Tutto è lecito…


Ricordo una lettura del primo anno dell’università, intitolata: “Assiriologia. Apologia di una scienza inutile”. Se c’era una persona convinta dell’assoluta importanza degli studi di nicchia, quella ero io. Forse, in un angolino del mio cuore, lo sono ancora. Le cose inutili sono spesso belle, gustose, sfiziose. Il fascino dei sentieri non battuti appaga di per sé e ripaga di solito dalla vaga sensazione – che talora si affaccia – di essere fuori da quelli meglio frequentati non per scelta, ma per insufficienza o per incapacità.

Vengo da un paio di giorni intensi di convegno dove, forse per la prima volta, ho avuto la netta sensazione che avrei fatto meglio a non andare. Io li amo, i convegni. Ne ho organizzati anche alcuni, sui temi più improbabili. E allora perché questo disagio fastidioso, questa sensazione di essere un marziano tra quegli accademici, pur affabili, che al contrario parevano spassarsela abbastanza (come facevo io, ai tempi)? Forse la prima considerazione è che mi sentivo in colpa per essere stata invitata a parlare a quel tavolo. Non sono un tipo particolarmente modesto e non è che mi sentissi, di per sé, inferiore agli altri relatori. Semplicemente, non ero la persona giusta da invitare. Forse una decina d’anni fa lo sarei stata, forse nemmeno.

“Tutto è lecito, ma non tutto giova”. Sentire citare questa frase da una delle relatrici mi ha lasciato con la sensazione che forse il punto era proprio quello. Onestamente se il convegno fosse stato sui culti fenici o su questioni più proprie al mio io di accademica improbabile, non so se avrei avuto la stessa sensazione. Ma mi sa proprio di sì.

Sarebbe stato più utile e mi avrebbe giovato di più andare a parlare di rifugiati a un paio di persone in un comune della Valtellina. Con buona pace di José de Acosta, a cui va tutta la mia umana simpatia.

Di pattini a rotelle e di perseveranza


L’altro giorno ho accompagnato Meryem alla lezione di pattinaggio e, mentre la guardavo con la coda dell’occhio, ho ricordato con assoluta precisione quando su una pista del genere c’ero io. Fino ad ora, infatti, lei a pattinaggio era una principiante assoluta e io lo sono stata in un’età di cui non ho ricordi molto distinti. Ora invece ha cominciato ad esercitarsi nella modalità che è stata mia dalle elementari alla terza media.

Il pattinaggio artistico si pratica provando e riprovando. Giri intorno alla pista e provi una figura, un salto, una trottola. Una successione precisa di movimenti che deve diventare automatica e, allo stesso tempo, perfettamente controllata e consapevole. E allora succede che ripeti due, tre, dieci, venti volte quel movimento, prima su un rettilineo e poi sull’altro (o, se serve, sulle curve).

C’è qualcosa di zen in questa gara con se stessi. L’allenatore corregge individualmente e individuale è la maggior parte del lavoro. Millimitro dopo millimetro, pazientemente, si progredisce. Ricordo come oggi lo sguardo determinato della mia amica Giovanna mentre provava quell’axel che io ho sempre “rubato”, arrivando nella migliore delle ipotesi a un giro e un quarto su un giro e mezzo. Quell’espressione che lei aveva negli occhi a me è sempre mancata (e forse non casualmente io prima in una gara non sono arrivata mai).

Se si ripensa al pattinaggio a distanza di molti anni si tende a ricordare le gare, i saggi. L’attesa dell’esibizione, in cui io puntualmente mi sedevo a bordo pista bucandomi i collant con le schegge di legno. L’emozione di salire su un podio e il leggero panico di cadere rovinosamente, davanti a tutti. Ma quei pomeriggi passati a imparare la disciplina, quei tentativi certosini di riuscire, quel carico di frustrazione da masticare poco a poco, senza mai rilassare le braccia, no, non me li ricordavo. Eppure sono stati quelli la parte più importante.

Una tortura, direte ora voi. Come puoi pensare di far vivere questo a tua figlia? Ribatto, in primo luogo, che io non posso sapere se per lei sarà diverso. Magari ha più talento di sua madre e riuscirà con meno fatica. Ma l’obiezione più sostanziale è che poche cose per me sono state formative quanto il pattinaggio. Merito certo della mia allenatrice Cinzia Forghieri, ma anche di quel necessario allenamento alla perseveranza che tutte le discipline sportive richiedono. Ultima obiezione, non irrilevante: una delle prime gioie profonde della mia vita di cui ho memoria è la sensazione di pattinare con il vento nei capelli. Io, sola, con le mie forze. Sola con i miei pensieri. Sola con le cose che sapevo fare e tutte quelle che non mi riuscivano. Su quei pattini io non sono stata tanto spesso soddisfatta di me stessa, ma certamente ho imparato a fare i conti con onestà con quel che ero e quello che potevo (o non potevo) diventare. Su quei pattini sono stata davvero io, completamente.

E ovviamente se poi vorrà smettere, finito l’anno, potrà farlo! 🙂

L’ennesimo naufragio…


Ancora stamattina, sull’autobus, parlavo al telefono con un collega con parole che ormai per noi sono abituali: Mare Nostrum, Frontex Plus, Triton… Poi mi siedo alla scrivania e trovo sulla bacheca della mia amica Veronica il link a questo video.

Mi sono vergognata, perché anche noi, in realtà, ci siamo assuefatti a chiamare queste cose con un termine tecnico, a volte con una sigla. Anche noi, che pure i rifugiati li incontriamo tutti i giorni, abbiamo perso il conto dei naufragi e non riusciamo a piangere per ciascuna di queste persone.

Io vorrei davvero che tante persone, soprattutto quelle che dicono che queste operazioni di salvataggio non ce le possiamo permettere, guardassero questo video e seguissero i dieci episodi che Rai 3 trasmetterà in prima serata da lunedì 29 settembre (bravi!).

“Adesso le potete vedere per la prima volta, adesso possiamo capire cosa c’è dietro il titolo «Tragedia in mare, si ribalta gommone al largo delle coste italiane», così frequente e ripetuto da diventare facile pretesto per rifugiarsi nell’indifferenza dell’ineluttabile”.

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Errori da genitore (e una lista non basta)


Vedo oggi rilanciato qui e là sui social un articolo che avevo probabilmente leggiucchiato a suo tempo e che ha un titolo decisamente accattivante: Dieci errori comuni che oggi fanno i genitori (me inclusa). Toh, è stata la mia prima reazione, guarda che brava questa giornalista che riesce a comprendere l’infinito in 10 punti soltanto! Perché chi mi conosce lo sa: che i genitori come fanno sbagliano è una delle mie poche certezze. Sbagliavano i miei, per tanti versi iperstrutturati e iperattenti; sbagliano le madri trasandate come me; sbagliano diversamente – ma pur sempre sbagliano – le madri che ci si applicano a tempo pieno o quasi. [E i padri? Mi dirà qualcuno. Sì, si. Anche i padri. L’immagine però mi è venuta al femminile perché nella mia esperienza in ancora troppo circostanze alla fine le questioni quotidiane se le smazza la madre con i suoi emissari].

Al di là della pretesa del titolo, i contenuti dell’articolo sono una riproposizione un po’ più articolata e, almeno in parte, documentata (con gli immancabili contributi degli psichiatri di turno) di quel che spesso si finisce per bofonchiare, in una forma o nell’altra: ma non è che noi genitori (o “‘sti genitori”, a seconda di chi parla) ci allarghiamo (/si allargano) un pochino? Io sono convinta assolutamente di sì. Non arrivo a sostenere, come si lascia balenare nell’articolo, che era meglio quando gli adulti si disinteressavano dei minorenni, lasciati a razzolare qua e là, e certamente non li consideravano voce in capitolo sulle scelte della famiglia. Ma il bambinocentrismo fa una certa paura anche a me e, senza essere una specialista di grido, sospetto da tempo che non sia salutare.

“Ma se tu passi praticamente tutto il tuo tempo libero a immaginare attività per tua figlia!”, sbufferà qualcuno dei miei lettori. Touchée. Ma è anche perché io, di mio, altre attività strutturate di famiglia per il tempo libero non ne ho. Aggiungo anche che ritengo in una certa misura giusto e certamente più agevole ritarare il tempo della famiglia in modo che anche i più piccoli lo trovino godibile (per il sacrosanto principio che se il piccolo lui/lei è felice è più facile che lo siano anche i di lui/di lei genitori). Ma arrivati a una certa età (e, ahimé, mia figlia ci è arrivata) penso che sia un nostro preciso dovere cominciare a passare il messaggio che loro in effetti non sono al centro dell’universo. E che, passatemi il brutto termine, non sono loro a “comandare”.

Questo mi ha fatto pensare molto, durante questa settimana un po’ turbolenta. Già l’anno scorso avevo iniziato a esplicitare a Meryem il concetto di responsabilità. Alla fine, sono io che devo decidere se prendere l’ombrello o no, oppure se è il caso di fare tardi una sera. Posso consultarla, ma non posso lasciare a lei il peso di una eventuale decisione sbagliata. Perché ogni scelta che si fa solitamente ha delle conseguenze.

Credo che a questo punto una riflessione guidata sulle conseguenze delle scelte si imponga più che mai. Perché io ritengo importante che Meryem inizi a rendersi conto che se lei decide di lasciare la cartella a casa della tata poi sarò io a dover variare i programmi della mattina successiva. E non è ovvio. Il tutto per dire che non faccio mistero a mia figlia di desiderare molto che lei apra gli occhioni sul resto della comunità, considerando i coprotagonisti della sua quotidianità (i compagni, i maestri, la tata e persino io, sua madre) altrettanto degni di attenzioni e considerazione di quanto lo sia lei stessa.

E’ troppo presto? Non credo. Semmai è un po’ tardi. E quel che certo è che gli adulti più o meno genuinamente abnegati e proni a qualunque capriccio dei pargoli, propri o altrui, non facilitano l’impresa.

Cambiamenti


Mi piace pensare che questa estate ho fatto provare a mia figlia la bellezza di fare programmi e la bellezza di disfarli, per farne di nuovi. Che ci avrebbe aspettato un settembre di grandi cambiamenti un po’ lo sospettavo e in questa casa la flessibilità e la resilienza, proprio nel senso fisico del termine, sono indispensabili.

Affezionarsi a un’idea, a un sogno, a un proposito è un piacere profondo. Separarsene può fare male, ma a volte è necessario per affezionarsi ad altro, o semplicemente per restare noi stessi (o per restare vivi, il che alla fin fine è quasi la stessa cosa).

Una volta ho pensato che mi auguravo che la relativa facilità all’entusiasmo di Meryem la accompagnasse nei molti anni a venire. Entusiasmarsi e coltivare l’entusiasmo, senza limitarsi alla prima scintilla. Ma anche cambiare strada con lo sguardo ben fisso avanti, lasciando che la prontezza di cogliere cose nuove di cui entusiasmarsi porti via titubanze e sospiri.

Non mi piace ripercorrere nostalgicamente strade del passato. Ho indugiato un po’, a Torino, nella nostalgia. Me lo sarei preso volentieri un cappuccino in quel bar, sulla strada di Palazzo Nuovo. Ma volete mettere la soddisfazione di entrare per la prima volta con Meryem all’Arena di Verona e essere accompagnati ai nostri #tweetseats? 

Avanti dunque. Avremo una nuova maestra, dei nuovi vicini e tante altre cose, grandi e piccole, che non saranno più come prima. Ma se guardo Meryem, anche lei non è più come prima: gambe lunghe, risata pronta, lingua irrefrenabile. E anche io non sono come prima. Un po’ ammaccata, forse, ma comunque ancora capace di mettermi in spalla uno zaino e mettere un freno ai miei piagnistei. 

Achievement


Non avrei mai usato una parola così nel marzo del 2000. Se l’avessi dovuta tradurre, avrei controllato sul vocabolario.  La mia vita, allora, era diversa. Se la guardo con gli occhi di oggi, potevo ancora evitare gli errori più grossi. Ma i miei orizzonti, che credevo tanto vasti nell’arroganza della mia relativa gioventù, erano ridicolmente ristretti.
Ho pianto, nel marzo del 2000, in una piccola filiale della Cariverona. Mi pareva di essermi messa da sola un cappio al collo, di aver ipotecato la mia libertà. Facevo bene, ad essere angosciata.  Iniziavo un cammino davvero duro. Challenging, se devo usare un’altra parola imparata molto più tardi.
Avevo le lacrime agli occhi anche oggi, allo sportello di un’altra filiale di una banca che in questi 14 anni ha cambiato nome e proprietà.  Terminavo un percorso più lungo di qualunque relazione sentimentale che io abbia mai avuto. La lista mentale dei ringraziamenti onestamente non è lunghissima, ma è sentita.
Oggi, festa di S. Ignazio 2014, ho finito di pagare il mutuo sulla mia casa.

Le ferie? Anche quest’anno?


Pomeriggio estivo. Seduta su una panchina dell’oratorio del quartiere mi intrattengo con una giovane signora sudamericana mentre le nostre figlie, coetanee, giocano a biliardino. “E voi che fate, andate un po’ in vacanza?”. Questa banalità mi esce spontanea, in quella combinazione di distrazione e imbarazzo che prende il sopravvento, a volte, quando la giornata fatica a concludersi.

Lei sorride e mi spiega che sì, pur senza partire da Roma, ha deciso di prendersi due settimane di ferie dal lavoro. Nonostante il parere contrario del suo datore di lavoro, lo stesso da 17 anni. “Non vuole? E perché mai?”. La mia attenzione si è ridestata. Lei continua a sorridere. “Dice che non capisce perché le voglio, visto che non vado al mio Paese. Il biglietto costa, quindi ormai ci andiamo ogni due o tre anni. E lui continua a insistere: non capisce perché me le spreco, se quest’anno non devo partire. Gli pare assurdo che io voglia fare vacanza anche quest’anno”.

La guardo. Giovane, graziosa, madre di una bambina, garbata, con la frutta fresca per la merenda nella sporta di stoffa. Come si può pensare che una donna che lavora ogni giorno, otto ore al giorno, non abbia bisogno di (oltre che diritto a) due settimane di ferie? Per inciso, la bambina cosa dovrebbe fare per tutta l’estate? “Lui dice che dovrei portarla con me al lavoro, visto che è educata e sta zitta e buona tutto il tempo. Dice che a lui e sua madre non dà fastidio. Ma dà fastidio a me, tenerla sempre chiusa in casa a annoiarsi. Almeno per due settimane voglio portarla al mare, o a casa dei cuginetti”.

Scopro che per anni il signore, anzianotto e amorevolissimo verso decine di gatti randagi che accudisce con maniacale premura, ha scalato alla mia amica dalle ferie ogni singola ora in cui è rimasta a casa perché sua figlia era malata. “Ora mi hanno detto che non è giusto”, confessa lei. “Ma a me pareva normale. Comunque quest’anno lei non è stata quasi mai malata”.

Al di là delle questioni sindacali, un aspetto mi colpisce con assoluta evidenza. Questa signora, madre e lavoratrice impeccabile, che parla correntemente tre lingue, evidentemente è considerata dal suo datore di lavoro essenzialmente diversa da se stesso, da sua moglie, da sua madre, da suo figlio. Non una persona che arriva a sera stanca e che alla fatica del lavoro unisce quelle di essere moglie e madre. Non una donna che ha bisogno fisico e mentale di tirare il fiato, di coltivare i suoi interessi, di curare la sua vita privata. No, immagino che la veda come una sorta di elettrodomestico, di sua proprietà. Ha registrato che l’utensile necessita di tornare periodicamente (a intervalli peraltro sempre più distanziati nel tempo) al luogo di produzione: ok, sia. Ma al di là di questo, già piuttosto bizzarro, perché desiderare altro?

“Ma è tanto bravo, eh? Tanto gentile”. Ho sperato per un attimo che fosse un commento ironico. Ma temo di no.

Non sono razzista ma… 12 FAQ sui rifugiati (prima parte)


Il mio amico Luigi mi ha sfidato a raccogliere in 12 FAQ una prima infarinata di informazione corretta sui rifugiati. Ho fatto del mio meglio, perché l’esperienza mi suggerisce che c’è un grande bisogno di chiarezza su questi temi, vista anche l’insistente circolazione di bufale, pregiudizi e strumentalizzazioni. 

Ecco qui, dunque, il primo risultato di questa impresa a quattro mani. Spero apprezziate!

P.S. La vignetta è di Riccardo Marassi. 

1. Basta chiamarli profughi o richiedenti asilo: sono clandestini che vengono in Italia pensando di trovare una migliore sistemazione.
Falso. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha sottolineato in più occasioni che gli arrivi via mare sono composti in gran parte da persone in cerca di protezione, soprattutto siriani ed eritrei, in fuga dalla guerra e da gravi violazioni dei diritti umani. Queste persone non hanno scelto di emigrare, sono state costrette ad abbandonare il paese di provenienza per salvare la propria vita. I continui casi di negazione dell’accesso alle frontiere e di respingimenti in mare e lungo le frontiere terrestri pongono i rifugiati in condizioni di ulteriore rischio. L’arrivo di rifugiati in Italia, pur essendosi intensificato nel 2013 e nel 2014, non è né eccezionale, né imprevedibile: richiede pertanto una pianificazione strategica a lungo termine, che eviti il susseguirsi di misure emergenziali (notoriamente più costose e meno efficaci) e stati di allarmismo.
Per approfondire

2. Non li possiamo accogliere tutti, rimandiamoli a casa.
Chi arriva in Italia in fuga da una guerra (come quella in Siria) o da persecuzioni ha diritto di chiedere protezione. Lo dice la Costituzione italiana, la Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato del 1951, svariate normative europee inclusa la Convenzione Europea dei Diritti Umani e la legislazione italiana attualmente in vigore sull’immigrazione.
Il 23 febbraio 2012 la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato all’unanimità l’Italia per violazione dell’art. 3 (per aver esposto i ricorrenti al rischio di essere rinviati nei rispettivi Paesi di origine), dell’art. 4 Protocollo n. 4 (“Le espulsioni collettive di stranieri sono vietate”), nonché dell’art. 13 della Convenzione Europea dei Diritti Umani perché il 6 maggio 2009 circa 200 persone, che viaggiavano su tre barconi diretti in Italia, sono state intercettate da motovedette italiane, in acque internazionali, trasferite a bordo delle navi italiane e riportate in Libia, da dove erano partite, in conformità agli accordi bilaterali fra Italia e Libia. Era l’avvio della c.d. “politica dei respingimenti” che, secondo le parole del Ministro dell’Interno italiano dell’epoca, Roberto Maroni, doveva rappresentare un “punto di svolta” nella lotta contro l’immigrazione irregolare. La sentenza della Corte europea ha chiarito ufficialmente e senza dubbio che quella operazione di respingimento, così come tutte le altre condotte dal governo italiano fino a tutto il 2010, erano pienamente e senza alcun dubbio illegittime ai sensi del diritto internazionale. Altri respingimenti di rifugiati ai confini, effettuati più recentemente da diversi Paesi europei, sono stati denunciati dall’UNHCR.
Chi cerca protezione internazionale non può essere rimandato a casa, né in un altro Paese dove la sua incolumità potrebbe essere a rischio, prima che si sia esaminato individualmente e accuratamente qual è il motivo per cui chiede protezione.
Intercettare le persone nei Paesi di transito o pattugliare le coste africane per bloccare le partenze, misure a volte adottate dall’Unione Europea e dai singoli Stati membri, in molti casi costituiscono vere e proprie violazioni del diritto d’asilo e in quanto tali vengono denunciate dagli enti di tutela. Violare una legge dove è meno probabile di essere scoperti non rende la violazione della legge meno grave o meno condannabile.

3. Perché tutti da noi?
Contrariamente a quello che potrebbe sembrare, in Italia arriva un numero piuttosto piccolo di rifugiati, sia in termini assoluti che in termini relativi. Secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite, al mondo i migranti forzati (le persone costrette per motivi di forza maggiore ad abbandonare le loro case) sono 45,2 milioni, di cui 10,5 milioni di rifugiati registrati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).
I 4/5 dei rifugiati vivono nei cosiddetti Paesi “in via di sviluppo” e la metà del totale in Paesi dove il reddito medio è inferiore a 5 dollari al giorno. A giugno 2013 il Paese che accoglieva il più alto numero di rifugiati era il Pakistan. In termini assoluti e in termini relativi (rispetto al PIL, rispetto alla popolazione, rispetto a qualunque cosa) il carico maggiore grava su Paesi poveri, instabili, già molto provati. Praticamente nessuno di questi Paesi chiude le frontiere davanti a civili in fuga dalla guerra. I rifugiati registrati in Libano, ad esempio, sono 1,4 milioni su una popolazione totale di 4,3 milioni. Fatte le debite proporzioni, sarebbe come se in Italia in 3 anni fossero arrivate 20 milioni di persone.
Sì, ma quanti arrivano in Europa? Nel 2013 in tutta l’Unione Europea sono state presentate 398.200 domande d’asilo (non tutte accolte, evidentemente). Di queste, 109.600 sono state presentate in Germania. E in Italia? Nel 2013 in Italia sono state presentate complessivamente 27.830 domande d’asilo. In particolare, i siriani che hanno chiesto asilo nell’Unione Europea sono stati quasi 50.000. In Italia, appena 695.

4. L’Unione Europea e gli altri Stati membri non ci aiutano.
SI’ E NO. Il commissario Ue agli Affari interni Cecilia Malmström ha dichiarato: “L’Italia nella passata programmazione finanziaria europea ha ricevuto circa 500 milioni di euro complessivi provenienti da diversi fondi mentre nella prossima programmazione, che va dal 2014 al 2020, sarà il più grande ricevente di fondi per la gestione dell’immigrazione”. Al di là dello stanziamento dei fondi, però, la principale carenza è la mancanza di una politica comune, benchè la legislazione in materia d’asilo sia stata unificata a livello europeo. Arrivare da rifugiato in Paese europeo o in un altro fa moltissima differenza, da ogni punto di vista.
Addirittura alcuni Paesi europei (Grecia e Bulgaria, al momento) sono stati dichiarati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite (UNHCR) paesi non sicuri per chi chiede asilo, sebbene siano Stati membri dell’Unione Europea. Non c’è bisogno di sottolineare quanto sia grave una situazione del genere.
Anche quando si ha accesso alla procedura d’asilo, i tempi, le modalità e le probabilità di avere successo variano enormemente da un luogo all’altro. Diverse sono anche le concrete possibilità per chi è riconosciuto rifugiato di rifarsi una vita, di imparare la lingua, di trovare un lavoro, di vedere riconosciute le sue competenze, di studiare, di mandare i suoi figli a scuola, di fruire di misure di sostegno sociale per sé e per i propri familiari.
L’unica cosa comune è la sostanziale chiusura delle frontiere esterne e la gestione di alcune misure di difesa dei confini, tra cui un’apposita agenzia, Frontex.
Alcuni Paesi europei fanno molto più di noi per l’accoglienza dei rifugiati. Molti ricevono più domande d’asilo dell’Italia, sia in termini assoluti che in termini relativi. Nella maggior parte dei Paesi la cosiddetta prima accoglienza è molto meglio organizzata. Con alcune eccezioni, si intende: a Malta, ad esempio, i richiedenti asilo sono comunemente detenuti durante la procedura d’asilo.
In alcuni Paesi europei le politiche per l’integrazione sono molto più strutturate e efficaci.
L’Europa invece, intesa sia come singoli Stati che come Unione, fa molto meno dell’Italia per il soccorso in mare dei rifugiati che arrivano attraverso il Mediterraneo. Mare Nostrum è un’operazione che ha salvato la vita a oltre 60.000 persone. Un’operazione certo costosa, ma doverosa e indispensabile per adempiere pienamente a quanto richiesto dalle norme internazionali.

5. Perché non lasciamo andare in altri Paesi chi non vuole fermarsi in Italia?
Perché la legislazione europea allo stato attuale non lo consente. L’ultima versione del Regolamento di Dublino, che risale al giugno 2013, ribadisce la regola che l’Unione Europea si è data a suo tempo: chi chiede asilo deve farlo nel primo Paese europeo in cui arriva. Le eccezioni sono poche: per chi ha un visto rilasciato da uno Stato europeo, per un minore non accompagnato che può dimostrare di avere famiglia altrove… Ma per un adulto, anche avere un familiare (fratello, marito, zio o altro parente) cittadino di uno Stato non è motivo sufficiente per poter presentare domanda d’asilo lì. Chi arriva in Italia dovrebbe fermarsi in Italia.

Tuttavia al momento molte delle persone che arrivano nel nostro Paese proseguono verso i Paesi del nord Europa. I dati ci dicono che per la maggior parte scappano come possono da un Paese che li accoglie così male. Lo Stato di fatto li incoraggia, non essendo del tutto sistematico nel rilevare le impronte digitali (che, introdotte nel sistema EURODAC, di fatto consentono i reinvii da un paese all’altro) e dichiarando anche espressamente che il Regolamento di Dublino è iniquo e va rivisto. Peccato che quando era il momento di farlo nessuno lo abbia fatto, sebbene chiesto da molti anni da tutti gli enti di tutela alla luce di moltissimi studi dettagliati e in buona parte finanziati dalla stessa Unione Europea.
Il caso dei rifugiati dalla Siria è abbastanza emblematico. Circa il 94% dei cittadini siriani arrivati in Italia hanno scelto di non presentare domanda d’asilo e di proseguire il loro viaggio: degli 11.300 siriani sbarcati nel 2013, solo 695 persone hanno chiesto asilo. Dati analoghi si registrano a Malta, in Grecia e in Portogallo. Ma cosa succede a queste persone una volta arrivate nel Paese dove vogliono chiedere asilo? Molti siriani, intercettati durante il viaggio all’interno dell’Europa, sono stati inviati nuovamente, a volte dopo un periodo di detenzione, in altri stati membri (Italia, Grecia, o anche in Paesi terzi (Federazione russa, Ucraina, Serbia, Macedonia…) che offrono ancora meno garanzie rispetto alla tutela del diritto d’asilo. Dopo viaggi lunghissimi, costosi e pericolosi, chi fugge dalla guerra rischia di trovarsi in carcere o in luoghi dove non viene garantita nemmeno l’incolumità fisica.

6. I rifugiati in albergo ed i poveri italiani non riescono ad arrivare alla fine del mese.
Chi chiede asilo, durante il periodo in cui lo Stato esamina la sua domanda e dunque decide se la persona ha diritto di restare o no, deve essere ospitato in una struttura di accoglienza. Si tratta di un obbligo non derogabile, recentemente ribadito anche dall’Unione Europea. L’Italia spesso e volentieri ha derogato, in realtà, lasciando un buon numero di richiedenti asilo senza accoglienza, ma anche in seguito a richiami ufficiali a questo aspetto si fa maggiore attenzione. Però l’attuale sistema nazionale di accoglienza, pur recentemente allargato, continua ad essere di gran lunga insufficiente al bisogno: non solo i posti non bastano, ma si fa molta fatica a farne un uso razionale ed efficiente. Perché? Perché il numero dei richiedenti asilo da un anno all’altro è imprevedibile? Non esattamente. Il numero di domande d’asilo, salvo fisiologiche oscillazioni da un anno all’altro, è costante e prevedibile. L’obbligo di accogliere i richiedenti asilo non è certo una novità. Ma in Italia si fatica a programmare e, addirittura, sembriamo prediligere le emergenze, specialmente quelle annunciate.

Arrivano persone, non ci sono posti, che si fa? Scatta la procedura d’emergenza. Il Ministero degli Interni, attraverso le Prefetture, si mette alla ricerca di strutture in giro per l’Italia, attivando convenzioni dirette con chiunque abbia posti da mettere a disposizione (per tre mesi o sei mesi, a circa 30 euro al giorno per persona accolta). È bene precisare, prima che qualcuno tiri fuori la calcolatrice per fare il conto della paghetta ingiustamente attribuita al profugo scroccone, che non vanno direttamente ai richiedenti asilo, bensì agli enti gestori. Chi ha partecipato, chi partecipa a questo tipo di bandi? Enti, associazioni, cooperative esperte di accoglienza, nel migliore dei casi. O, nel peggiore, chiunque abbia una struttura inutilizzata o sottoutilizzata e voglia prendersi un po’ di soldi. E’ una storia già vista in altre occasioni: alberghi vuoti o in ristrutturazione, conventi diroccati, palazzine inagibili in mezzo alla campagna, baite alpine…

Ma almeno si risparmia? Ma certo che no. Anzi, si spreca. C’era un’alternativa? Sì, varie. Quando è stata dichiarata l’emergenza, era stato appena rifinanziato il Sistema nazionale di accoglienza ordinario, che è composto di progetti presentati dai Comuni in partenariato con enti esperti sul territorio, vincolato a precisi parametri di efficienza e qualità. Erano stati finanziati 16.000 posti, ma comunque non si era esaurita la graduatoria. Si sarebbero potuti, ad esempio, usare gli stessi soldi per finanziare il resto dei progetti, evitando dispersioni sul territorio e improvvisazioni, assicurando a chi è appena arrivato in fuga da una guerra un’assistenza qualificata e stabile.

Segue qui.

La noia è creativa solo d’estate


 

Non credo che non sappiate come la penso sull’argomento calendario scolastico. Ma è sempre utile riassumerlo e ribadirlo, anche perché mi pare davvero incredibile che in questo Paese non si possa neanche iniziare un dibattito sull’argomento senza levate di scudi surreali.

Provo ad andare per punti, così non mi perdo.10356129_748783721841294_7420382510615066936_n

 

 

– Per molti anni il calendario scolastico è stato organizzato così. Bene. Ma ciò non vuol dire che sia immutabile per principio. Molte cose sono cambiate negli ultimi venti anni. La didattica, sperabilmente (non sempre), il mondo in cui i nostri figli vivono e anche e soprattutto le dinamiche familiari.

La scuola pubblica così organizzata oggi non dà le stesse opportunità a tutti i bambini. Il che è vistosamente in contraddizione con il suo mandato. Perché? Perché una scuola che si disinteressa di un quarto dell’anno (a essere buoni) e lo lascia alla privata iniziativa e al libero mercato (chi più ha meglio si arrangia) è una scuola ipocrita. Punto. Le scuole private possono lasciare il calendario che credono, le scuole pubbliche dovrebbero riorganizzarlo tenendo conto della realtà sociale e delle necessità delle famiglie.

– Necessità delle famiglie significa, a scanso di equivoci, necessità di tutti i componenti della famiglia. Dei genitori che lavorano con difficoltà sempre crescenti e non possono mettersi in ferie per tre mesi e mezzo consecutivi; dei genitori come coppia, perché le ferie separate non sono certo una soluzione ideale; degli studenti, sia nell’immediato (un calendario più razionale, con pause cadenzate, come è uso in molti Paesi del mondo è secondo molti esperti un approccio più adeguato anche didatticamente) che forse in prospettiva (andiamo verso un mondo del lavoro maggiormente integrato, non farebbe comodo anche avere un sistema educativo meno eccentrico?). Ma anche necessità dei nonni, se e quando ci sono, che magari sono felici di trascorrere del tempo con i nipoti, ma si godrebbero certo di più intervalli di tempo più ragionevoli, senza rischiare di vedersi degradati a babysitter a costo zero per mesi e mesi.

– Ma le settimane di vacanza scaglionate durante l’anno (come il calendario ipotizzato nell’immagine sopra) vanno comunque “coperte”, mi si obietterà. Certo. Ma volete mettere? Intanto per una parte dei lavoratori prendersi ferie non consecutive è più facile. Per chi può partire si eviterebbe l'”effetto agosto” e quindi sperabilmente ci sarebbe meno speculazione rispetto ai prezzi dei soggiorni. Ci si potrebbe godere meglio tutte le potenzialità del nostro territorio, che non è bello solo d’estate. E per chi resta, un campo di didattica alternativa di una-due settimane ha molte più probabilità di avere un senso. Per un periodo più breve si potrebbero anche organizzare soluzioni a turnazione tra famiglie dello stesso quartiere o soluzioni informali più efficaci. Insomma, tutta un’altra storia.

Non mi venite a dire, vi prego, che i tre mesi e mezzo di vacanze non sono un problema dei bambini, ma solo un problema dei genitori. Ma che messaggio educativo è questo? Io a dividere problemi dei genitori da problemi dei bambini non ci sto. Nella mia famiglia, tutt’altro che esemplare, le difficoltà si ripercuotono su tutti e quindi, ciascuno secondo quello che è in grado di contribuire, sono di tutti. Sono di tutti le gioie, sono di tutti le fatiche.

E risparmiatevi anche i vagheggiamenti sul periodo più bello dell’anno e sulla noia creativa. Mi sono sempre chiesta perché la noia sia creativa solo d’estate (soprattutto, diciamocelo, quando tu genitore hai sbolognato i tuoi figli a qualcun altro alla tua casa al mare/lago/montagna). Piuttosto, da genitori, diamoci una regolata sulle attività extrascolastiche durante l’anno e non esageriamo con i ritmi. Le opportunità sono molte, resistere ad alcune proposte bellissime è difficile. Ma se alcune di queste attività, almeno quelle che non richiedono strutture mirabolanti, trovassero maggiore spazio in una scuola molto più aperta, che sia davvero un riferimento per tutti?

Sette anni


In questo tangram folle di giugno, domani Meryem compie sette anni. Oggi, sulle scale di S. Andrea, la sentivo rispondere un po’ timida a padre Giovanni e ho pensato a quel concerto di Natale a S. Ignazio, quando gli ho detto che ero incinta. E lui che poi raccomandava di farla nascere in un giorno “giusto”, ad esempio quel 12 giugno in cui è nato anche lui. Quella, come tantissime altre cose, non ho ovviamente potuto sceglierla.
Sette anni fa salutavo due donne che mi hanno dato, ciascuna a suo modo, un grande e immeritato affetto: Antonella Spanò e suor Maria Teresa.
Sette anni, intervallo temporale dei miti e delle favole. Proprio una magia mi ha portato la compagnia di questa ragazzina dalle ciglia lunghe e dalla battuta pronta, capace di essere timida con chi non conosce (ma anche di lanciarsi in lunghe e inattese conversazioni con perfetti sconosciuti) e di credere a Babbo Natale e al topo dei denti.
Sette anni non tutti scintillanti, certo. Ma sette anni di vita vera, pienamente vissuta, con immensi squarci di luce che compensano ogni cono d’ombra.
Sette anni da celebrare. Sette anni per cui essere profondamente grati.
Auguri, Guerrigliera.