenza di Giovanni Paolo II, con cui pure viene accostato, per l’abilità di comunicazione – non è a suo agio con le folle. «Io riesco a guardare le singole persone, una alla volta, a entrare in contatto in maniera personale con chi ho davanti. Non sono abituato alle masse». Spadaro, da bravo esperto, lo rassicura: ci pensa la televisione a portare la sua immagine a tutti, lei continui pure a cercare il contatto visivo, funziona lo stesso (se non di più).

Poi mi sono gustata la parte relativa alla descrizione di se stesso e dei suoi gusti artistici. Il fatto che ne parli con questa tranquillità e scelga di condividere con tutti questi aspetti di normale conoscenza di lui come persona secondo me è in linea con il suo farsi chiamare “vescovo di Roma”. Il suo ruolo è importante, ma è un ruolo. Non è un piedistallo, tanto meno una trasfigurazione. Questo è realmente un presupposto necessario per la collegialità, l’ecumenismo e il dialogo.

“Posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”. La spiegazione di questo concetto, che è legato anche al suo motto (Miserando atque eligendo) è secondo me la parte più bella e poetica dell’intervista. Parte da uno splendido quadro di Caravaggio, la vocazione di S.Matteo, che noi romani conosciamo bene.

«Io non conosco Roma. Conosco poche cose. Conosco Santa Maria Maggiore, San Pietro… ma venendo a Roma ho sempre abitato in via della Scrofa. Da lì visitavo spesso la chiesa di San Luigi dei Francesi, e lì andavo a contemplare il quadro della vocazione di san Matteo di Caravaggio. Quel dito di Gesù così… verso Matteo. Così sono io. Così mi sento. Come Matteo. È il gesto di Matteo che mi colpisce: afferra i suoi soldi, come a dire: “no, non me! No, questi soldi sono miei!”. Ecco, questo sono io: un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi. E questo è quel che ho detto quando mi hanno chiesto se accettavo la mia elezione a Pontefice».

Mi sono immaginata benissimo la scena. Quel quadro, con la sua luce tanto singolare, porta alla contemplazione anche il turista frettoloso. La spiegazione di un concetto spirituale con un’immagine, a me così familiare, mi pare straordinaria. E poi si ferma anche sulle parole e sulla intraducibilità delle stesse, superata dalla connessione all’opera d’arte: “il gerundio latino miserando mi sembra intraducibile sia in italiano sia in spagnolo. A me piace tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando”.

Dopo la citazione della Turandot per spiegare la speranza come virtù teologale, padre Spadaro interroga il Papa sui riferimenti letterari, culturali, artistici. Forse la domanda avrebbe immaginato una risposta elaborata, di sintesi… Invece la risposta è colloquiale, dal tono simile a quella che ciascuno di noi darebbe. “Ho amato molto autori diversi tra loro. Amo moltissimo Dostoevskij e Hölderlin. Di Hölderlin voglio ricordare quella lirica per il compleanno di sua nonna che è di grande bellezza, e che a me ha fatto anche tanto bene spiritualmente. È quella che si chiude con il verso Che l’uomo mantenga quel che il fanciullo ha promesso. … Ho letto il libro I Promessi Sposi tre volte e ce l’ho adesso sul tavolo per rileggerlo. Manzoni mi ha dato tanto. Mia nonna, quando ero bambino, mi ha insegnato a memoria l’inizio di questo libro: Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti…. Anche Gerard Manley Hopkins mi è piaciuto tanto. In pittura ammiro Caravaggio: le sue tele mi parlano. Ma anche Chagall con la sua Crocifissione bianca… ”

“In musica amo Mozart, ovviamente. Quell’Et Incarnatus est della sua Missa in Do è insuperabile: ti porta a Dio! Amo Mozart eseguito da Clara Haskil​. Mozart mi riempie: non posso pensarlo, devo sentirlo. Beethoven mi piace ascoltarlo, ma prometeicamente. E l’interprete più prometeico per me è Furtwängler. E poi le Passioni di Bach. Il brano di Bach che amo tanto è l’Erbarme Dich, il pianto di Pietro della Passione secondo Matteo. Sublime. Poi, a un livello diverso, non intimo allo stesso modo, amo Wagner. Mi piace ascoltarlo, ma non sempre. La Tetralogia dell’Anello eseguita da Furtwängler alla Scala nel ’50 è la cosa per me migliore. Ma anche il Parsifal eseguito nel ’62 da Knappertsbusch”.

“Dovremmo anche parlare del cinema. La strada di Fellini è il film che forse ho amato di più. Mi identifico con quel film, nel quale c’è un implicito riferimento a san Francesco. Credo poi di aver visto tutti i film con Anna Magnani e Aldo Fabrizi quando avevo tra i 10 e 12 anni. Un altro film che ho molto amato è Roma città aperta. Devo la mia cultura cinematografica soprattutto ai miei genitori che ci portavano spesso al cinema”.

Poi il Papa parla della sua esperienza di docente di letteratura. “Dovevo fare in modo che i miei alunni studiassero El Cid. Ma ai ragazzi non piaceva. Chiedevano di leggere García Lorca. Allora ho deciso che avrebbero studiato El Cid a casa, e durante le lezioni io avrei trattato gli autori che piacevano di più ai ragazzi. Ovviamente i giovani volevano leggere le opere letterarie più “piccanti”, contemporanee come La casada infiel, o classiche come La Celestina di Fernando de Rojas. Ma leggendo queste cose che li attiravano sul momento, prendevano gusto più in generale alla letteratura, alla poesia, e passavano ad altri autori. E per me è stata una grande esperienza. Ho completato il programma, ma in maniera destrutturata, cioè non ordinata secondo ciò che era previsto, ma secondo un ordine che veniva naturale nella lettura degli autori. E questa modalità mi corrispondeva molto: non amavo fare una programmazione rigida, ma semmai sapere dove arrivare più o meno. Allora ho cominciato anche a farli scrivere. Alla fine ho deciso di far leggere a Borges due racconti scritti dai miei ragazzi. Conoscevo la sua segretaria, che era stata la mia professoressa di pianoforte. A Borges piacquero moltissimo. E allora lui propose di scrivere l’introduzione a una raccolta”.

“Allora, Padre Santo”, chiede a questo punto l’intervistatore “per la vita di una persona la creatività è importante?”. Lui ride e risponde: “Per un gesuita è estremamente importante! Un gesuita deve essere creativo”.

Qui non ho potuto fare a meno di pensare all’indimenticabile discorso sulla creatività e l’educazione fatto dal Padre Generale dei gesuiti, Adolfo Nicolàs quando è venuto al Centro Astalli, anni fa:

“L’educazione è un problema molto serio. Gli studi sullo sviluppo del cervello umano ci dicono che al bambino bisogna lasciar sviluppare tutte le possibilità. Non abbiamo una sola parte di cervello, ne abbiamo cinque diverse. La crescita intellettuale matura in epoche diverse della vita e sono diverse le facoltà che si sviluppano: dopo i trent’anni il processo è completo. Il sistema di educazione attuale forse non sviluppa tutte le parti del cervello: dà priorità a quelle che operano nel lobo sinistro, che è più logico, ideologico, che normalmente va verso la produzione scientifica. Si lascia meno spazio all’immaginazione, alla creatività, all’integrazione delle cose: queste parti sono forse coltivate maggiormente nella cultura indiana e dell’Asia orientale. Secondo me, l’educazione consiste proprio nell’aprire tutte le finestre nella mente di un bambino, di un ragazzo e di una ragazza che crescono e hanno il diritto di diventare sensibili a tutte le realtà umane e naturali del mondo”.

“Aprire, comunicare abiti mentali, del cuore e culturali all’insegna della varietà: così potremo educare persone flessibili, aperte, che non si spaventano per qualcosa di nuovo, di diverso, ma sono pronte ad apprezzare tutte le possibilità umane. Credo che questo lavoro di aprire le finestre della personalità, della mente, del cuore sia essenziale. Credo che dobbiamo arrivare a far sì che i nostri studenti italiani, spagnoli, tedeschi, siano fieri della cultura cinese, o della cultura indiana o africana, per il solo fatto che esse sono una produzione dell’umanità. Non dovremmo più considerarle “cultura degli altri”. Essere fieri di una cultura piccola e ridotta ci ha fatto molto male: credo che sia frutto di un’educazione troppo limitante. C’è decisamente bisogno di una riflessione ad alto e medio livello da parte delle università e di altri gruppi religiosi e umanisti per restituire ai bambini la libertà di immaginare e di crescere, di essere quei “maghi” che dicevo prima, capaci di creare”.

“Quando ero bambino, non avevamo niente, i giocattoli li costruivamo noi. La strada era una grande palestra e apparteneva a tutti. Oggi con tanti giochi elettronici c’è meno la possibilità di partecipare, di scambiare e di creare. Forse abbiamo reso tutto troppo facile ai nostri bambini. E come educare una memoria mondiale? Come portarli a essere fieri degli indiani e dei cinesi – non tristi, ma fieri perché è l’umanità che ha creato questo? Dobbiamo essere fieri degli altri e, di conseguenza, fieri di noi stessi, ma sempre nel contesto degli altri, per crescere insieme con gli altri. Secondo me, questo è un problema di educazione, che necessita di una seria riflessione. Bisogna ricreare l’educazione come un’opportunità per i bambini di crescere come persone, non dipendenti da una tecnologia particolare, ma libere di creare. Ci sarà tempo per diventare tecnici: prima di tutto è urgente aprire la mente e il cuore alle infinite possibilità della vita umana.”

E qui mi fermo e mi dico: cosa posso fare io, nella mia limitatezza, davanti a questo immenso problema educativo? Sospiro. Se la Chiesa è un ospedale da campo, la scuola pubblica cos’è?

 

Siamo nel turbine


Cari maestri della Guerrigliera,

avete appena vinto mia figlia come alunna della vostra nuova prima. Sono solo uno dei genitori di questi piccoli-ma-anche-grandini. Siamo carichi di aspettative e di paure, alcune razionali, altre meno. Io ostento una certa disinvoltura, ma sappiate che ho messo un biglietto con tutti i nostri numeri di telefono nella tasca superiore della cartella glitterata di Trilli. Così, nel caso che nella confusione che regna non vi trovaste i recapiti necessari.

Il primo giorno io e Meryem avevamo ancora negli occhi lo scintillio di Papa Francesco. Io, personalmente, camminavo a qualche metro dal terreno. Il che mi ha aiutato a sopravvivere alla ressa indicibile del cortile. Ho visto anche in voi la mia stessa delusione davanti alla sciatteria, ai disguidi inspiegabili, ai piccoli pasticcetti meschini che si potevano evitare con un briciolo di buon senso in quel giorno speciale. Quindi non vi scrivo per lagnarmi. Ho visto anche i bigliettini con i nomi disegnati e preparati con cura (e se qualcuno ne mancava questo non era imputabile a voi), il tentativo di far accogliere i nostri figli dagli alunni delle quinte. Ho visto la buona volontà.

Io sono uno di quei genitori che non conoscono già la scuola, che non hanno canali preferenziali, che non sapevano in anticipo la composizione vera o presunta delle classi. Come me ce ne sono moltissimi, anche se gli altri si notano di più perché si mettono in prima fila, salutano tutti, bisbigliano tra loro. Noi siamo quelli che abbiamo creduto, o fatto finta di credere, che fosse impossibile affiggere gli elenchi qualche giorno prima per motivi tecnici. Non siamo del tutto idioti, beninteso. Ma capiamo che era già pesante gestire le proteste di chi nonostante le regole sapeva, figuriamoci che seccatura sarebbe stata ampliare la platea dei potenziali insoddisfatti. Ma anche questo chi di voi lavora da tempo in questa scuola, lo sa bene.  Non vi scrivo né per denunciare, né per protestare.

In questa prima settimana di scuola sono stata una madre un po’ appannata. Distratta, preoccupata da questioni di lavoro, poco presente e poco paziente. Confesso. Chiedo venia. Vi dirò di più: succederà ancora. Abbiate pazienza con me. Però non vi ho scritto nemmeno per giustificarmi.

Vi ho scritto per augurarvi un buon anno scolastico. Per dirvi coraggio, perché ne avete bisogno voi come ne ho bisogno io. Per manifestare il mio impegno a stare dalla stessa parte in questa battaglia difficilissima per tenere in piedi la scuola pubblica, almeno nell’angolino che ci compete. So che conservare questa buona volontà non sarà facile e che il mugugno e la critica selvaggia sono nel corredo genetico del genitore italico, me compresa. Che dirvi? Eccoci qui, ancora alla linea di partenza. Io cercherò di guardare con entusiasmo al pezzo di strada che correremo insieme. Così spero di voi.

 

Friendsurfing


Eccoci alla vigilia di una vacanza che è un po’ la fotografia della mia condizione esistenziale attuale. Nel bene e nel male. Un salto nel buio e, allo stesso tempo, l’esito di molte riflessioni. Una vacanza che, nelle mie intenzioni, mi assomiglia.

Resa possibile dalla rete. Questa è forse la caratteristica più stupefacente. Non nel senso che è “prenotata su internet”, nell’accezione più anonima del termine. Affatto. Ma la rete ha reso possibili contatti e legami, alcuni “nuovi” (ma ci comprendo anche chi ho incontrato su questo blog 9 anni e tre figli fa, non so se mi spiego) e altri più tradizionali, ma che probabilmente senza mail e social network a quest’ora avrei perso per strada. Questi amici, con generosità, si sono resi disponibili a ospitare me e Meryem. Per questo mi piace pensare questo viaggio come “friendsurfing”. Un coachsurfing a modo nostro, dove più che la logistica conta la gioia di rivedere tante persone care (e di conoscerne alcune).

Con mia figlia. La prima vacanza da sole, l’estate scorsa, ha segnato un punto di svolta e di passaggio. Quest’anno sono pronta a raccogliere i frutti di un altro anno di strada insieme. E sono assai più ottimista. Abbiamo aggiornato le nostre parole segrete, infilato la sua Tigretta nello zaino e siamo pronte (spero).

Itinerante. Sento fortissima l’esigenza di fare un viaggio per il viaggio, senza sapere nemmeno esattamente cosa troverò. E’ sempre stato più nelle aspirazioni della mia anima che in quello che davvero sono riuscita a fare nella mia vita. E’ ora di cominciare una fase nuova, in cui cercare di non lasciarsi scoraggiare dalle tante mancanze che pure ci sono (di soldi, di tempo, di capacità, di coraggio). Non farò finta di essere ricca, coraggiosa, paziente, capace, piacevole. Ma cercherò di vivere queste settimane più serenamente del solito, gustandomi quel che arriva. Ho cercato di ridurre le aspettative precostituite al minimo, per far spazio alle sorprese grandi e piccole.

Volete seguirci sui social? Conto sul mio fido Androide, sperando che non mi tradisca. Saremo su Facebook (qui la bozza del programma di viaggio), su Instagram, su Twitter… I nostri hashtag saranno: #friendsurfing, #inviaggioconmeryem e, naturalmente #bellezzagratis. Quella non ce la vogliamo dimenticare mai e sarà il fil rouge delle nostre e, vi auguro, anche delle vostre vacanze.

Papa Francesco e i tramonti


Mattina presto alla Chiesa del Gesù, a Roma. Oggi il Papa celebra con i gesuiti la festività di S.Ignazio. Un’occasione anche per noi collaboratori della Compagnia. Non proprio un incontro per pochi intimi, ma comunque relativamente ristretto. Il pensiero ci ha emozionato e divertito le scorse settimane. Tra il serio e il faceto ci siamo interrogate sul look e sul dress code (indovinate chi ha risolto i miei dubbi? Vabbè, lo so, divento monotona). Tutti i partecipanti erano carichi di attese, si aspettavano il Papa spumeggiante che intrattiene i giornalisti sul volo dal Brasile a Roma. Persino padre Libanori, “padrone di casa”, ha fatto riferimento all’esuberanza del Papa: non sono previsti saluti particolari, ma hai visto mai.

Anche in questo, Papa Francesco ci ha stupito. Il registro oggi era tutt’altro. Forse era stanco, forse era sofferente. Forse, semplicemente, l’occasione oggi era molto diversa. “Tu pensi come un gesuita”, gli ha detto scherzando padre Adolfo Nicolàs, il Padre Generale (sì, dandogli del tu). Già, ma come pensa un gesuita? Forse pensa che c’è un tempo per l’entusiasmo e uno per il raccoglimento.

La predica è stata piana, pacata, anche se piena di linguaggio gesuitico (ovviamente). Ha insistito sulla modestia, sullo sforzo di non mettere se stessi e le proprie idee al centro. Questa immagine di essere sempre “spostati”, decentrati, radicati nella Chiesa (“non esistono cammini paralleli o isolati: cammini di ricerca, cammini creativi sì. Per andare verso le periferie ci vuole creatività”) suonava quasi un “errata corrige”, pronunciata sotto lo splendore aureo e trionfale della Chiesa del Gesù.

Secondo me il tema portante di questo discorso di Papa Francesco, il vero filo conduttore, è stata la fatica, la stanchezza, la sofferenza, lo scoraggiamento della “sequela quotidiana”. Non la disperazione, naturalmente. La vergogna di non essere all’altezza, che è addirittura una grazia da richiedere, in un quadro di “continuo colloquio di misericordia” con Dio. Un’immagine forte: trovare “l’armonia del nostro cuore nelle lacrime”. E ancora, l’umiltà: “siamo come vasi di argilla fragili e insufficienti, con dentro un tesoro immenso”, quello della grazia del Signore che opera attraverso di noi, se lo consentiamo.

Poi Papa Francesco diventa più intenso. Parla di tramonti, di tramonti della vita, e lo fa attraverso quelle che definisce “due icone”, S. Francesco Saverio e Pedro Arrupe. Il Santo nobile, amico di Ignazio, arrivato alla fine, “senza niente”, davanti al Signore. Pedro Arrupe, l’ultimo colloquio pubblico in un campo profughi, l’invito a pregare: poi l’ictus, sul volo del ritorno, e il suo “lungo tramonto esemplare”. “Chiediamo la grazia”, ha detto il Papa “che il nostro tramonto sia come il loro”. Per un attimo pare (non so se solo a me) che pensi soprattutto al suo.

Chi si aspettava una celebrazione festosa dei successi della Compagnia sarà rimasto deluso. La sensazione era quello di una sorta di capovolgimento di registri. Anche le due “icone” citate sono personaggi che, agli occhi del mondo, più vistosamente di altri, sono stati dei perdenti.  Mi veniva continuamente in mente la frase di San Paolo: “E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani.”

Ho pensato alla prima volta che ho letto, tanto tempo fa, lo “slogan” dei gesuiti: ad maiorem Dei gloriam (sono state anche le ultime parole dell’omelia di oggi). L’equivoco è sempre dietro l’angolo. Quella gloriam, per giunta maiorem, fa pensare a noi ignoranti alla magnificenza, agli ori barocchi, alle vittorie. Ma la gloria di Dio non è la gloria degli uomini. Quale che fosse il motivo di questo “tono minore” di Papa Francesco oggi, credo che fosse molto intonato alla ragione che io avevo di essere lì. Con fatica e tanti scivoloni dolorosi, cerco di andare avanti, restando sempre dalla parte dei perdenti.

 

Il testo dell’omelia

Espedienti


Non è che si può essere sempre frizzanti.  Persino per una come me, che vive meglio fuori casa che dentro, la giornata di ieri fin dalle prime ore della mattina si preannunciava tutta in salita. Intanto il clima. Il ghigno bollente di Caronte arroventava il vialetto condominiale. Queste ondate di calore, da quando hanno un nome, sono molto più sicure di sé. Poi la desolazione. Poche cose danno l’idea della vuotezza come il quartiere di Monteverde una domenica di fine luglio.

Aggiungiamo l’umore della sottoscritta. Omicida. In questi giorni mi sento in forma come un lottatore di sumo alla vigilia della pensione. Ho iniziato a pensare ai bagagli delle vacanze e questo ha comportato che mi mettessi a provarmi i vestiti estivi. Pessima idea.  Il sabato poi mi aveva lasciato simpatici strascichi di litigate e discussioni che durante la notte sembravano fermentate in una miscela esplosiva. Sarebbe bastato un pretesto qualsiasi per dare la stura a un fiume in piena di recriminazioni.

Si configurava un’emergenza che, come tale, richiedeva misure straordinarie. Temporeggiando e ringhiando quanto bastava, mi sono fatta accompagnare alla videoteca a riconsegnare un film noleggiato la sera prima. Sono ricaduta in questa pratica un po’ vintage, che fa tanto anni ’90. Ho ricaricato la mia tesserina magnetica e ora sfoggio orgogliosamente la mia appartenenza al popolo dei possessori di computer troppo malmessi per essere utilizzati per la visione di film. Schivando le api che hanno fatto il nido negli interstizi del distributore, ho riconsegnato “Il mio nome è Khan” (film stupendo, peraltro).

E allora mi è balenata in mente la via di fuga. Ho indetto sul momento la giornata DVD senza limiti. Ho noleggiato “Barbie e l’avventura nell’oceano” e ho comunicato alla Guerrigliera il programma della giornata, che è stato: film 1, film 2, pranzo, impostazione lista valigie, passeggiata al distributore, film 3, passeggiata al distributore con gelato, doccia, cena, film 4, letto. Dei film visti posso dirvi che “Barbie e l’avventura nell’oceano” non mi è dispiaciuto affatto (Meryem era entusiasta e si è messa a fare surf sul bracciolo del divano) , “Up!” mi è piaciuto molto (meno alla Guerrigliera), “Barbie e l’avventura nell’oceano 2” non era all’altezza del primo e “Dragons. Il dono del drago”, sequel di Dragon Trainer, è stata una grande delusione soprattutto perché non sapevo che era un cortometraggio. Sì, avete capito bene. Me li sono sciroppati tutti anche io, senza sconti.

Alla fine della giornata, scherzando, ho sottolineato a Meryem l’eccezionalità della cosa. Non è che da ora in poi passeremo i nostri giorni spiaccicate davanti al dvd. “E non lo dire a nessuno che mamma ti ha dato il permesso di vedere quattro film di seguito!”, ho aggiunto scherzando. “Posso dirlo solo a L.?”, ha ribattuto lei, ghignando. No, Guerrigliera, far schiattare di invidia l’amichetta non è un bel sentimento. Ma resta pur sempre nobile in confronto ai pensieri che covavo io al risveglio, e che poi ho annacquato in un mare brulicante di delfini rosa glitterati.

Madre ribelle


Ci sono mille piccoli episodi quotidiani di cui, come madre e come persona, non vado particolarmente fiera. Quello di ieri, però, che direi possa serenamente rientrare nella categoria “sbrocco di fine giornata afosa”, mi continua però a far pensare e con questa scusa  ve lo propino  lo condivido con voi [su, lo sapete che d’estate anche le menti più creative perdono colpi, siate indulgenti].

Ieri sera, mentre stava finendo il suo piatto di spaghetti, fagiolini e uovo sodo artisticamente composti in forma di margherita, la Guerrigliera capisce che ero al telefono con suo padre e se lo fa passare. Fin qui, tutto ok. Dopo pochi istanti mi chiede di farle continuare la conversazione in privato: anche questo mi sta bene, anche perché frattanto ero intenta a fare altre due/tre cose, la maggior parte delle quali mi portavano, in effetti, in un’altra stanza.

Qui mi chiedo: rosicavo già a questo passaggio? Può essere. Nizam la sera a quell’ora spesso deve servire i clienti e chiude le telefonate bruscamente. Giusto un paio di giorni fa la tendenza di Meryem a monopolizzare le comunicazioni mi aveva impedito di farne una, relativamente importante, io. Ma forse qui sto aggiungendo inutilmente carne al fuoco.

Più tardi, al momento di andare a letto, chiedo (forse sbagliando) a Meryem cosa si erano detto con suo padre e lei, forse riferendo fedelmente o forse improvvisando là per là, sghignazzando inizia a dirmi che parlavano di me e inizia a fare una sorta di catalogo di tutti i miei difetti, veri e presunti.

Inaspettatamente, scopro che la cosa mi punge sul vivo e non riesco minimamente a trattenermi. Le dico che non è bello che io debba sentire solo critiche. Che se parlassi di lei con un’altra persona e menzionassi solo le cose che non mi piacciono del suo carattere e del suo comportamento anche lei si sentirebbe ferita. Le auguro la buona notte e me ne vado nell’altra stanza, senza riuscire affatto a nascondere un risentimento forse eccessivo, considerata la situazione.

Da un lato, oggi, mi dico che la mia reazione era esagerata e fuori luogo. Sono sotto pressione, stanca, di malumore e delusa, ma certo non è Meryem che mi prende in giro il motivo della mia strisciante frustrazione. La cosa è stata superata, ovviamente, ma confesso che arrivata al momento di scusarmi (cosa che in questi casi di solito faccio) qualcosa si è inceppato. La reazione era esagerata, eppure in qualche modo anche legittima. Perché devo fare finta che essere presa in giro, in quel momento, non mi abbia ferito? Mi ha ferito. Magari in un altro momento non mi avrebbe ferito. Non mi considero una persona particolarmente permalosa. Però resta il fatto che in quel momento ci sono rimasta malissimo.

Sono arrivata alla conclusione che, finché non diventerò una persona migliore, mi atterrò al meno peggio, cioè la sincerità. Non sono (ancora) una persona migliore e sospetto che mia figlia lo sappia già piuttosto bene. E quindi, ancora una volta, so di aver fatto male, ma se avessi fatto diversamente avrei fatto male lo stesso. Delizie della genitorialità.

Campo estivo extracomunitario


Mesi fa, colta da un subitaneo impulso, ho iscritto Meryem per due settimane a un campo estivo in lingua inglese. Costava. Però con qualche espediente (tipo ospitare a casa di mia madre uno degli insegnanti, al fine di avere uno sconto abbastanza rilevante) sono riuscita a spendere la stessa cifra dell’anno scorso, per qualcosa di molto diverso.

Volevo aspettare di avere a disposizione il CD con tutte le foto e i video del campo, ma ho pensato che magari qualcuno di Roma Nord può essere interessato a prenotarsi per settembre, quindi anticipo la recensione. L’associazione che organizza si chiama Creative English (Learn Through Multimedia) e, niente da dire, sono creativi davvero. Loro sono una giovane coppia di neozelandesi (Maria e Eugene), a cui si aggiungono insegnanti di rincalzo (noi abbiamo conosciuto e ospitato Eric, eclettico musicista statunitense).

Per Meryem, che non aveva mai studiato neanche una parola di inglese e sta iniziando ora a leggere e a scrivere, è stata un’esperienza fantastica. Si è divertita da morire. Credo che la descrizione delle attività dei campi sul sito sia un po’ minimalista e renda l’idea fino a un certo punto. Durante queste due settimane Meryem ha costruito vulcani che buttavano schiuma di Coca Cola; ha costruito una torre utilizzando solo marshmellows e spaghetti crudi; ha assaggiato (senza gradirlo granché) burro di noccioline per il 4 di luglio; ha guadagnato una ragguardevole quantità di Monster Dollars (la valuta del campo) e poi non li ha voluti spendere perché erano troppo carini e voleva conservarli; ha partecipato alla composizione di una canzone e alla realizzazione del video relativo (che vi posterò quanto prima); ha composto gli inni delle sue squadre con le relative mosse… Potrei continuare.

E’ stata un’esperienza davvero poco italiana, non solo per la lingua. I ragazzi che organizzano il campo, affiancati da “Helpers” adolescenti, si buttavano nelle attività al 100%, divertendosi quanto i bambini (o quanto meno impegnandosi molto perché così sembrasse). Ogni mattina arrivando guardavo i cartelloni pieni di nuove idee (le due settimane hanno avuto attività diverse ogni giorno) e pensavo al tipico animatore di centro estivo italiano, rassegnato al pascolo dei piccoli mostri, spesso con l’aria del martire al patibolo. Non dico che non sia un mestiere faticoso, per carità. Posso testimoniare che il pur giovane e aitante americano in due settimane di ospitalità da mia madre arrivava a casa e schiantava a letto senza passare dal via (un sabato ha dormito 12 ore filate, poi è andato a fare il sopralluogo nei locali del campo e a preparare i materiali).

Le attività duravano dalle 9 alle 17, con possibilità di lasciare i bambini fin dalle 8. Lo staff, alla chiusura della giornata, di fatto continuava a lavorare nel backstage perché arrivati al venerdì, in occasione dello show finale, fossero pronti video divertenti delle attività, un bello slideshow con musica delle foto più significative della settimana, un portfolio per ogni bambino che raccontava le attività svolte, i diplomi… Oltre, ovviamente, ai lavori multimediali realizzati dai ragazzi: video musicali e questa settimana un vero e proprio film di cui i ragazzi più grandini hanno inventato storia e battute, prima di interpretarlo.

Va specificato che il prezzo comprende le lezioni della mattina, materiale didattico originale con schede ed esercizi (che ci è stato dato tutto, non solo la parte svolta da Meryem in questi giorni), l’escursione con noleggio di pullman e biglietti di ingresso (una settimana sono andati a Hydromania e la settimana successiva a Explora), le uscite a Villa Sciarra per la caccia al tesoro, la maglietta del campo e la foto di gruppo a colori. L’anno scorso ho pagato 120 euro fino alle tre per una sguazzata in una specie di piscina, dei balli latino americani e un sacco di televisione.

Lo show del venerdì sera, tutto in inglese, è anch’esso tarato su una sensibilità da nuovo mondo. Nulla di commovente e stucchevole. Tutto molto a gag, inclusa la Parents’ Competition in cui si vincevano Twinx e Ovetti Kinder. Noi adulti, lo confesso, ci sentivamo in neanche tanto lieve imbarazzo. Queste cose non sono molto nelle nostre corde. Ma i bambini e i ragazzi se la sono spassata di cuore e giurerei che qualcosa, di questo inglese, gli rimarrà. Ho prospettato a Meryem di fare qualche lezione anche durante l’anno con la sua adorata Maria. Le sono brillati gli occhi. “Magari! Lo diciamo anche agli amichetti?”. Speriamo davvero di riuscire a combinare.

Io intanto vi consiglio di tenere d’occhio questi ragazzi: girano l’Italia e chissà che non vi capiti di avere una settimana anche dalle vostre parti.

Compleanno guerrigliero


Non mi pare vero che sia passata già una settimana. Ma mi ero ripromessa di parlarvi dei festeggiamenti per il compleanno di Meryem sia per fissare nella memoria una giornata piacevolissima, sia per dare un feedback ai miei lettori alle prese con l’organizzazione di feste di bambini di varie forme e dimensioni.

Come location abbiamo scelto la Città dell’Altra Economia e, in particolare, abbiamo fatto riferimento alla libreria Tana Liberi Tutti. Il posto è caro a me e anche a Meryem. Il luogo offre ampio spazio all’aperto ma anche l’uso esclusivo degli spazi al chiuso, molto piacevoli (e adatti anche a bambini più piccoli). In più, particolare che è stato assai apprezzato dagli adulti presenti, anche i genitori possono passarci piacevolmente alcune ore senza desiderare di disintegrarsi per la disperazione nella ciotola dei pop corn. Quest’anno ci è andata nel complesso bene, ma di feste in ambienti parrocchiali ne avevamo comunque tutti abbastanza.

Rispetto ai possibili pacchetti disponibili, ho optato per la rinuncia al buffet del bar, una animatrice per “giochi della tradizione” all’aperto e una truccatrice (per Meryem questo punto era cruciale).

Al buffet ho pensato io, con la collaborazione di Nizam e di un paio di invitate. E’ venuta fuori una roba monumentale e abbiamo portato a casa (e mandato ad amici) abbondanti avanzi. A futuro memoria, elenco il menu del rinfresco, per circa 20 bambini e adulti annessi e connessi:

– 36 panini tondi salati (18 philadelphia e tacchino; 18 philadelphia e formaggio) – ne sono avanzati 3-4;
– 44 panini tondi alla Nutella – spazzolati;
– 60 pizzette di pasta di pane rosse e 60 bianche – quelle bianche erano troppe;
– frittata di cipolle al curry, offerta da Marielou – spazzolata;
– 8 hotdog tagliati a rotelline + felafel e bork a pezzettini, da Istanbul Kebab – spazzolati;
– patatine (2 buste grandi) e popcorn (due buste piccole) – ne sono avanzati un po‘;
– torta casalinga al cioccolato, arrivata un po’ tardi e per questo rimasta intonsa.

Inoltre c’era la torta di compleanno: due ciambelle del tre cotte in due stampi carini senza buco (una teglia di silicone a forma di cuore e una vagamente a forma di fiore), abbondantemente coperte di glassa di cioccolato e decorate dalla festeggiata, una con un set di decorazioni di zucchero di Hello Kitty e l’altra con numerose caramelline m&m’s. Sono molto contenta della scelta fatta. Le torte sono state spazzolate a tempo di record. Meryem era fierissima di averle fatte con me e decorate da sola (la preparazione è parte della festa, è la prima volta che capisco a fondo questa profonda verità: abbiamo fatto insieme anche i panini). Ci siamo risparmiati un bel salasso di pasticceria e tra l’altro (anche se non potevamo saperlo) questo ci ha aiutato a superare l’unico imprevisto che avrebbe potuto metterci in difficoltà: contrariamente a quanto mi era stato detto, il bar adiacente alla libreria (a causa del fatto che non avevo preso il catering da loro, presumo) non ci ha messo a disposizione il frigorifero. Noi siamo sopravvissuti senza inconvenienti, ma se avessi avuto una torta gelato avrei avuto un problema.

Veniamo alla recensione dell’animazione. In passato avevo espresse varie remore sull’animazione, che però ha indubbiamente i suoi vantaggi. Quella di sabato scorso è stata proprio l’animazione che avrei voluto e dunque posso dire di esserne stata entusiasta. Ai bambini, di varie età, sono state proposte (e non imposte, anche se l’adesione era abbastanza preponderante) attività diverse: giochi con la palla, giochi di corsa, giochi scatenati, giochi più quieti inclusa la pittura di un’enorme striscione di carta che ci è stato poi dato come ricordo della festa. Lo spazio offriva inoltre affari dove arrampicarsi (non riesco ad esprimermi in modo più preciso), un biliardino che ha fatto la felicità dei padri, un tavolo da ping pong che è stato utilmente impiegato dai miei nipoti adolescenti e due spazi di sabbia bordata d’erba, dove alla fine della festa i più motivati hanno razzolato per altre due ore, godendosi la prima brezza del tramonto estivo.

La truccatrice era bravissima (non le solite due cosette propinate a tutti: si è esibita anche in un drago spettacolare su tutta la faccia di un invitato), assai paziente ed è stata apprezzata da Meryem e dai suoi amichetti.

Abbiamo trascorso un pomeriggio molto piacevole e la preparazione non è stata affatto faticosa. Qui trovate qualche foto.

Finisco con un invito: se dovete organizzare festeggiamenti, prendete in considerazione questa soluzione e, in generale, fate una visita alla libreria Tana Liberi Tutti. Propongono tante attività, laboratori, idee. Le ragazze sono gentilissime e competenti. Mi hanno confessato che, in questo periodo di crisi, le cose non vanno benissimo. Mi ha fatto quindi ancora più piacere contribuire, nel nostro piccolo, a una causa importante: mantenere in vita uno spazio di cultura, educazione e svago pensato con attenzione e cura a misura dei nostri figli.