Sfastidiata


Tanto prima o poi questo post lo riscriverò, anche se sull’argomento mi sono già espressa chiaramente lo scorso anno. Quindi tanto vale farlo oggi, che sono comunque di pessimo umore. Quest’anno la scuola chiude la prossima settimana, dopo un numero x di giorni di vacanza e di chiusura dovute a elezioni, festività e ragioni imprecisate.

Non vi ripeto tutta la lamentazione, mi limiterò all’essenziale: una scuola pubblica che chiude per tre mesi abbondanti (un terzo dell’anno) non si preoccupa di fatto di offrire a tutti quelli che la frequentano le stesse opportunità. In quei tre mesi il divario tra chi ha i soldi e chi non li ha (perdonatemi la distinzione terra terra) è di per sé immane. A questo si aggiunge quello tra chi ha i nonni e chi non li ha, tra chi ha un lavoro flessibile e chi non lo ha, eccetera eccetera.

Non è l’unico problema della scuola pubblica, certo. Non è l’unico problema della scuola in generale. Ma è quello di stagione, questo me lo concederete, nonché uno di quelli che più mi brucia, in assoluto.

Qualunque creativa attività che (pagando) si possa avere, migliore o peggiore che sia, ha comunque la caratteristica di essere per sua natura temporanea, disorganica, a volte assolutamente settoriale. Non so se nell’attuale offerta di attività, pur ammettendo di avere budget illimitato e nessun vincolo di luogo e di orario, si potrebbe rintracciare qualcosa che abbia un senso e continui ad averlo per 11 settimane (cioè le settimane di chiusura della scuola meno le tre settimane di ferie di cui posso disporre). Se poi ci si cala nella realtà e si applicano i filtri del pagabile (sia pur con fatica, buffi, rinunce e collette) e del logisticamente compatibile, la scelta si orienta decisamente sul meno peggio.

Paradossalmente il format di famiglia ideale per affrontare le vacanze scolastiche è quello dei genitori separati. Chi non lo è, a volte lo simula prendendo ferie in periodi diversi. Chi è “fortunato” e può disporre dei nonni, provvede a manovre di affido ai limiti dello sbolognamento del pacco ingombrante. Posso dire che tutto questo? A me pare una follia. Una follia pura.

Quello del calendario scolastico mi pare uno dei molti tabù ideologici che esistono in questo Paese. Ah, come era bello quando nella nostra infanzia ci si apriva un periodo spensierato di lunghi mesi senza scuola, di noia creativa, di socializzazione e contatto con la natura… Beh, mi permetto di dire che non tutti l’hanno vissuta così, già allora. Io, che pure potevo contare su una madre insegnante che (salvo esami di maturità) era più libera di altri lavoratori (si può dire almeno questo?), non ricordo vacanze particolarmente straordinarie e memorabili (il budget era quello che era). Ma che, cosa più rilevante, io ritengo che la percentuale di bambini che la vive così adesso non sia la maggioranza. E se anche lo fosse, mi piacerebbe molto che uno Stato civile si preoccupasse un minimo anche di ciò che si prospetta per le minoranze.

Disobbedire


Ieri ero, con caparbia testardaggine, alla riunione del comitato dei genitori della mia scuola, per motivazioni analoghe a quelle di cui parlavo a proposito del voto europeo: sostanzialmente, una fede cieca nel fatto che un giorno anche questa assemblea al momento incomprensibile tornerà ad avere un senso. Si è venuto a parlare degli Invalsi e, di conseguenza, del tema più ampio del rispetto delle leggi quando sono, più o meno palesemente, ingiuste.

Il primo pensiero corre, inevitabilmente, a Antigone. Strano come il primo serio pensiero sulla disobbedienza civile mi sia stato insegnato da una professoressa severissima e vecchio stile, che non aveva nulla di sessantottino. Una professoressa che un giorno, traducendo un verso dell’Iliade con la sua vocina tremolante, aveva avuto un’uscita indimenticabile: “Qui in realtà la traduzione letterale sarebbe un po’… un po’… un po’ forte, ecco. Il testo dice infatti: …e tu, ficcatelo…” L’intera classe restò con il fiato sospeso, completando mentalmente la frase interrotta con ogni sorta di colorite immagini. Ma poi la prof riprese: “…ficcatelo… bene in testa!“. Risata omerica (e dunque pertinentissima al testo in questione). Dicevo però che questa donnina temutissima da tutti, facendoci comprendere fino in fondo la pienezza di un classico come la tragedia di Sofocle, ci ha creato in testa quel fondamento teorico che distingue una azione semplicemente illegale da un gesto etico.

Il mio secondo pensiero è andato invece al nocciolo del mio problema attuale: come insegnare a un bambino la disobbedienza? Mi obietterete che non ce n’è alcun bisogno, dato che gli viene assolutamente spontanea. Ecco, appunto.Disobbedienza non significa fregarsene delle regole: al contrario, io credo che abbia valore se chi la pratica crede in un sistema regolato da leggi e lotta per migliorarlo. L’esperienza di un bambino è forse troppo breve per riuscire a spiegare in modo efficace questa differenza. Soprattutto la differenza tra violare una regola per il proprio personale tornaconto e farlo invece in nome di un bene maggiore, universale. O forse sono io che sono troppo limitata?

Il mio terzo pensiero derivava direttamente dal secondo e non era troppo allegro: non credo che sarei davvero capace di violare la legge per un bene più alto. L’ho desiderato molte volte, ma in fin dei conti non ce l’ho mai fatta. Mi piace pensare che forse, in circostanze estreme… Ma poi mi ritrovo sempre, elveticamente ligia. Pago persino il canone RAI, per dire… Evidentemente i miei genitori e i miei educatori sono stati più efficaci nell’insegnarmi il rispetto della norma che nell’incoraggiarne i alcun modo la trasgressione. Ma anche il carattere conta, immagino.

Ma proprio mentre mi crogiolavo in questo semicupo pensiero, stamattina mi si è presentata la straordinaria opportunità di rendermi complice di un gesto di disobbedienza che condivido profondamente. Un gesto dovuto, che denuncia tutta l’ipocrisia delle leggi e delle politiche sull’immigrazione contro cui mi sentite tuonare spesso e volentieri su questo blog. La realtà è la strage di persone innocenti a cui assistiamo inebetiti e persino commossi. La realtà è la cappa di impermeabile indifferenza che gettiamo sui sopravvissuti, che evidentemente non ci commuovono altrettanto. Io stessa, alla Stazione Centrale di Milano, non ho faticato a individuare i siriani in transito, fuggiti dalla guerra e in attesa di altre rocambolesche e disperate fughe qui, a casa nostra.

Per questo, la compassione non è il sentimento giusto. Perché noi siamo soggetti politici, e il non farci carico delle questioni europee perché riguardano “gli altri” per i quali ci commuoviamo è ipocrita, e immorale come le azioni per le quali ci indigniamo.

Per questo, un gruppo di folli ha deciso di cambiare registro. Non più la lacrima come veicolo politico, deresponsabilizzante, ma la festa come strumento di battaglia. Disobbedire con sorrisi, abiti di gala, e situazioni rocambolesche. Perché nulla è più potente per esorcizzare la morte e la sofferenza, di un legame festoso.
Non stare da questa parte, e compatire, ma stare dalla parte giusta. Con la sposa.
Io sto con la sposa nasce così. 

(Valeria Verdolini, Io sto con la sposa)

Un’avventura iniziata il 14 novembre 2013 a Milano da 23 ragazzi e ragazze, convinti che in questo caso disobbedire si può e si deve. Loro, trafficanti improvvisati per coscienza e per arte, hanno rischiato e rischiano molto. Io non rischio affatto, ma mi piace pensare di essere parte di essere parte di quella “comunità di persone, in Europa e nel Mediterraneo, che come noi sognano che un giorno questo mare smetta di ingoiare le vite dei suoi viaggiatori e torni ad essere un mare di pace, un mare dove tutti siano liberi di viaggiare, e dove nessuno divida più gli uomini e le donne in legali e illegali”. Immaginate di offrire un caffè o una pizza a questi ragazzi, di ospitarli per una notte. Rendetevi complici, nel vostro piccolo. Magari così questa storia arriverà al Festival di Venezia e, da lì, anche ai posti dove questa vergogna può essere cambiata. Potete fare un’offerta, anche piccolissima, qui.

Mamma, chi voti?


“Mamma, ma tu voti?” Sì, Guerrigliera, rispondo sospirando. Un sospiro che è tutto un programma. “E papà?” No, Guerrigliera. Paga più tasse lui da 14 anni a questa parte di buona parte delle persone che conosco, eppure no, lui non è europeo. Ergo non vota.

“E chi voti?”. Oddio. Non lo so, sono indecisa. “Ma devi decidere!”. Temo proprio di sì. “Sei indecisa tra due?”. Sì. “Ti piacciono tutti e due?”. Non esattamente, Guerrigliera. Vuoi la verità? Allora sarò brutale. Se elimino tutti quelli che mai e poi mai potrei sopportare di votare, ne restano due. Però ci sono cose che non mi piacciono anche in questi due. E allora il mio problema è capire quali siano le più importanti. “Ti dò un consiglio, mamma: fai una lista delle cose che ti piacciono di uno, poi una lista delle cose che ti piacciono dell’altro e a quel punto conti chi ne ha di più”. Ecco, non è un’idea malvagia. Quasi quasi… Però il mio problema sai qual è, Guerrigliera? E’ che questa volta ho la sensazione di non avere abbastanza informazioni. E quindi leggo, leggo, e ogni volta che sto per decidermi leggo qualcosaltro che mi fa dubitare di nuovo.

Giorni fa ho letto questo, e quasi mi ero convinta. Oggi leggo questo e il mio cuore vacilla ancora, più che mai. Perché, ve lo confesso, io sono di sinistra. Una sinistra tutta mia, forse. Una sinistra ideale, una sinistra che crede nelle utopie come sguardo che si alza sopra l’orizzonte delle beghe piccole e dei privati interessi. Una sinistra impastata di bene comune, giustizia sociale, Europa e mondo. Ma esiste, questa sinistra?

A anni 41 suonati, 15 dei quali trascorsi nell’arena dell’immigrazione, la disillusione è ai massimi livelli. Conosco e stimo alcuni (pochi) che hanno fatto politica, così come conosco e stimo alcuni (pochi) che hanno trovato nell’università o nella scuola un’occasione di lavorare seriamente. Ma poi lo sguardo cade sul carrozzone, sulle dichiarazioni qualunquiste, sugli slogan infelici. E mi imbarazzo. Mi cascano le braccia. Mi scoraggio.

“Mamma, ma tu voti?”. E certo che voto. Come potrei non votare? Fosse solo per manifestare il mio profondo dissenso, voterò. Anzi, di più. Voterò immaginando che a qualcosa serva. Voterò sperando di capire, un giorno, come restituire un senso a questo mio voto.

P.S. No, non ho ancora deciso al 100%. Se vi sentite di aggiungere consigli, argomentate pure.

 

Però ti adoro


“Mammahaipresenteolivnomagaricianaperchéiomiricordotuttomasonoanchebravaacantarelodiceancheilmaestrocheseunosalvaqualcosanellamemoriailcervellonessunolopuòrubarementreiltelefonosìcomeèsuccessoate? MammaaaavieniacontrollaresehopiegatobeneivestitimacosìicapellisonoabbsstanzabagnatimammachepigiamadevomettermimammadoveèfinitatigrabiancanonècheMarialhanascostaaaa?”
Ci sono giornate che iniziano e finiscono così, con te che cerchi di parare i colpi, ma che di tanto in tanto ti senti urlare:”Un attimo! Aspetta-un-attimo!”, ma tanto le parole non fanno nessuna presa, scivolano come suole lisce su un pavimento insaponato.
Oggi mia figlia mi ha detto che lei sa già più cose di me, perché io sarò pure andata a scuola, ma non avevo un maestro come il suo. E per dimostrarmelo mi faceva l’esempio del platano. Io so dove si trova il platano? Ecco, sta proprio davanti alla scuola e io non lo so. Visto?
A un certo punto mi ha detto anche che vorrebbe un’altra mamma, più gentile.
Però poi in mezzo sono successe tante cose e soprattutto ne sono state dette tante altre. Parole, parole, parole. Fiumi in piena che ti travolgono senza lasciarti il tempo di una pipì.
“Ma la gente risorge alla stessa età in cui è morta? O si torna tutti neonati? Perché sarebbe un disastro, non ti pare? Tutti che gattonano nel mondo, nessuno che sa che il fuoco non si tocca, tutti che rovesciano i motorini. ..”. Una prospettiva agghiacciante. Ho smesso di domandarmi da dove le arrivino queste idee.
“Mamma è gelata, mamma scotta, mamma è bollente, mamma ti ho detto che è gelataaaa!” Trovo che la più efficace metafora della mia genitorialità oggi siano i miei affannosi tentativi di regolare la temperatura dell’acqua della doccia. Come faccio sbaglio, e non di poco. Mia figlia non sembra percepire temperature intermedie. E più lei urla, meno è captabile questo giusto mezzo di cui siamo tutti alla ricerca e che certe sere sospetti che sia una mera astrazione dei fisici teorici.
Ma poi, assoluti e inaspettati come le critiche, arrivano gli apprezzamenti: “Mamma che bella idea è stata venire qui. È stata una giornata veramente meravigliosa”. E tu vorresti solo stramazzare in un angolo silenzioso eppure sei contenta lo stesso.

Parliamo d’Europa?


Si avvicinano, inesorabilmente, le elezioni europee. Ora di combattere contro il consueto senso di fastidio e di esasperazione che mi assale ogni qualvolta si arriva a un appuntamento politico. Giornali e siti già sbandierano sondaggi: gli italiani sono stanchi dell’Europa, gli italiani sotto sotto ci credono ancora, gli italiani si sentono europei, gli italiani prediligono le loro identità locali o localissime. La sensazione è piuttosto che, in questa lunga stagione di crisi, gli italiani e gli europei in genere non riescano più a alzare lo sguardo. Una politica esangue, che alterna liste sterili di “cose da fare” a messaggi allarmistici, non aiuta. Per non parlare di spettacoli pietosi tipo Meloni e La Russa che inscenano il finto sbarco chiedendo gli stessi privilegi degli immigrati (no, non ve lo linko: se ci tenete ve lo cercate).

Probabilmente la domanda sensata da porsi non è se vogliamo l’Europa, ma quale Europa vogliamo. Facciamo un piccolo reminder dei fondamentali?

Il progetto della casa comune europea è nato dall’esperienza diretta della guerra. Gli obiettivi, almeno sulla carta, sono chiari: la promozione della pace, dei suoi valori e del benessere dei suoi popoli. Quali sono i valori della pace? Alcuni sono esplicitati nei documenti fondamentali dell’Unione: tra gli altri, lo sviluppo sostenibile, la lotta contro l’esclusione sociale, la promozione della giustizia e della protezione sociale.

Nel 2000 l’Europa si è dotata di una Carta dei Diritti Fondamentali, condivisa da tutti gli Stati Membri. Oltre agli obiettivi, dunque, si è chiarito inequivocabilmente anche il modo in cui procedere per raggiungerli: porre la persona al centro di qualunque azione politica. Tali diritti non sono riservati ai cittadini dell’Unione: devono essere garantiti, com’è ovvio, a “tutti gli individui”.
“Il godimento di questi diritti”, conclude il preambolo della Carta dei Diritti Fondamentali, “fa sorgere responsabilità e doveri nei confronti degli altri come pure della comunità umana e delle generazioni future”.

Non tanto lontano dai confini dell’Europa, il conflitto in Siria uccide e mette in fuga centinaia di migliaia di civili innocenti, con la stessa irrimediabile irrazionalità che gli europei hanno sperimentato sulla loro pelle durante la Seconda Guerra Mondiale. In Africa e in Medio Oriente conflitti vecchi e nuovi creano ogni giorno migliaia di rifugiati. Come esercita l’Unione Europea la propria responsabilità nei confronti di queste persone?

Giusto oggi sono stati pubblicati un paio di rapporti, uno di Amnesty e uno di Human Rights Watch, su ciò che accade ai rifugiati siriani alle frontiere dell’Europa. Respingimenti e abusi commessi regolarmente, in buona parte finanziati da fondi europei e persino rivendicati come legittimi e necessari. La “casa comune” di un tempo sembra essere diventata un club esclusivo, una fortezza inespugnabile da difendere a tutti i costi.

Io sono però profondamente convinta che, se vuole tenere fede ai suoi valori fondanti, l’Europa oggi più che mai è chiamata ad aprire le porte a chi cerca asilo e a impegnarsi seriamente per agire con dignità e giustizia nell’accoglienza e nelle politiche sociali in generale.

Ho iniziato solo oggi a guardarmi intorno e a leggiugghiare qualche materiale elettorale. Il sito ufficiale del PD mi spiega che “il vero limite delle elezioni europee è che sembrano lontane dai problemi dei cittadini. Con questa campagna, è possibile ‘avvicinare l’Europa’ a casa delle persone”. Ottimo. E cosa ci propone di circolo PD di Bruxelles in materia di immigrazione e asilo, nel documento Europa 2014, questa volta è diverso?

“Immigrazione e asilo: con una vera gestione comune delle frontiere esterne dell’Unione, ad esempio, attraverso la trasformazione di Frontex in un vero corpo europeo di guardie di frontiera, l’Italia sarebbe meno sola nell’affrontare le emergenze migratorie”.

E questo è tutto, almeno lì. Pochino davvero. Pochino e assai discutibile.

Zelante, cerco nel programma del PSE, in cerca di uno sguardo più ampio.

“Gli Stati membri devono mostrare una reale solidarietà in  materia di politiche di migrazione e di asilo, per evitare che si
verifichino altre tragedie umane, e mettendo a disposizione risorse sufficienti. Per salvare vite, l’Europa e i suoi Stati membri sono chiamati ad agire in maniera solidale, dotandosi dei meccanismi adeguati per condividere le responsabilità. Vogliamo politiche di integrazione e di partecipazione efficaci e meccanismi di assistenza ai paesi da cui partono i migranti. La lotta alla tratta di esseri umani deve essere intensificata”.

Meno peggio, diciamo. Ma comunque vago e insoddisfacente. Un mix tra afflato umanitario da lacrime post Lampedusa e il vecchio e rassicurante adagio “aiutiamoli a casa loro”. La chiusa sullo spauracchio della “tratta di esseri umani”, poi, salva capre e cavoli. La si può intendere come Papa Francesco, ma ci si può far rientrare anche il proseguimento delle consuete politiche di contrasto dell’immigrazione clandestina, di cui sopra abbiamo avuto alcuni esempi. Più in là, al paragrafo “diritto alla sicurezza”,  il testo menziona anche la lotta al “crimine organizzato e trasfrontaliero”. Chissà cosa si intende, esattamente.

A conclusione parziale, potrei dire di essere certamente euroconvinta, ma anche assai europerplessa.

Dal mio personale database


Solo oggi ho avuto occasione di ascoltare questa testimonianza di una mia collega, la direttrice del JRS Malta. Una donna straordinaria da molti punti di vista, che qualche anno fa ha ricevuto – assolutamente a ragione – il Premio Nansen.

Verso la fine di questo discorso molto toccante, Katrine fa riferimento al suo personale database di memorie, ricordi, testimonianze che credo chiunque fa un lavoro come il nostro automaticamente si crei e a cui potrà attingere ogni volta che ce ne sia bisogno. La possibilità di conservare in cuor nostro un database così è probabilmente il più grande privilegio della nostra vita e il regalo più prezioso che ci fanno i rifugiati, costantemente.

Mi sono riconosciuta molto nelle parole di Katrine e sono convinta che in momenti in cui la vita mi sembra in salita, consapevolmente o meno, anche io ho attinto e attingo all’enorme riserva di speranza e di fede di cui sono stata testimone in questi ormai quasi 14 anni della mia vita.

Come Katrine, vi regalo l’ultimo pezzo della mia collezione, che risale a ieri mattina. In ufficio, chiede di me A., un ragazzo palestinese che è stato ospite del centro di accoglienza dove lavoravo anni fa nonché alunno della scuola di italiano. Ci conosciamo da quando è in Italia, vale a dire circa 8 anni. Quando l’ho incontrato la prima volta ne aveva quasi 20 ed era la mascotte del centro. Ora ha 28 anni e noto con piacere che non ha perso il sorriso luminoso e un po’ da paraculo che lo contraddistingue, credo, dalla nascita.

Chiacchieriamo. Io sono un po’ nervosa. Temo che mi chieda quello che non posso dargli: soldi, lavoro, casa. Ma no, A. non è venuto per questo. Sta finendo il triennio di scienze geologiche, da borsista. Vive in una casa occupata perché non poteva permettersi un affitto, ma è giovane ed è convinto che sarà una cosa temporanea. Tutti i weekend lavora come pasticcere dall’altra parte della città, si alza alle 4, ma “è normale fare qualche sacrificio”.

E dunque? Dunque mi parla di quello che davvero è importante. Della tragedia del Medio Oriente. Della guerra che si è portata via a suo tempo suo padre e suo nonno e di quella terribile che sta disintegrando la Siria. Me ne parla con passione, ma senza rabbia. Con gravità. Mi racconta di quello che, come musulmano, prova. Del fatto che le religioni dovrebbero fare qualcosa di più per contrastare il fanatismo e l’ignoranza. E mi parla di un sogno grande. Credo che sotto sotto sappia anche lui che non si può realizzare. Ma mentre me ne parla, capisco che per lui è importante che io lo prenda sul serio. E io lo prendo sul serio davvero, non faccio finta.

Non potrò fare granché per portare il Papa a La Mecca, temo. E non potrà fare granché neanche lui, con ogni probabilità. Però l’ho incoraggiato a scrivere una bella lettera spiegando perché secondo lui sarebbe importante. Al di là della fattibilità del progetto in sé, sono convinta che saranno parole che meritano di essere lette. A me intanto fa un gran bene vedere un giovane uomo capace di non piangersi addosso, di usare le sue energie in modo positivo e di coltivare una fede che io me la sogno.

P.S. Voi però il video con il discorso di Katrine guardatevelo. E’ in inglese, ma un inglese molto chiaro e comprensibile.

Storytelling


Mai come nelle ultime settimane ho avuto la percezione di avere accesso a una quantità di storie importanti, che andrebbero raccontate. La forma in cui mi arrivano, di solito, non è esattamente quella canonica del racconto, dell’articolo di giornale o del documentario. Sono storie che parlano attraverso degli intermediari: solitamente colleghi, qualche volta amici, in molti casi colleghi che sono anche amici.

Queste storie quindi hanno ai miei occhi un valore doppio. Sono importanti di per sé, perché raccontano di sofferenze e di vergogne di cui tutti, in quanto uomini, dovremmo interessarci. Ma sono importanti anche perché rivelano che qui e là, in giro per l’Europa e anche in questo nostro Paese a brandelli, ci sono persone che si indignano, che si sentono chiamate in causa e interpellate dall’ingiustizia e che fanno tutto quello che possono per fare resistenza agli orrori commessi in nome della sicurezza. Oggi leggevo di come i passeggeri di un comune aereo di linea abbiano impedito (momentaneamente, è chiaro) che un rifugiato curdo venisse rimandato in Iran. Il governo svedese probabilmente riuscirà a rimandarcelo, alla fine. Ma se le nostre sono democrazie come ci vantiamo che siano, prima o poi i cittadini riusciranno ad opporsi a questa deriva disumana.

Persino Alfano, di cui tendenzialmente non sono un’ammiratrice, poco fa alla Camera ha detto: “Noi non faremo morire le persone in mare per 500mila voti in più della Lega. Ci faremo carico della sicurezza dei cittadini e dell’accoglienza. Se voi volete la sicurezza e i morti sappiate che noi vogliamo la sicurezza e i vivi”. Credo e spero che questo sia un buon segno.

Un giorno ci faranno il film, e piangeremo. Un bellissimo post scritto mesi fa dalla mia amica Anna mi torna continuamente in mente in questi giorni. Mi immagino i cento bambini in fuga sulla piazza della stazione di Catania di cui mi parla Elvira. Vedo lo sguardo terrorizzato del giovane eritreo (“ma secondo noi non ce li aveva, 18 anni”, dicono Annamaria e Azim) che da Vicenza è scappato, in ciabatte e felpa, senza soldi, senza cellulare, probabilmente perché a lui il mio Paese fa paura quanto e più della Libia. Riferendosi a lui e a altri due ragazzi, anch’essi scappati poche ore dopo dalla città, il sindaco di Vicenza ha scritto una lettera ufficiale dicendo: “E’ oggi fondamentale far capire che l’Italia non è il Paese del Bengodi, dove chi arriva viene ospitato gratuitamente senza lavorare, con vitto, alloggio e quant’altro assicurati”. Oserei dire che il messaggio è arrivato, e anzi probabilmente era già arrivato da un pezzo attraverso l’esperienza di tanti altri rifugiati in questi anni, senza bisogno che il sindaco di prendesse il disturbo di metterlo nero su bianco.

 

Non sono una turista


Tante volte mi sono sorpresa a invidiare chi viene a Roma da turista. La meraviglia, la piena disponibilità di tempo per vedere, gustare, catturare ricordi di una città straordinaria. Chissà perché poi ho sempre pensato che il visitatore occasionale di Roma possa gustare solo il meglio, libero com’è dal trantran della routine lavorativa e familiare. A volte, davanti al Pantheon, ho persino guardato con desiderio le finestre di un certo albergo dove, nella mia fantasticheria, avrei soggiornato nella mia vita parallela di ricca turista che esplora per la prima volta la Città eterna.

Qualche giorno fa, dopo una breve pausa a casa, tornavo all’ospedale dove era ricoverata mia figlia. Il tragitto, a piedi, faceva parte della pausa. Sono arrivata sulla terrazza del Gianicolo e mi sono fermata un minuto a respirare davanti al panorama. E allora ho capito, con chiarezza, che sono contenta di non essere una turista. Perché non mi ero fermata lì per guardare per la prima volta un paesaggio da cartolina, ma per farmi consolare da quella bellezza straordinaria e familiare.

Ho pensato alla recensione de La Grande Bellezza che ha scritto la mia amica Silvia: “Ecco perché è ambientato in una Roma metaforica: perché Roma è ESATTAMENTE così. E’ la scenografia perfetta, perché non è solo sfondo, ma è una delle attrici protagoniste”. E ho capito che per me Roma è più che una città. La vivo, la camino, la respiro e la maledico ogni giorno. La vedo la mattina appena si sveglia, come una moglie che si stiracchia e fa una smorfia sul cuscino (dovrei dire un marito? No, perdonatemi: Roma è femmina). Sono con lei giorno dopo giorno, nei momenti memorabili e in quelli che dimentico un attimo dopo averli vissuti.

Mettere un ospedale pediatrico sul Gianicolo mi è improvvisamente parsa una decisione sensata. Ho ripensato al 2007 e ai pensieri che, proprio per quello stesso viale alberato, avevo formulato.  Credo che nei momenti in cui il turbamento è stato tale da non riuscire a condividerlo nemmeno con amici e familiari, Roma mi ha sempre capito al volo.

Millenni d’esperienza serviranno pure a qualcosa.

Una festa esclusiva


Una delle amiche di mia figlia è peruviana. Le bambine sono in classe insieme fin dalla materna e la mamma di C., giovane e piuttosto riservata, si è ormai arresa alla nostra costante presenza, anche per merito della presenza affettuosa di tata Silvana. E’ stata comunque una piacevole sorpresa essere invitate a festeggiare il compleanno di C. a casa loro. “Non è una festa”, si è affrettata a precisare la mamma. “Ci vediamo con zii e cuginetti. Ma se ci siete anche voi ci fa piacere. In un certo senso ormai siete parte della famiglia”.

Non sapevo bene cosa aspettarmi ed ero anche preparata, eventualmente, a lasciare Meryem e ripassare a prenderla più tardi, per non essere inopportuna. E invece la frase della mamma non era una frase fatta. Ci hanno accolto con affetto e naturalezza, come membri della famiglia.

Al mio arrivo mi hanno chiesto se parlassi spagnolo. Io ho confessato che, sebbene capisca un minimo, in effetti non lo parlo. Da quel momento tutti, bambini inclusi, hanno parlato per tutto il pomeriggio – anche fra loro – esclusivamente in italiano. Anche la canzoncina di compleanno è stata cantata prima in italiano e, a seguire, in spagnolo. Mi sono immaginata questa scena in una riunione di famiglia italiana e ho provato un certo imbarazzo.

Meryem è subito sparita a scatenarsi con i cuginetti dell’amichetta, di età assortite. Io non ho più avuto alcun impulso di fuga, perché ho potuto godere di un’ottima conversazione, varia e di livello, che ha toccato tra l’altro critica cinematografica (con particolare riferimento a La grande bellezza), politica italiana e soprattutto internazionale (visto che si è presto convenuto che su la prima c’è piuttosto poco da dire), con particolare riferimento alla Turchia quando è emerso che il padre di Meryem viene da lì, genitorialità. Una delle zie, anch’essa considerevolmente più giovane di me, raccontava di quanto sia affascinante il fatto che genitori non si nasce, ma si cresce (ho avuto il sospetto persino che conoscesse un certo sito leader del settore).

Mi hanno raccontato aneddoti di famiglia e hanno riso educatamente ai miei, si è inevitabilmente venuti a parlare anche di immigrazione e della drammatica assenza di mobilità sociale nel nostro Paese. Alcuni di loro sono venuti qui coltivando il sogno di poter mettere a frutto le proprie potenzialità, ma dopo molti anni si sono resi conto che le opportunità sono  poche e poco realistiche. Eppure restano ottimisti e fiduciosi rispetto a una possibilità di cambiamento, anche politico: “questo è il Paese dove stanno crescendo i miei nipoti, non posso arrendermi così facilmente”, mi ha gentilmente redarguito uno degli zii mentre esprimevo tutto il mio sconforto di elettrice e cittadina. Un pomeriggio che mi ha fatto pensare.

A proposito di Oscar


Impazza il dibattito su La Grande Bellezza. Io ne ho visto poco più di metà, e per giunta su piccolo schermo, con tanto di interruzioni pubblicitarie. Dopo una notte di sonno ho realizzato che mi ricordava da morire This must be the place. E grazie tante, direte voi. Il regista è lo stesso. Sì, ma io questo l’ho scoperto solo molto più tardi. La formula mi pare identica. Apprezzo il buono, anzi l’eccellente recitazione soprattutto del protagonista, la fotografia da ipnosi, soprattutto su schermo grande, le buone intuizioni nei dialoghi e alcune battute memorabili, ma resto con un senso di fastidiosa insoddisfazione. Sono stata cresciuta con l’idea che un film debba essere un organismo perfetto, qualcosa che armonicamente funziona in tutte le sue componenti. Il pensiero corre immediatamente a Visconti (Morte a Venezia, Senso, Il Gattopardo), ma per onestà mi dico che la magia è in buona parte nell’occhio e nelle aspettative di chi guarda. Quello che davvero mi ha disturbato in questo ultimo film di Sorrentino erano le scene da spot dell’ufficio del turismo, la scelta sistematica di location romane belle, per carità, ma davvero gratuite ai fini della narrazione. Le grandi città sono bei soggetti di film, ma mi piace di più quando si indovinano (tipo Istanbul ne Il bagno turco di Ozpetek: tutti interni tranne una fugace occhiata della macchina da presa; ma anche Roma in La finestra di fronte o Le fate ignoranti).

Ma non volevo parlarvi di questo. Nemmeno, in effetti, volevo improvvisarmi critica cinematografica. Solo aggiungere una considerazione. Siccome casualmente ho visto il pluripremiato “12 anni schiavo” e mi sento molto fiera del mio tempismo, del tutto insolito per una reclusa come me, ci tenevo molto a darvi il mio parere non richiesto (anche perché ai pochi che me lo hanno richiesto l’ho già dato). Lungi da me dire che è un brutto film. Brad Pitt che fa il buono troppo buono ha un sentore leggermente stucchevole, ma ci sta con il sapore ottocentesco del tutto. Certo, è un classicone che più classico non si può. Didascalico, in un certo senso. Anche piuttosto lunghetto, in modo che uno capisca bene.

Quello però che mi veniva da pensare è che a me un film come questo fa sempre un effetto un po’ strano. Perché contribuisce a trasmettere l’idea che la schiavitù sia un fenomeno di un certo periodo storico, non così tanto lontano dal nostro come saremmo portati a credere. Non stiamo parlando di antica Roma, cari spettatori, ma di relativamente poche generazioni orsono.

Però a questo punto a me scatta spontanea una aggiunta: anche oggi, in questo momento, esistono gli schiavi. Non solo in senso metaforico, purtroppo. Anche in senso letterale, specifico. Persone che, come nel film, vengono rapite e vendute. Passano di mano in mano. Sono oggetti di proprietà di qualcuno. Io ne ho conosciuto uno e i miei colleghi molti di più. Per non parlare poi, come ricordava il direttore di Amnesty alla proiezione a cui ho partecipato, di tutte quelle persone che sono talmente prive di diritti e di possibilità anche teorica di accedervi, da poter essere tranquillamente assimilate alla stessa categoria. Queste ultime è più facile vederle e incontrarle, nelle campagne italiane, agli smorzi, per le strade della nostra città. Tante persone che nella vita non incontreranno mai Brad Pitt.