Falsa partenza


Forse saprete già che il kebabbaro è curdo e musulmano. “Ma è praticante?”, mi viene spesso chiesto con una punta di preoccupazione. La risposta corretta è sni.

Non mangia maiale e quindi io evito che esso, in tutti i suoi molteplici e appetitosi derivati, compaia nel nostro frigo. Questo implica che le poche volte che si mangia fuori (kebab escluso) si proceda a una minuziosa disamina del menù, a volte integrata da interrogatorio al cameriere. Con tutto ciò una volta si è trovato a mangiare per errore una ciotola di fagioli con le cotiche, ma è stato davvero un incidente di percorso (e non ricordo se alla fine ho deciso di rivelargli o meno la verità).

Sull’alcol si concede qualche strappo, come la maggior parte dei suoi connazionali. Giusto un bicchiere di vino occasionalmente (la birra non gli piace). Il resto della pratica fa assai più acqua. I 13 anni di assenza dalla Turchia si fanno sentire pesantemente. Ora che può tornarci si è trovato più volte a impicciarsi sulla sequenza della preghiera (suo padre è osservantissimo) e ha sempre evitato accuratamente di essere a casa dei suoi durante il Ramadan, perché “non è più abituato”. Ciò non toglie che, ogni anno, si risveglia in lui almeno il buon proposito. Ricordo che una volta, anni fa, il primo giorno di digiuno lo vedeva impegnato a scarrozzare, sul far del tramonto, buona parte della famiglia Peri nell’entroterra laziale, il che ha comportato che non potesse mettersi a tavola che a tarda notte, prolungando la penitenza di svariate ore (per giunta con l’aggravante delle chiacchiere ininterrotte di cinque donne). Questa la premessa.

Due sere fa, intorno a mezzanotte, il kebabbaro annuncia la sua intenzione di riprovare anche quest’anno. Niente cibo, né acqua, né sigarette dall’alba al tramonto, per un mese. In questi casi, si consuma un pasto prima dell’alba. In un impeto di zelo interreligioso, mi offro di preparare il necessario (uova strapazzate, pane tostato, Philadelphia). E faccio una domanda apparentemente banale: “A che ora devi mangiare?”.

Il kebabbaro inforca lo smartphone e compulsa gli appositi lunari in turco. Lo vedo perplesso.

“Qui ci sono due orari diversi”
“Vabbè, ma lo saprai che significa, no?”
“Ehm, mmm, suhur… Dicesi suhur….ma il sole quando sorge?”
“Google dice che sorge alle 5:42”
“Ah, ok, quello è il secondo orario. Il primo è alle 3.20. Ok, tutto chiaro. Si deve mangiare tra il primo e il secondo orario, cioè tra le 3.20 e le 5.40. Metti la sveglia alle 5”.

Così abbiamo fatto. Toppando clamorosamente. Il digiuno infatti inizia al primo orario, che poi è quello della preghiera dell’alba. Stendiamo un velo pietoso. Il kebabbaro si difende sostenendo che l’ultima volta che il Ramadan cadeva d’estate era molto piccolo e quindi la sua memoria degli orari è assai sfalsata. Sarà. 

Lui si è accorto della cantonata nel pomeriggio. A quel punto ha mangiato un felafel per sottolineare il suo disappunto. Però poi gli hanno detto che è nata una disputa nel mondo islamico sulla data di inizio del Ramadan e che gli “arabi” cominciavano solo oggi. “Vorrà dire che per una volta mi considererò arabo”, mi ha comunicato per telefono un po’ rianimato. E dunque oggi è ripartito, animato da uno zelo leggermente calante. Resisterà? Si accettano scommesse.

Scatole


Stamattina mi sono svegliata animata da una rara ondata di zelo ordinatore. Ieri pomeriggio un amichetto di Meryem è venuto a giocare e la visione della sua mamma sofisticata seduta un po’ in pizzo sul divano del mio salone che fissava sconcertata il caos primordiale che pareva brulicare tutto intorno a lei deve aver avuto una parte nel mio improvviso impulso a migliorare le cose, sia pur quel minimo.

Alle nove avevo già preparato un bustone di roba da buttare. Alle nove e mezza, dopo aver provato invano a convincere Nizam ad andare da Ikea, gli avevo comunque intimato di smontare il lettino di Meryem. Lui, senza battere ciglio, ha rimandato l’impresa a lunedì o martedì, ottenendo il duplice vantaggio di placarmi sul momento (se si fosse rifiutato avrei insistito fino allo sfinimento) e anche di consentire a sua figlia di non dormire sulla nuda terra per un altro paio di giorni.

Dopo pranzo mi sono dedicata ai vestiti di Meryem. Ho comprato dal cinese sotto casa due bauletti “Angelo”, al vantaggioso presso di 2,90 euro cadauno. Andavano montati ciascuno con 28 affaretti di plastica tipo chiodini. Quaranta minuti dopo avevo il pollice viola e due contenitori troppo piccoli con puttini stucchevoli su ogni lato. Torno dunque dal cinese e acquisto altre quattro scatole, da montare chiudendo grossi automatici già attaccati alla superficie (prezzo 3,20 euro: a questo punto mi viene solennemente consegnata una tessera fedeltà del negozio Yin con il primo timbrino – chissà che si vince). Smadonnando altri dieci minuti ottengo altri quattro contenitori di più agevole montaggio, ma ugualmente brutti e assai più sbilenchi.

A quel punto sono pronta a domare il caos. Rinuncio all’impresa di provare i vestiti a Meryem, che è di umore assassino già dopo il secondo. Vado a occhio. Butto tutto fuori e divido in quattro categorie: estate sì (da riporre nel cassettone), estate no (vestiti da scartare), inverno sì (da tenere per l’anno prossimo), inverno no (da scartare). Non posso permettermi mezze stagioni, ma lo sanno tutti che non esistono.

Due ore dopo sono fierissima di me. Una volta riempite, chiuse (a volte tamponando di nastro adesivo) e inguattate le scatole, la stanza ha esattamente lo stesso aspetto di prima. Però in un certo senso ho realizzato, sia pur parzialmente, un cambio di stagione. Queste sì che sono soddisfazioni.

Topo di città


Questo weekend mi prendo una pausa dal vortice delle iniziative per la Giornata del Rifugiato, iniziato splendidamente con il convegno di giovedì e che mi travolgerà ancora per una decina di giorni, e mi dedico a un altro piccolo vortice più privato, quello dei festeggiamenti per il sesto compleanno di Meryem.

Anche il compleanno di mia figlia, come il mio, è ravvivato dalle amicizie nate su questo blog. Giù ieri è arrivata Chiara con famiglia e oggi finalmente conoscerò Gabriella. Nel pomeriggio festeggeremo con alcune persone care e gli amichetti di classe alla Città dell’Altra Economia, un posto speciale per me e oggi anche per Meryem.

Adoro il panorama metropolitano del Mattatoio di Testaccio. E’ parte di me, della mia storia. Questo mi fa pensare a uno scambio di battute simmetriche di ieri con la mia omonima pavese. Io dicevo che, con tutto l’empito bucolico e la piacevolezza di un fine settimana nell’aia, io in Cascina non credo che potrei viverci. Chiara, in serata, pur avendo ammirato il centro di Roma con una delle luci più meravigliose che esistano e essersi rifatta gli occhi con la facciata di S. Andrea della Valle e la cupola attorcigliata di S.Ivo alla Sapienza, giustamente osservava che lei a Roma non potrebbe viverci. Come da manuale, Meryem da loro notava divertita la puzza degli animali. Amelia ieri si lamentava della puzza di smog.

Insomma, sembravamo la favola del topo di campagna e del topo di città. Questo pensiero mi diverte e allo stesso tempo mi fa apprezzare la gran fortuna di potersi frequentare e cambiare – temporaneamente – panorama e abitudini.

P.S. Comunque mia madre è entusiasta dei suoi ospiti, che trova assai simpatici. Considerando che la prossima settimana vincerà un violoncellista americano, mi sa che dall’anno prossimo possiamo inaugurare il B&B…

Perché sì, perché no


Ieri mio nipote doveva realizzare, per la scuola, delle interviste. Io e Nizam abbiamo avuto l’onore di essere inclusi nel campione. La sera abbiamo confrontato le nostre risposte (io mi ero già fatta riferire le sue dalla mamma dell’intervistatore, viva la fiducia… ma corrispondevano a quello che mi ha riferito lui).

La prima domanda era: “Vorresti vivere in una città diversa da Roma?”
Entrambi abbiamo risposto di sì. Io ho menzionato Berlino e Istanbul, lui Amburgo o qualche città dell’Italia del nord, tipo Aosta o Bolzano. Insomma, sulla Germania settentrionale si potrebbe trovare un compromesso.

Sui motivi per cui vivere a Roma tutto sommato ci piace risultavamo abbastanza concordi: la bellezza e straordinarietà oggettiva del luogo, il clima (non dimentichiamo il clima), per me – più che per lui – i ricordi, gli affetti, i legami familiari.

Molto di più avevamo da dire sui motivi per cui vivere a Roma non ci piace. La lista potrebbe essere lunga, ciascuno si è dovuto limitare a sole tre risposte. Trovo però che Nizam sia stato sintetico e efficace nel dire, senza esitazione alcuna: “Perché qui non funziona niente! Un’ora di attesa alla posta, sei ore di attesa al Pronto Soccorso, due ore di attesa allo sportello dell’Anagrafe…”. Magari sarà un po’ esagerato, ma certo il livello di inefficienza medio è tale che tutte le volte che ci si trova davanti a un servizio che funziona si resta basiti. Da quando ha il negozio, Nizam tocca con mano quotidianamente i disservizi che lasciano sgomenti i turisti, specialmente stranieri. Metro chiusa per sciopero praticamente un venerdì sì e un venerdì no, autobus che passano a singhiozzo, senza alcuna possibilità di prevedere l’orario di passaggio, per non parlare di tariffe di hotel truffaldine, tassisti furbi e altri disguidi.

Giusto ieri al kebab è venuta una splendida ragazza palestinese che studia medicina qui a Roma (il dettaglio estetico non ha alcun rilievo per la narrazione, ma ne aveva per il narratore e io, fedele alla verità, riferisco) con suo padre, arrivato a trovarla da Israele. Il distinto signore, che parlava scioltamente cinque lingue (francese, tedesco, inglese oltre a arabo e ebraico) e, un po’ più faticosamente, anche l’italiano, era letteralmente  sconvolto e inorridito. In uno degli autobus affollati come carri bestiame che aveva preso dopo un’attesa di un’ora e più un borseggiatore gli aveva rubato il portafogli. A parte le considerazioni sulla qualità del trasporto pubblico, dunque, il fortunato palestinese ha potuto anche fare esperienza di presentare una denuncia al commissariato. Dopo un’altra eterna attesa, ha scoperto con un certo sconcerto che nessuno parlava una parola di una lingua diversa dall’italiano. Lui dunque se l’è cavata, ma si chiedeva (non senza una certa legittimità): “Ma gli altri, come fanno?”.

Quando Nizam mi dice che giurerebbe sul fatto che la maggior parte dei turisti che vede non torneranno a Roma neanche se profumatamente pagati, io qualche volta ribatto piccata che esagera. Ma allo stesso tempo realizzo, con dolore, che come molte cose, nel nostro Paese, è solo il caso che determina se l’esperienza di uno straniero (ma anche di un italiano) da noi sarà un sogno o un incubo. Chi mi conosce sa che io di Roma sono follemente innamorata. Che sono convinta che sia davvero un luogo straordinario, non solo dal punto di vista storico-artistico (e già solo per quello, quanto ci sarebbe da valorizzare…). Mi ferisce quindi dovere ammettere queste mancanze, così come non è piacevole riconoscere che la qualità della nostra vita è abbassata da tanti fattori che potrebbero essere corretti da organizzazione, volontà e senso civico di amministratori e cittadini.

Tra i punti a favore rispetto a vivere a Roma, Nizam ha elencato, con una certa mia sorpresa, “i romani”. Gli piacciono. “Magari sono un po’ bugiardi, un po’ finti, ma sono simpatici, caldi (nel senso, presumo, di calorosi)”. Io ieri sera non ero dell’umore e ho sbottato che a me no, i romani non piacciono. Non mi piace il menefreghismo, la tendenza a farsi scivolare tutto addosso (il “m’arimbarza”, per intenderci), la sciatteria, il pressappochismo. Ma mentivo. Adoro dei romani, di molti romani, la salace saggezza, l’ironia fulminante, un certo modo di dissacrante di intendere la vita che gli storici attribuiscono alla quotidiana consuetudine con il potere (vaticano, molto prima che nazionale).

Per concludere, stamattina ho chiesto a Meryem se le piace vivere a Roma. “No”, ribatte lei decisa. No? E dove vorresti vivere? “A Pavia” (per la precisione, a casa di Chiara, anzi “di Amelia”). E cosa non ti piace di Roma? Anche in questo caso, nessuna esitazione: “Casa nostra”. Sono soddisfazioni.

Otto Krunz e Mister Hyde


In questi giorni, mentre mi applicavo a ottemperare – inizialmente a malincuore – agli impegni presi, mi è tornato in mente un aneddoto della mia famiglia talmente mitologico da avere ormai perso quasi ogni addentellato con i fatti reali, per diventare una sorta di paradigma. Saprete forse che mio padre, di lavoro, faceva lo studioso di cose astruse e antiche. Diciamo che un giorno torna a casa visibilmente sconvolto. Dopo mesi, forse anni, a imbastire una teoria rivoluzionaria sulla corretta interpretazione dello pseudocommentario dello pseudo Pincopallis, noto solo da frustolo di manoscritto scritto con la mano sinistra da amanuense ubriaco (roba forte, dalle pesanti ricadute sulla storia della scienza), gli era cascato l’occhio su una noticina bibliografica in carattere micropiccolo in calce a uno dei millemila studi specialistici consultati alla bisogna. Per scrupolo, per mero maledetto scrupolo, e non senza svariate difficoltà logistiche, aveva messo le mani su un tomo tedesco denso e documentato, scritto da tale Otto Krunz. Ed ecco lì esposta nei minimi dettagli la sua teoria. Già edita e argomentata, scompaginata ai dotti della materia fin nelle pieghe più riposte. Le sue ricerche degli ultimi anni potevano, in buona sostanza, essere condensate in un sintetico “cfr. Otto Kunz, op. cit.”.

Sono momenti in cui la tempra dello studioso è messa a dura prova. Tacere di Krunz? Chi mai si prenderà la briga di scovare proprio quella particolare opera? (Internet non c’era ancora). E poi è in tedesco. L’ignoranza linguistica avanza anche nel mondo scientifico. Infine, dall’oscuro tormento interiore, emerge il ricercatore puro. Che, superato lo smarrimento iniziale, capirà che ci sono due o tre argomenti di Krunz che non suonano del tutto convincenti. E li userà per lanciarsi in nuovi, inesplorati sentieri della filologia (o di quel che è).

Da qualche giorno, per l’ennesima volta, mi trovo a scoperchiare il mio lato oscuro, per scrivere quello che, ancora una volta, sono certa sarà il mio ultimo articolo scientifico. E, mannaggia a me, invece di una cauta passeggiata in un terreno noto e poco interessante, mi trovo risucchiata da un tunnel in caduta libera di tentazioni speculative. Devo cavarmela con poco, sia come tempo che come spazio. E invece eccomi lì, ancora una volta, a tirare filetti che si portano via un ordito intero. Il dottor Jekyll stavolta non avrà vita facile. Le potenzialità del web non fanno che dopare l’Hyde biblista, squadernandogli davanti uno dopo l’altro articoli astrusi che lui stesso credeva inaccessibili.

Per un attimo, da un titolo in bibliografia, ho creduto di essermi imbattuta subito subito nel mio Otto Krunz. E invece no, via via che delle domande a cui undici anni fa non avevo saputo dare risposta iniziano a chiarirsi nella mia testa, ancora mi pare che la mia idea sia mia e mia soltanto. Che poi probabilmente tale resterà, vista la sede di presunta pubblicazione. “Ma che soddisfazione ti dava scrivere libri/articoli che leggevano solo una decina di persone?”, mi ha chiesto qualche volta il mio attuale capo. Lui, evidentemente, non si porta un Mr Hyde assatanato di lingue morte chiuso a chiave nel doppio fondo del cervello. Di solito direi: Beato lui. Certamente la sua esistenza è più lineare. Ma in questi giorni, in queste ore, mi godo l’impazzimento (part time) del cane da caccia – nonché il supporto, il sostegno e la compagnia qualche vecchio bracco come me. Grazie a tutti (ma specialmente a Caterina, che sono sicura che mi capisce fino in fondo).

 

Illuminanti miagolii


Non so se esiste qualcosa di più kitch della tazza che è arrivata a casa mia sabato scorso. E’ un mug a strisce bianche e nere, ha un muso di gatto in rilievo e, udite udite, miagola. Sì, miagola. Quando la si solleva. Quando si socchiude lo sportello dell’armadietto in cui è riposta. Quando si apre il rubinetto vicino allo scolapiatti dove è poggiata. Miagola sonoramente, tre volte di seguito.

Eppure è proprio questo raccapricciante oggetto che mi ha permesso di fermare alcuni pensieri luminosamente felici, che mi appunto per non dimenticare.

Questa tazza mi fa pensare a mia sorella maggiore, che l’ha maliziosamente regalata a Meryem. A quanto è divertente ridere insieme a lei (dovremmo farlo più spesso). A quante cose divertenti possiamo ricordare. Perché per carità, la nostra famiglia non è stata tutte rose e fiori, però si è riso parecchio. Penso agli scherzi surreali che ci siamo fatti, agli aneddoti ricordati mille e mille volte. E penso anche che sabato a pranzo, per un attimo, mi è parso che Roberto Palazzi fosse lì a ridere con noi. Quanti momenti felici abbiamo avuto. Mica è da tutti.

La mattina dopo la tazza è stata usata da Meryem per fare uno scherzo perfetto al padre che, alzatosi un po’ assonnato, ha fatto per bere il suo caffellatte e si è trovato sommerso di inaspettati miagolii. Non credo dimenticherò mai le loro espressioni. Un momento perfetto. Il giorno dopo ne ho immortalato un altro, al negozio di kebab. E oggi mi dico: invece di recriminare sul fatto che questi momenti siano così pochi, forse potrei essere felice del fatto che ci sono. Lo sono, in realtà.

Per associazione di idee, ho pensato a me stessa. E’ vero, tante cose non le avrò mai. Non avrò mai, soprattutto, quel “per sempre” a cui in fondo, nella mia ingenuità camuffata da disincanto, ho sempre ambito. Ma oggi, mentre dalla cucina arrivano i miagolii della tazza, non voglio pensare a quello che non avrò. Oggi vedo quello che ho avuto (“Grazie, mio Dio, per la mia buona vita e per tutto l’amore che ho ricevuto”, scriveva Agatha Christie nella sua indimenticabile autobiografia) e, perché no, quello che ho ancora. Una risata. Una coperta divisa. Le piccole cose di ogni giorno. E a ogni giorno basti il suo affanno.

Se


Mi ricordo che molti anni fa mio padre mi chiamò in camera sua e mi chiese di comprargli in libreria un libro di poesie di Kipling con il testo a fronte. Lui non parlava l’inglese, ma mi spiegò che una poesia l’aveva colpito in modo particolare e quindi voleva trovarne anche l’originale. Comprai per lui un Oscar Mondadori. La poesia era questa, famosissima.

Mio padre mi ha dato pochi insegnamenti espliciti. Un tipo tanto professorale e potente nei giudizi, eppure sempre assai restio a codificare a noi figlie qualcosa, a rendere in parole chiare e univoche ciò che voleva che cogliessimo di quello che credeva importante. Scherzava sul fatto che se uno è intelligente capisce tutto quello che deve capire da quando ha cinque anni (oddio, Meryem ne ha cinque e mezzo); quindi è inutile perdere tempo a insegnare tanto. Ma sto divagando.

Quella lettura di “Se” sul lettone, accanto a lui, mi è rimasta scolpita nell’anima come una cosa fondamentale, che prima o poi mi sarebbe tornata utile. Forse questo momento è arrivato. Non casualmente, qualche giorno fa, dovendo scegliere una citazione per una pubblicazione del Centro Astalli, mi sono tornati alla mente quei versi.

Se riesci a tenere la testa a posto quando tutti intorno a te
L’hanno persa e danno la colpa a te,
Se puoi avere fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te,
Ma prendi in considerazione anche i loro dubbi.
Se sai aspettare senza stancarti dell’attesa,
O essendo calunniato, non ricambiare con calunnie,
O essendo odiato, non dare spazio all’odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo da saggio….

Ieri pomeriggio le parole di Kipling sono risuonate forti in me e ho pensato che mi stavo comportando in modo del tutto diverso. In un modo che non mi faceva bene e non mi faceva onore.

Ma stasera non posso fare a meno di pensare che dovrei declamare questa poesia, a voce alta, a intervalli regolari.

Se riesci a sopportare di sentire la verità che hai detto
Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi,
O guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con strumenti logori…

Mi torna in mente un’altra sera con mio padre. Tornavo da una delle mie prime esperienze da scrutatrice. Lui mi aspettava guardando la tv sul divano del salone. Io ero sconvolta per la prima vittoria di Berlusconi. Non ricordo cosa ci siamo detti. Mi ricordo però che in quel momento ho ripensato a un’altra sera, prima di un esame, in cui mi sentivo male e lui mi aveva fatto bere un sorso di Cointreau e mi aveva fatto sdraiare con lui sul divano, sotto la sua coperta. Ecco, la sera di quello scrutinio ho desiderato che facesse la stessa cosa, che mi consolasse.

Se puoi fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare dal principio
e non dire mai una parola sulla tua perdita.
Se sai costringere il tuo cuore, tendini e nervi
A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c’è più nulla

Tranne la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”

Cavolo, se ho perso tutto, nella mia vita. Almeno quattro volte, forse un po’ di più. Ma so costringere il mio cuore, i miei tendini e i miei nervi a tenere duro? No, in questo non sono tanto brava. Né per le cose piccole, né per quelle grandi. Il mio massimo successo è seppellire, tenere a bada, in un angolo oscuro del mio cuore.

Se non possono ferirti né i nemici né gli amici affettuosi,
Se per te ogni persona conta, ma nessuno troppo….

Ecco, stasera questo è il verso più difficile. Sono pluriferita. E, ciò nonostante, credo profondamente che si debba “riempire ogni inesorabile minuto / Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi”. Forse questa è l’indicazione buona per trovare la strada in questo sconforto.

Paradossi sanitari


Ieri, con la febbre ancora alta, potevo avere il dubbio che non fosse accaduto sul serio. E invece eccomi qui, più presente a me stessa, per documentarvi l’ennesimo incontro surreale con il mio medico di famiglia. Nel mio caso, il medico di famiglia è proprio il medico della mia famiglia. Ha in cura la quasi totalità della famiglia Peri e questo ha i suoi vantaggi (qualcuno) e i suoi svantaggi (vari). Sarà che ci vado pochino assai (riceve in orario tarato sulle esigenze del pensionato monteverdino medio), ma ho sempre l’impressione di essere un’intrusa anche quando riesco a farmi ricevere. Ieri in effetti non mi è dispiaciuto essere scortata fin dentro la sala visite da mia sorella maggiore: mi pareva che, con i suoi contrappunti, avessimo un peso specifico maggiore.

Mi trascino (o piuttosto, vengo trascinata), più morta che viva, allo studio. Miracolosamente tocca a me in un tempo relativamente breve. Entro, anzi entriamo. Lui esce e mi pianta lì per un po’. Al ritorno dichiara candido che la signora arrivata ben dopo di me (e di altri), quella stessa che cinguettava in sala di attesa amenità su quanto sia affettuoso il suo labrador, “sa, aveva la febbre. Ho dovuto visitarla prima”. Ora non escluderei che la garrula tizia potesse avere qualche minima alterazione. Ma non credo di fosse bisogno di essere un medico per vedere a occhio nudo che io veleggiavo sui 38.5 da tre giorni abbondanti. Vabbè.

Mi visita. Mi ribadisce che ho l’influenza, nota con profonda sorpresa che ho la gola molto rossa, mi ammolla un antibiotico. Precisa che la febbre può durare anche molti giorni. “Lei non aveva fatto il vaccino, quest’anno, eh?”, mi fa con aria di bonario rimprovero. Veramente sì. “Ah, infatti”. E poi infierisce: “E si può anche prendere più di una volta, sa? Magari uno guarisce e dopo due o tre giorni ricomincia da capo, pari pari. Sono virus che si modificano molto velocemente”. Ottimo. Osservo che in effetti mia figlia è a casa da dieci giorni. Gli occhi gli risplendono di luce sinistra: “Aaaah…ecco come l’ha presa! E sa che poi capita che si continua a passarsela per tutto l’inverno? Cioè, magari ora la bambina guarisce e se la riprende da lei? E poi lei di nuovo dalla bambina? Un circolo vizioso”.

Ma grazie, dottore. A volte una parola buona fa più di mille medicinali…. Faccio i debiti scongiuri, cordialmente saluto e ringrazio. Magari, con un po’ di fortuna, ho contagiato anche lui.

Lettere da Gerusalemme 1 – Un quadro di insieme


Rimandando a altro momento un post serio su un libro di cui nel mio ambiente si inizia a discutere abbastanza, inizio il promesso special vintage da Gerusalemme con una lettera, datata 20.8.1995, che più di altre si presta a dare un quadro di insieme della condizione della sottoscritta, all’epoca borsista squattrinata della Hebrew University. La lettera è indirizzata a mia sorella Marina ed era evidentemente destinata, fin dalla scrittura, a una lettura collettiva. Mi accorgo solo ora, a posteriori, che è stata scritta il giorno immediatamente precedente all’attentato. Forse per questo, di tutte le lettere, è la più scanzonata.

Disclaimer: La lettura, pur non riservata a un pubblico strettamente femminile, presenta alcuni passaggi potenzialmente imbarazzanti che, per ragioni narrative, non possono essere espunti. Me ne scuso con i miei lettori maschi.

Caro Cucciolo (e cari tutti gli altri!),

ti scrivo dal dormitorio di Givat Ram, ribattezzato dagli americani Givat-Nam (per ovvia assonanza con Vietnam) a causa della piacevolezza dell’ambiente e dell’abbondanza di confort che lo contraddistinguono. Immagino che sia studiato per liberarci dai nostri turpi pregiudizi occidentali, quali ad esempio che sia necessario lavarsi la mattina (l’acqua manca sistematicamente) o addirittura tenere un tavolo più pulito di un pavimento (un numero indefinibile di gatti randagi usa indistintamente l’uno e l’altro per ogni sorta di attività). Nelle stanze la temperatura raggiunge facilmente i 40°, fuori cala rapidamente già nel pomeriggio e sugli autobus arriva intorno allo 0 a causa di una meravigliosa aria condizionata a cui gli israeliani non rinuncerebbero per nulla al mondo.

Sono arrivata alla conclusione, da vari indizi, che gli israeliani sono un popolo che assomma in sé tutte le nevrosi americane (è impossibile trovare del latte che abbia più del 1,5% di grassi e molto difficile trovare uno yogurt che salga sopra lo 0%) e tutte le inefficienze tipicamente mediterranee. Il risultato è che si corre freneticamente qua e là per le più svariate ragioni per ottenere, quasi sempre, nessun risultato. Ci hanno fatto memorizzare il nostro indirizzo fin dal primo giorno che siamo qui, dicendoci che era importante – anzi, VITALE – che le nostre famiglie sapessero subito dove scriverci e poi nessuno fino ad oggi è stato in grado di dirci DOVE arriva la posta (un telegramma spedito mercoledì mattina alla mia compagna di camera è stato misteriosamente trovato oggi, domenica, sotto la porta della nostra camera).

Cerchiamo comunque di sopravvivere. Da questa mattina sono felicemente proprietaria di un bancomat della Bank Discount di Gerusalemme (il nome è tutto un programma) e mi sento di toccare il cielo con un dito (se non è troppo blasfemo, qui non si sa mai). Ho preso parte ad alcune escursioni di un vantaggiosissimo package deal, per cui mi hanno scucito ben 260 dollaroni. Consistono in una specie di trekking (mai estenuante, finora) con l’unica differenza che il gruppo è aperto e chiuso da sorridenti ragazzoni armati di mitra (una semplice misura precauzionale, dicono). Del resto capita spesso di trovarsi sull’autobus un pistolone puntato sulla schiena perché un soldato viene spinto contro di te da una curva: è tutta una questione di nervi saldi e loro evidentemente li hanno, visto che giocherellano continuamente con i grilletti.

A parte questo, la gita lunga che ho fatto questo weekend è stata molto carina, pur con qualche pecca dal punto di vista culturale. Il titolo della gita era: “On the tracks of Nabateans” e l’unica volta che i poveri nabatei sono stati nominati è stata nella frase che riporto testualmente: “Questa cisterna è stata scavata da un popolo chiamato nabatei, ma il nome non importa, è un po’ difficile da ricordare”. Probabilmente i giovani americani pensano che sia il nome di un kibbuz. L’unico a gemere con me è stato un tedesco molto tedesco di nome Peter Stein che con la sua sistematicissima guida tedesca (un mattone di centinaia di pagine) stava controllando dettagliatamente tutti gli importantissimi siti archeologici accanto ai quali siamo passati prima di fermarci alla casa in mezzo al deserto dove Ben Gurion ha passato gli ultimi anni della sua vita.

Comunque abbiamo fatto una bella scarpinata nel deserto, in un parco naturale pieno di stambecchi (che non vivono solo sulle montagne innevate, come credevo io, ma stanno benissimo in mezzo al Negev), di falchi egiziani (enormi e bellissimi, con grandi ali bianche e nere) e pernici (e, di notte, pare che ci siano un sacco di volpi, leopardi e vipere cornute! Grazie a Dio solo di notte…). Abbiamo passato la notte in una specie di tenda beduina vicino Masada (l’unico sito archeologico che ci è stato concesso, in quanto grondante di ideologia giudaica e di eroismo nazionalista) e il giorno dopo – shabbat – erano previste tranquille attività ricreative in un posto chiamato Mizpe Ramon, per non turbare con viaggi il dovuto riposo del sabato.

Dopo aver assistito alle funzioni serali (gli unici tre infiltrati eravamo io, un’altra italiana – avventista – e il tedesco, luterano), abbiamo dormito il sonno del giusto e a me, durante la notte, sono giustamente venute le mestruazioni con qualche giorno di anticipo. Per il giorno seguente il programma prevedeva: piscina “OR” mountain bike nel deserto “OR” un misterioso “repelling to the crater”. Scartate le prime due opzioni con decisione, ho ripiegato sulla terza, pensando che si trattasse di una passeggiata (assumendo “repelling” come sinonimo di “hiking” per innocua variatio stilistica). Indipendentemente da me, anche il tedesco ha fatto lo stesso ragionamento e ci siamo trovati nello stesso gruppo.

Abbiamo a quel punto scoperto due cose: a) Le tre opzioni non erano alternative, ma successive. L’unica scelta era l’ordine in cui fare le cose; b) “repelling”, come forse tu con il tuo Proficiency saprai, consiste in questo:

20130117_203356cioè camminare all’indietro con i piedi aderenti alla roccia e il corpo più o meno proteso nel vuoto. Ebbene, ho fatto anche questo, oscillando a mo’ di pendolo un po’ a destra e un po’ a sinistra e con tremendi saltoni qua e là, ma arrivando felicemente in fondo alla scarpata di questa specie di canyon.

Quello che ho trovato atroce è stata la mountain bike nel deserto. Io non sono una gran ciclista e non so bene come abbia fatto a reggere un’ora, catapultandomi scoordinatamente su e giù dalla bici, prendendo TUTTI i sassi (dal brecciolino allo sperone roccioso) e ansimando come una vaporiera a ogni pendenza. Mi hanno dovuto aspettare una mezzoretta, ma ce l’ho fatta anch’io. Non so se riesci a immaginare come mi sia ridotta, anche in considerazione del mio stato e non so nemmeno se sia possibile prodursi lividi in alcune particolari parti del corpo, ma ancora oggi – a più di 24 ore di distanza – cammino a gambe larghe. Ho boicottato però almeno la piscina e sono andata a vedermi panorami in vari punti strategici (uno spettacolo effettivamente notevole).

Gerusalemme vecchia è pure molto bella, anche se il fatto che il sabato non ci siano autobus taglia un po’ le gambe ai nostri programmi. Il resto della città però non brilla per particolare piacevolezza e bisogna fare attenzione a non capitare per sbaglio nel quartiere ultraortodosso perché se sei una donna e indossi a) pantaloni; b) gonne corte; c) magliette a maniche corte; d) vestiti colorati (per non parlare di canottiere, pantaloncini e minigonne!) qualche simpatico chassid potrebbe tirarti dalla finestra una pentolata di acido, Comunque incontrare (e sono tanti!) questi, tutti addobbati come polacchi del ‘700 con grossi cappelloni di pelliccia nera e tuniche di seta, oppure quelli con cappelli neri a falde larghe, boccoloni e camicione nero è uno spettacolo piuttosto suggestivo. Anche tra gli studenti stranieri c’è qualche osservante con regolare kippah in testa. La mia compagna di camera, Antonella, il primo giorno a lezione sedeva accanto a uno di questi (un ragazzino francese) e le sono caduti gli assorbenti dallo zaino: il poverino ha fatto un balzo indietro e non le ha rivolto parola per 5 o 6 giorni. Poi, passato il periodo a rischio, ha ripreso a parlarle. 

Bene, mi sembra che il bollettino sia abbastanza aggiornato, per ora. Salutami tutti e scrivetemi, perché se un giorno troverò tutte le lettere che mi saranno arrivate sarà una vera pacchia….

Edipo,dove sei?


Ogni promessa è un debito: ecco a voi la seconda istantanea di casa Peri. Autrice: io in prima media. Il titolo, questa volta un po’ sibillino, è “Prendiamo lo spunto da…”. Ovviamente non saprei precisare da cosa mai abbia preso spunto. Ne è venuto fuori un ritratto decisamente poco ufficiale di quello che era un affermato, stimato e persino temuto studioso di storia del cristianesimo e delle chiese: mio padre. Avverto i curiosi che il personaggio si presta poco alle googlate: la bibliografia di un monsignore suo omonimo e poco più giovane di lui è inestricabilmente mischiata alla sua, persino nei cataloghi della Biblioteca Nazionale. Mi sento in dovere di precisare che mio padre non ha scritto mai nulla su San Francesco e Santa Rita. Di molti santi si è occupato, ma erano rigorosamente ignoti ai più (i più famosi, per dire, erano S.Cirillo e S.Metodio). Ma non perdiamoci in dettagli.

Padri, questo è un monito per voi. Per quanto stimati possiate essere nella vostra professione, sappiate che quelle iene dei vostri figli vi descriveranno così, distruggendo in poche paginette di quaderno la vostra reputazione.

Nella mia casa, tra tante donne, mio padre non è tenuto in grande considerazione e di solito noi sorelle ci rivolgiamo a mia madre. [Già l’incipit è tutto un programma]. Quando non è a lavorare, alla Biblioteca Vaticana, è la persona in casa che non aiuta mai disturbando tutti: comincia a leggere il giornale o a correggere le bozze, spargendo fogli e penne ovunque, magari dove è stato appena messo in ordine [e abbiamo sistemato anche le numerose produzioni scientifiche: cartacce ingombranti]. Dal suo divano o dal letto brontola e dice frasi come questa, che è rimasta celebre: “Aiutiamo la mamma, sparecchiate”. 

Ogni tanto cerca di rendersi utile [concediamoglielo] e in quelle poche ore pomeridiane che non sono occupate dal suo riposino o dal lavoro [in quest’ordine], si aggira nei pressi della cucina. Dopo aver cucinato cosine piuttosto buone [su, questo ammettiamolo], si ritira in poltrona a leggere il giornale, lasciando piatti sporchi, bicchieri e patacche sparsi per la cucina.

Quando dobbiamo viaggiare preferisce perdersi piuttosto che chiedere un’informazione ad un passante e quando gli facciamo notare che forse sarebbe meglio farci indicare la strada da qualcuno brontola che lui può trovarla da solo. Se deve partire aspetta l’ultimo momento, infatti se cerchiamo di farlo muovere prima dice che gli mettiamo fretta, ma all’ultimo momento inizia a gridare: “Marina! Il mio passaporto! Chiara! La macchina fotografica! Vittoria! Il mio fazzoletto! Muovetevi!”.

Un’altra delle sue teorie è che qualsiasi malattia, dal raffreddore al morbillo, derivi dal fatto che non portiamo il cappello. Quindi, ogni volta che tentiamo di uscire, ci rivolge queste parole: “Marina! Chiara! La berretta!”.

Comunquenonostante tutto questo, mio padre è spesso affettuoso e giocherellone [quanta magnanimità!]: riesce in particolare a conquistarsi la simpatia degli animali di ogni genere e dei bambini piccoli di qualsiasi nazionalità. Molti ricordi della mia infanzia hanno come protagonista la figura di mio padre, che veniva ogni sera a raccontarmi favole inventate da lui o a cantarmi canzoni di montagna.