A proposito di Oscar


Impazza il dibattito su La Grande Bellezza. Io ne ho visto poco più di metà, e per giunta su piccolo schermo, con tanto di interruzioni pubblicitarie. Dopo una notte di sonno ho realizzato che mi ricordava da morire This must be the place. E grazie tante, direte voi. Il regista è lo stesso. Sì, ma io questo l’ho scoperto solo molto più tardi. La formula mi pare identica. Apprezzo il buono, anzi l’eccellente recitazione soprattutto del protagonista, la fotografia da ipnosi, soprattutto su schermo grande, le buone intuizioni nei dialoghi e alcune battute memorabili, ma resto con un senso di fastidiosa insoddisfazione. Sono stata cresciuta con l’idea che un film debba essere un organismo perfetto, qualcosa che armonicamente funziona in tutte le sue componenti. Il pensiero corre immediatamente a Visconti (Morte a Venezia, Senso, Il Gattopardo), ma per onestà mi dico che la magia è in buona parte nell’occhio e nelle aspettative di chi guarda. Quello che davvero mi ha disturbato in questo ultimo film di Sorrentino erano le scene da spot dell’ufficio del turismo, la scelta sistematica di location romane belle, per carità, ma davvero gratuite ai fini della narrazione. Le grandi città sono bei soggetti di film, ma mi piace di più quando si indovinano (tipo Istanbul ne Il bagno turco di Ozpetek: tutti interni tranne una fugace occhiata della macchina da presa; ma anche Roma in La finestra di fronte o Le fate ignoranti).

Ma non volevo parlarvi di questo. Nemmeno, in effetti, volevo improvvisarmi critica cinematografica. Solo aggiungere una considerazione. Siccome casualmente ho visto il pluripremiato “12 anni schiavo” e mi sento molto fiera del mio tempismo, del tutto insolito per una reclusa come me, ci tenevo molto a darvi il mio parere non richiesto (anche perché ai pochi che me lo hanno richiesto l’ho già dato). Lungi da me dire che è un brutto film. Brad Pitt che fa il buono troppo buono ha un sentore leggermente stucchevole, ma ci sta con il sapore ottocentesco del tutto. Certo, è un classicone che più classico non si può. Didascalico, in un certo senso. Anche piuttosto lunghetto, in modo che uno capisca bene.

Quello però che mi veniva da pensare è che a me un film come questo fa sempre un effetto un po’ strano. Perché contribuisce a trasmettere l’idea che la schiavitù sia un fenomeno di un certo periodo storico, non così tanto lontano dal nostro come saremmo portati a credere. Non stiamo parlando di antica Roma, cari spettatori, ma di relativamente poche generazioni orsono.

Però a questo punto a me scatta spontanea una aggiunta: anche oggi, in questo momento, esistono gli schiavi. Non solo in senso metaforico, purtroppo. Anche in senso letterale, specifico. Persone che, come nel film, vengono rapite e vendute. Passano di mano in mano. Sono oggetti di proprietà di qualcuno. Io ne ho conosciuto uno e i miei colleghi molti di più. Per non parlare poi, come ricordava il direttore di Amnesty alla proiezione a cui ho partecipato, di tutte quelle persone che sono talmente prive di diritti e di possibilità anche teorica di accedervi, da poter essere tranquillamente assimilate alla stessa categoria. Queste ultime è più facile vederle e incontrarle, nelle campagne italiane, agli smorzi, per le strade della nostra città. Tante persone che nella vita non incontreranno mai Brad Pitt.

Rivelazione


Venerdì scorso, prima di un weekend di Carnevale che più festaiolo non si poteva (per Meryem, si intende), ho finalmente capito una cosa piuttosto banale. Sono brava a fare lezioni all’università. Ah, direte voi, ecco che rispunta la solita vecchia nostalgia dell’orientalistica, mai sopita. Vi dirò: in realtà sono molto più brava a fare lezione sui rifugiati di quanto non lo fossi a parlare di astruse lingue e religioni semitiche. Questo passaggio non l’avevo ancora mai fatto con questa consapevolezza.

La mia preparazione, in questo mio relativamente nuovo settore di competenza (13 anni mica sono acqua fresca, mi avvio decisamente verso il pareggio, rispetto alla porzione di vita dedicata), è più completa e solida. Me la sono dovuta costruire con l’umiltà che nell’accademia non mi è stata mai richiesta. E’ passata attraverso una varietà di esperienze e molti confronti importanti, anche teorici (laddove, alla fine, negli studi il confronto e il riferimento tendeva ad essere una persona soltanto, nel bene e nel male).

Ma ciò che più conta, credo, è il fatto che quando mi capita di far lezione a giovani studenti di master o di università io sono profondamente convinta che quello che racconto sia davvero rilevante per la loro vita futura, se non di specialisti dell’immigrazione, certamente di cittadini. Questo, quando ho insegnato filologia semitica, mi è sempre mancato. Le scienze inutili sono importanti, a loro modo, e possono contribuire ad affinare il senso critico. Ma richiedono una certa vocazione e condizioni precise, che all’università finivano per mancare, vanificando un po’ il tutto. Ricordo distintamente di aver pensato, svolgendo alle mie allieve il modulo di linguistica semitica, che nelle loro vite quelle informazioni non erano utili. Allora stravolgevo il programma, per quanto mi era possibile. Soprassedevo sul ginepraio delle sibilanti e mi concentravo piuttosto sul rapporto tra lingua, scrittura e identità.

Adesso, invece, da ogni lezione esco convinta e appagata. E mi sorprendo a pensare: sarebbe bello che questo fosse davvero, pienamente, il mio mestiere.

Raramente


Raramente scrivo su questo blog di cose su cui sono del tutto ignorante. Raramente vi ho chiesto di mettere mano al portafoglio, me ne darete atto. Il 28 febbraio però è una giornata dedicata alle malattie che colpiscono raramente e che per questo, spesso, non hanno ancora una cura.

Oggi voglio presentarvi Iñaki, il figlio della mia amica Janette. A giugno prossimo compie 4 anni. Abitano a Barcellona. Iñaki è uno dei rari bambini che soffre della sindrome di Sanfilippo. Entrambi, trovo, sono di una bellezza rara. Ma questo c’entra poco con quello che voglio raccontarvi oggi.

imageLa ricerca sta procedendo e c’è una terapia, la terapia genica, che sta dando risultati incoraggianti negli USA. I ricercatori sperano di poter iniziare a somministrare la terapia a bambini sotto i 5 anni alla fine di quest’anno. Pare che funzioni e che sia possibile, per bambini piccoli, far regredire i danni che la malattia ha già fatto. Se la sperimentazione fosse attiva in Spagna, Iñaki avrebbe ottime possibilità di essere incluso e forse curato. Avrebbe, in pratica, una possibilità concreta di sopravvivere.

Però in Spagna la sperimentazione è stata sospesa per mancanza di fondi. Io posso solo lontanamente immaginare cosa provino questi genitori, che hanno deciso di provare ogni via possibile. Hanno fatto molto, moltissimo. Hanno ottenuto la disponibilità dei ricercatori americani a collaborare con un ospedale a Bilbao per portare avanti parallelamente il protocollo. L’ospedale ha accettato e ora è solo una questione di soldi.

Tanti soldi, un’enormità. Tre milioni di euro. Incredibilmente, sono già riusciti a raccoglierne uno. Ne mancano due.
Janette mi chiede di aiutarla a lanciare un immenso brainstorming per aiutarli a realizzare questo sogno di vita per i loro bambini e per tutti gli altri, rari, che soffriranno in futuro di questa sindrome.
Si sono organizzati in fondazione, organizzano eventi, hanno gadget e prodotti solidali. Visitate i siti http://www.redsanfilippo.org e http://www.stopsanfilippo.org. Troverete video, testimonianze e materiale informativo in spagnolo. Se scriverete a Janette, che parla anche italiano e inglese, potrà girarvi anche traduzioni.

Cosa vi chiedo, oggi? Se potete fate una donazione, intanto. Anche un piccolo contributo è un passo verso la meta. Ma, più ancora, pensate un momento se potete incidere di più. Potete magari parlarne con uno sponsor? Conoscete un potenziale testimonial? Magari avete modo di parlarne sui media? Potete organizzare un evento di beneficienza? In caso, vi metto in contatto direttamente con Janette.

Un’ultima cosa. Per domani vi va di mettere l’immagine di questo post come vostra foto nel profilo Facebook? Contribuirà a spargere la voce. Non saremmo genitori se ci arrendessimo davanti all’impossibile. Non saremmo genitori se non credessimo, almeno un po’, ai miracoli che la solidarietà può compiere.
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Cambiamento (teorico)


Arrivo in corner al blogstorming di Genitori Crescono sul cambiamento per condividere con voi, manipolo di lettori, una scoperta che ho fatto su di me. Mi vanto di essere una volatile anima sagittaria, accesa dal fuoco del movimento e della trasformazione. Sbavo, letteralmente, pensando a viaggi improvvisati in mete inconsuete. Mi appago (e mi frego da sola, continuamente) con un torneo di improbabili progetti, imprese, interessi. Salvo poi abbandonarli alla loro ineluttabile irrealizzabilità, o amarli un po’ meno perché quando si realizzano hanno confini, dimensioni definite, vita limitata.

I cambiamenti, io, li adoro. Li cerco, li voglio, li amo.

Però. Non cambio lavoro da 14 anni. Mesi fa, dopo doloroso travaglio interiore, ho mandato un application per un altro impiego. Superata la tragedia e inviata la mail fatidica, ho del tutto rimosso la cosa. Quando alla fine mi è arrivata una risposta, negativa, ho avuto la certezza che mai e poi mai avrei abbracciato entusiasta quell’eventuale cambiamento. Affatto. Avevo avuto il sospetto di essere un coniglio, professionalmente parlando. Dico dico, ma alla fine non so se avrò mai l’ardire di uscire dal mio buco, se qualcuno non mi caccia a pedate. Qualcosa di simile l’ho sempre sperimentato nella mia vita privata. Se proprio non sono costretta con il fucile puntato, lascerei le cose come stanno. Sempre. Oltre ogni legittima immaginazione.

Se ci penso bene, anche fisicamente sono più o meno sempre la stessa, dalla terza media. Qualche chilo in meno o in più (più facilmente in più), ma il colpo d’occhio è quello. Potrei mettermi gli stessi vestiti per decenni e in alcune circostanze l’ho persino fatto. Patisco un po’, questa continuità, ma ormai ci ho fatto pace.

Come si concilia questo tratto con la parte di me che più mi piace, quella avventurosa e mobile? Semplice, non si concilia. Se ne frega di conciliarsi. Sta lì e basta, mi piaccia o meno (direi meno).

We’ve given each other some hard lessons lately
But we ain’t learnin’
We’re the same sad story that’s a fact
One step up and two steps back

Questo post partecipa al blogstorming

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A mente fredda, sulle mucche danesi


L’altra sera mi sono ritrovata nel mezzo di una discussione su Facebook che ero impreparata a gestire perché mi faceva davvero arrabbiare, oltre ogni misura. Me la sono cercata. Quando si condividono notizie su argomenti sensibili bisognerebbe essere preparati alle reazioni. Quelle dei miei amici, peraltro, erano civili, educate, composte e non prive di ragionevolezza. Però mi sono resa conto che non riuscivano proprio a vedere il mio punto e questo mi ha rattristato assai.

La notizia era questa. Il Governo danese ha vietato la macellazione senza preventivo stordimento dell’animale, il che è generalmente considerato in contrasto con quanto prescritto dalle norme della macellazione rituale, sia ebraica che musulmana. Dopo essermi un po’ documentata, soprattutto qui, apprendo che non solo la Danimarca non è un caso unico (già da anni la questione si pone in Svizzera e mi pare di capire anche in Svezia), ma che soprattutto esisterebbe, con un po’ di ragionevolezza, la possibilità di mediare, trovando delle forme di stordimento dell’animale non in contrasto con la salvaguardia dell'”integrità fisica” prescritta dalla religione (a una lettura veloce mi pare che in Malesia si sia già proceduto in questo senso).

Concordo che in primo luogo è necessario sgombrare il campo dalle posizioni troppo ideologiche, a partire dalle facili battute sui cuccioli di giraffa. Quello che davvero mi ha disturbato è la frase “I diritti degli animali vengono prima della religione”, che pare il ministro dell’agricoltura danese abbia pronunciato a commento del provvedimento. Dovrei probabilmente andarmi a leggere tutto il contesto dell’intervista. Certo che, riportata così, mi pare un’affermazione aggressiva, violenta e potenzialmente discriminatoria. Io credo che la civiltà imporrebbe di trovare modi che riducano il più possibile le sofferenze di tutti gli esseri viventi. Ma un’affermazione come questa sembra trascurare il fatto che la religione non è un vuoto orpello, ma parte importante dei valori irrinunciabili di molti esseri umani. Ci sono molti uomini al mondo, anche oggi, disposti a morire per la propria fede. Detesto quando la semplice ignoranza (perché di questo molte volte si tratta) si autoproclama metro di civiltà.

La frase del ministro danese è decisamente infelice. Il provvedimento magari è giusto, ma solo se implica la volontà concreta di dialogare con le comunità religiose, composte da cittadini di pari dignità degli altri (animali compresi), per soluzioni condivise e migliori per tutti. Altrimenti è un civilissimo atto di prevaricazione. IMHO.

Il bicchiere mezzo pieno


Dopo una settimana di influenza e fatica massima, fisica e mentale, ieri dopo l’ufficio sono andata alla riunione del consiglio dei genitori, che si è protratta fino alle sette abbondanti (inutilmente, ma questo sarebbe un altro post). Aprendo la porta di casa, mi trovo davanti Meryem e Nizam seduti a tavola, che mangiavano un pasta al sugo dall’odore decisamente invitante. Ce ne era un terzo piatto che mi aspettava. Ora a voi tutto ciò parrà la cosa più ovvia e naturale del mondo, ma per i nostri standard si tratta di una sorta di eccezione miracolosa.

Mi sono goduta fino in fondo la sensazione che quella parte era fatta, che ci aveva pensato egregiamente qualcun altro, che tutti parevano moderatamente sereni (ho scoperto poi che poco prima si era consumata una specie di tragedia: Meryem aveva rovesciato inavvertitamente dell’acqua sul computer e aveva pianto disperata temendo di averlo rotto. Ma l’ho scoperto appunto poi e della crisi non c’era più traccia). Mi sono seduta e ho mangiato un piatto caldo e delizioso.

E’ straordinario come una cosa così semplice e addirittura ovvia possa dare tanta gioia. La cosa mi ha sorpreso al punto che per un attimo ho pensato di farne un motivo di riflessione, o piuttosto di recriminazione: ma come, possibile che sono arrivata al punto che un episodio così mi pare straordinario? E però subito dopo mi sono ricordata di quando Meryem era piccolissima e la allattavo di notte. Una volta, ritornando a letto dopo la poppata, mi sono sorpresa ad essere felice di essermi svegliata perché così potevo più consapevolmente riprovare la gioia di infilarmi in un letto già caldo. Non sono mai stata particolarmente incline al gioco di Pollyanna, non riesco credibilmente a impormi di vedere il positivo nelle situazioni. Ma ieri mi sono ripromessa che almeno cercherò di non boicottarmi da sola quando mi sento di buon umore.

Cirillo, Metodio e altri miti familiari


“Mamma, ma perché non possiamo essere una famiglia normale?”. Chissà che voleva intendere esattamente, Meryem, quando mi ha trafitto il cuore con questa innocente domanda. Magari non tutto quello che ci ho letto io, che per giunta ero anche sul punto di stramazzare, vinta dalla febbre. Fatto sta che, vigliaccamente, non ho approfondito.

Però oggi, mentre il mondo festeggia San Valentino, a me viene da pensare a San Cirillo e Metodio e alla mia famiglia anormale. Vedo da Google che mio padre pubblicò una traduzione delle biografie paleoslave dei due santi già nel 1981. Non ritrovo i riferimenti esatti, ma leggo che Giovanni Paolo II li ha proclamati patroni d’Europa nel 1980, il che significa che i due giravano in spirito a casa mia almeno da quando avevo 6-7 anni, ovvero circa l’età attuale di Meryem.

Mio padre era uno che, decisamente, si portava il lavoro a casa. E certo non era un lavoro come quello dei padri dei miei compagni di classe. Era un lavoro che comportava produzione di mucchi immensi di scartoffie, che franavano qua e là, e talora faceva spuntare a casa personaggi bizzarri, a cui le mie sorelle davano soprannomi irriverenti. C’era Orsone (esimio accademico dell’Università di Vienna), Timiducci (giovane prete polacco, esperto di glagolitico) e svariati altri personaggi e interpreti.  Io fin da bambina assistevo e partecipavo a questa sorta di bizzarro circo e sono cresciuta a leggende familiari, in gran parte non prodotte da narrazioni mie, tra cui quella che raccontava che una lite seria tra i miei genitori vertesse intorno a quale fosse l’età media degli antichi romani.

Oltre a darmi infinito materiale per gustosi aneddoti, che però oggi non ho tanta voglia di sciorinare, tutto questo clima mi ha portato a vivere con una certa fierezza il fatto che noi non fossimo una famiglia “normale”. Non lo eravamo quasi in nulla, a dire il vero. Non lo eravamo nelle tradizioni delle festività, non nel rapporto con i parenti (almeno che io possa ricordare), non lo eravamo per il fatto che mia madre era considerevolmente più grande di mio padre e quando sono nata io aveva già 47 anni. Non facevamo pranzi speciali la domenica (avevamo, quello sì, il rito delle pastarelle dopo la messa), non andavamo in bicicletta (o almeno, io non ci andavo) né a sciare.

Con il senno del poi, oggi non credo che necessariamente quella mia famiglia potesse dirsi un modello. Lo è stato, fin troppo, per me. Troppo perché il modello che mi ponevo davanti era già mitizzato, enfatizzava le cose piacevoli e ometteva artisticamente gli aspetti oscuri che pure c’erano. Alla fine non mi meraviglia che nei miei inconsulti tentativi di ricreare il mito mi sia ritrovata con un pugno di mosche.

E Meryem, cosa si troverà? Spero di riuscire ad insegnarle che si può essere famiglia in molti modi diversi. Che ai sentimenti, come alle cose più alte dell’universo, non si possono applicare i lacci della logica aristotelica. Che alla fine, la parte che davvero si sceglie non è così rilevante. Più importante è come, giorno dopo giorno, se ne vivono le conseguenze.

Ricordi difficili


Ricevo abbastanza raramente mail da parte di lettori di questo blog (non sono poi così tanti), ma il messaggio di Antonella conteneva un invito e una amichevole “sfida”, che raccolgo volentieri. Non avevo consapevolezza che oggi è la Giornata del Ricordo dell’esodo istriano e dalmata. Antonella lo sa, perché quella storia è la storia della sua mamma e, per riflesso, della sua famiglia. Lo sarebbe un pochino anche della mia, almeno trasversalmente. Il cognome sloveno di mio nonno è uno di quelli modificati per legge durante la politica fascista di italianizzazione. Mio padre non ha mai potuto imparare la lingua madre di suo nonno: parlarla a Gorizia sarebbe stato, a quel tempo, pericoloso. Non ho mai parlato con mio padre di tutte queste storie complesse, che hanno i loro strascichi ancora oggi, con un’unica eccezione: un viaggio in treno tra Roma e Gorizia che facemmo insieme e durante il quale lui, inaspettatamente, tirò fuori un racconto ininterrotto, di cui purtroppo non mi sono appuntata nulla e che istantaneamente mi si è confuso in testa in un guazzabuglio di particolari inestricabili l’uno dall’altro. Peccato.

Ma torniamo a Antonella. Sua madre ha passato la sua infanzia in un campo profughi, in Italia. Spesso dico che in Italia non esistono campi profughi. Ho sempre omesso di dire, perché non ci ho mai davvero pensato a fondo, che però sono esistiti. Ed erano come tutti i campi profughi del mondo: inadeguati, sprovvisti dell’essenziale, durissimi, in luoghi inospitali e inadatti alla vita umana. Lì, nel Carso, ad esempio, è successo che dei bambini morissero di freddo.

Questa pagina di storia è una di quelle che non siamo stati in grado né di scrivere né di raccontare. Forse perché, come emerge chiaramente dalle polemiche in un senso o nell’altro, che puntualmente si scatenano sui numeri, sulle responsabilità delle eventuali vittime, sul significato da attribuire a un episodio o all’altro, quella guerra è in un certo senso ancora in corso, sotto traccia. E’ esattamente così che, anche dopo decenni, si riaccendono le guerre civili. Ancora una volta dal mio lavoro imparo che i processi di pace da soli non bastano: serve un lungo, paziente e certosino lavoro di riconciliazione, che va ben oltre il livello politico e affonda nella cura dello spirito delle persone coinvolte.

Lasciatemi parlare da ignorante (nel senso che davvero ignoro molto di quel periodo storico). Io credo che le persone debbano essere messe al centro, sempre. Se delle persone hanno subito trattamenti degradanti e delle violenze gravi (come è il caso, ovviamente, in tutte le guerre), io non accetto di fare classifiche o di dare giustificazioni. Il che significa, ovviamente, che ci provo. Non è una cosa facile. Mi viene in mente un esempio che non farò, perché aumenterebbe di molto il tasso di potenziale polemica di questo post, che davvero vorrei evitare. Ma penso adesso al mio lavoro. Le storie dei rifugiati sono considerate, sempre,  su base individuale, caso per caso (o almeno, così dovrebbe essere). Questo aiuta a prendere le distanze dalla tentazione di far scontare al singolo,  i cui diritti umani sono stati violati, la responsabilità vera o presunta della collettività a cui appartiene.

Se penso ai conflitti attualmente in corso, la Siria in primis, nei report ONU è frequente leggere la frase: “gravi violazioni dei diritti umani sono state perpetrate da tutte le parti in conflitto”. Questo vuol dire, in pratica, che in tutti e due gli “schieramenti” ci sono vittime da difendere e tutelare, ma che soprattutto (come è il caso in Siria) certamente ci sarà una maggioranza silenziosa e politicamente ininfluente che subisce due volte: per quello che soffre e per il fatto che la narrazione contemporanea ignora le persone che non può etichettare come “buoni” o “cattivi”. Credo davvero che l’esperienza della Siria contemporanea possa aiutarci a guardare con maggiore giustizia anche all’esodo istriano e alle foibe.

Certo è che ci sono persone che dopo un’esperienza dolorosa e grave non ha avuto nessun riconoscimento e anzi hanno vissuto con vergogna la propria condizione di esule, perseguitato e vittima. Antonella mi scrive che il campo profughi sorto a Trieste, sul Carso, è ora un museo. Quando ha raccontato alla sorella di sua nonna, che ora vive in Canada, di averlo visitato, Antonella intendeva esprimere la sua emozione, la sua solidarietà e la sua vicinanza per qualcosa che lei aveva vissuto e di cui lei invece non aveva mai ben capito la portata. Invece si è sentita raccomandare che “non era necessario che raccontassi in giro che anche noi eravamo stati là”.

“È molto difficile parlare di ricordi che in realtà non ci appartengono perché nessuno ce li ha fatti vivere”, racconta la signora Luciana, madre di Antonella; “la mia famiglia come la maggior parte degli Istriani ha tenuta nascosta la propria vicenda perché l’esodo è stata vissuto dai più come una sconfitta, un’umiliazione, l’istriano come asociale e reietto; l’esilio nell’accezione più dura del termine, quello dell’anima. Per cinquant’anni ho sentito sussurrare la parola ‘foibe’, ‘portato via di notte’, ‘sshh, a Pisino… mai più tornato’, ‘i fioi no devi saver se li cariga e poi lassa star più tardi la sa meio è’. Il capofamiglia, mio bisnonno ha lasciato assieme alle sue terre ed alla sua casa di contadino anche due figlie e ben sette nipoti; a nessun battesimo né cresima né matrimonio c’è stata la sua presenza; e come lui tutta la famiglia ha tagliato il cordone che ci legava a quelle terre ed ai nuovi padroni. Quello che mi ricordo della mia famiglia è la dignità con la quale hanno accettato la povertà, i sussidi, la promiscuità. Non ho mai sentito dal bisnonno o dalla nonna una lamentela o una parola di rimpianto, corrispondente all’educazione che mi è stata data: pensa e pondera bene ma quando prendi una decisione quella è la strada giusta, prosegui senza ripensamenti. Di noi profughi posso dire che ho scoperto molto da sola, da adulta, proprio come loro desideravano: gli occhi della maturità vedono con maggior calma e saggezza non lasciando spazio ad estremismi. Il discorso potrà continuare ma quello che vorrei raffigurare è la dignità del popolo istriano e lo illustrerò meglio con un episodio di vita vissuta (da me); quando nel ’69 al maresciallo Tito fu insignita la croce di cavaliere della Repubblica Italiana, io lo dissi a mio bisnonno non per sfida ma soltanto per curiosità: lui mi fissò con gli occhi slavati di vecchio miope cercando il mio sguardo e mentre il mento cominciava a tremargli disse: ‘Vol dir che anca Dio ne gà ‘bandonà’. L’Associazione che frequento ha presentato una richiesta di revoca di tale onorificenza (ed è per questo che quell’episodio si è rifatto vivo nella mia mente) ma da parte mia non c’è e non ci potrà mai essere quella veemenza e rabbia che vedo in altre realtà; noi Istriani siamo stati vilipesi dalla madre patria, costretti a rinunce ed umiliazioni e troppo stanchi nello spirito per gridare il nostro inutile dolore. Ogni nome che sento, vedi Vergarolla, mi fa sentire in mente la mia famiglia, quando parlavano sottovoce ed io li sentivo ma non capivo: stare in questa Associazione è come continuare a vivere con loro ma non da protagonista, bensì da spettatrice”.

Vi lascio con un contributo scritto dalla signora Luciana. E’ apparso in forma rimaneggiata, su “Umago Viva”, periodico dell’associazione di esuli con sede a Trieste con cui collabora. Parla di un film, “La città dolente”, che trovate anche su Youtube.

La città dolente.
Te parti? No, mi resto. Mi no so.
Tempo fa, è stato trasmesso su una rete privata un film in bianco e nero che attirava l’attenzione per le riprese essenziali e buie degli interni, molti i primi piani ed espressivi i volti dei protagonisti, tipico del neo-realismo italiano di quegli anni. Un film che annunciava la sua drammaticità già dall’incipit con la prua di una nave che solca un mare scuro, minaccioso e la scena finale sullo stesso mare ma quieto, statico come gli animi dei protagonisti placatisi soltanto alla fine di quei drammatici eventi storici che noi Istriani conosciamo bene: tesi ed indecisi all’inizio della vicenda fino al tragico finale con quattro scelte diverse ma tutte travagliate ed infelici. Il film è stato selezionato tra i 100 film italiani da salvare, restaurato dall’Istituto Luce e proiettato in varie sale in occasione della giornata del Ricordo.

Due sono le particolarità di questa pellicola: non presenta alcuna retorica, il realismo è accentuato se possibile da documentari che riguardano proprio l’esodo dalla città istriana (Pola) e che vengono inframmezzati a supporto della scenografia del film. Troviamo così le immagini dei documentari di Vitrotti e Moretti alternate alle scene del film, didascalie efficaci di spiegazione dei fatti (non da ultimo il coprifuoco della città in seguito all’attentato di cui fu protagonista la Pasquinelli). Questo è in assoluto l’unico film sugli esuli istriani che sia mai stato fatto, iniziato quasi in tempo reale su canovaccio di una storia vera. ‘La città dolente’ venne girato tra il 1947 ed il 1948 mentre la città di Pola si stava svuotando via via dei suoi cittadini, che vediamo appunto nei documentari mostrare il loro sguardo vuoto ed angosciato e la disperazione dei profughi che partono. Si intrecciano ai documentari ormai famosi sull’esodo della città, le vite dei protagonisti a stigmatizzare i diversi comportamenti dei nostri connazionali in quel momento: Berto indeciso se partire o meno, diviso tra la moglie impaurita e condizionata dall’esodo di quasi tutta la popolazione e l’amico che lo lusinga a rimanere paventando un futuro di libertà e di prosperità; Silvana la moglie preoccupata per il loro bambino ed intimorita dalla spavalderia degli slavi arrivati in città; Sergio che grazie al comunismo spera di riscattarsi e di diventare il padrone ed infine Lubiza, funzionaria comunista, che sarà l’unica tutto sommato a perseverare convinta sulla propria strada ideologica fino alla fine del film.

Tutti subiranno la tragedia della storia ma ciò che conta è che il regista, Mario Bonnard volle ammonire il popolo italiano a vigilare sulla nuova dittatura incombente ai confini orientali, sull’utopia comunista, sui lager conosciuti anche da connazionali non istriani, sulla differenza tra il popolo slavo che balla e si diverte, e gli Italiani costretti ad andarsene; ma….. inutilmente. Anche se ultimato in breve tempo, la distribuzione del film rimase bloccata per un anno e la pellicola uscì nel circuito parrocchiale soltanto il 4 marzo 1949; fu subito ritirato, e ne intuiamo a pieno il motivo, e poi cadde nell’oblio come lo siamo stati d’altra parte anche noi Istriani. Non meritano alcun commento, né tanto meno citazioni, le critiche fatte nel 1949 al film in se stesso soprattutto dai giornali di certa parte: i nostri vecchi dicevano che ‘Il tempo è galantuomo’ ed i fatti hanno dimostrato da soli la validità ad esempio degli sceneggiatori, uno dei quali fu Federico Fellini per il quale non occorrono commenti o delucidazioni; un altro fu Anton Giulio Majano di cui ricordiamo tra gli innumerevoli sceneggiati di mamma Rai, ‘La freccia nera’ con una giovanissima Loretta Goggi ed Aldo Reggiani oppure ‘David Copperfield’ con Ubaldo Lay e Giancarlo Giannini e tanti altri tutti firmati da lui; infine la protagonista femminile Constance Dowling (attrice statunitense) che fu amata da Cesare Pavese che le dedicò alcune sue poesie (Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi) e che godette di una certa fama nel suo paese.

Oggi basta molto meno per ottenere maggior successo di questi validi professionisti che fecero l’errore di girare un film non consono ai diktat politici del tempo, un film inopportuno che non fece epoca (oggi verrebbe osannato e catalogato nel cosiddetto cinema contro); spiace constatare che oggi come allora la politica continua ad influenzare la cultura e soprattutto la verità, quella che viene ricordata dai fatti e non dalle parole (o bugie) espresse al momento o sessant’anni dopo. Abbiamo anche noi occhi, cervello e ….memoria. Potrà sembrare un paradosso, ma il popolo italiano (notoriamente indisciplinato per quanto riguarda l’osservanza alle leggi) ha avuto bisogno di una legge per riconoscerci; soltanto con l’istituzione del Giorno del Ricordo, (legge n. 92, 30 marzo 2004), è stato tolto il paravento dietro al quale ci avevano relegati per oltre sessant’anni ed il film ‘La città dolente’ da opera scomoda è diventato un’opera addirittura da salvare. Ben venga questo riconoscimento ma a noi non serviva una legge né per ricordare né per conoscere la verità.

 

Ispirazione


La passeggiata per il Gianicolo mi ha messo di buon umore. Mi dispongo dunque alla mia “presentation” con una certa rilassatezza. Mi hanno chiesto di presentare l’attività del Centro Astalli a un gruppo di religiose anglofone, normale amministrazione. Ho le mie slide e una breve scaletta. Poi mi scatta qualcosa. La Sister che mi accoglie mi è simpatica, la sua voce suona piacevole e gentile. Il gruppo che mi trovo davanti è eterogeneo, per età e nazionalità. Non piccolo, non enorme. Mi siedo alla scrivania, aziono il Power Point, ma prendo un’altra via.

Racconto di cosa significa questo lavoro per me. Delle mie aspettative giovanili, della casualità (della serie di casualità) che mi ha messo dove sono ora. Parlo di alcune persone che ho incontrato. Cerco di spiegare quali, secondo me, sono i drammi meno ovvi. Illustro in cosa andiamo bene e in cosa ancora noi tutti zoppichiamo. Vado a braccio, racconto la storia del JRS come io la percepisco. Mi sento parlare dell’esperienza rimossa della guerra in una società che dà per scontata la pace. Finisco raccontando del Papa ad Astalli e, inaspettatamente, mi commuovo anche (ancora????).

Funziono. Non so come mi sia venuto in mente di fare così, ma ho la sensazione precisa di aver colto nel segno. A questo gruppo servivano a poco i dati statistici e i chiarimenti legislativi. Vado a farmi un caffè, nella pausa. Una suora del gruppo si avvicina e mi racconta di sé.

Ruandese, è cresciuta in un campo profughi in Uganda. Mi descrive sua madre, abituata ad avere la servitù e a mangiare piatti ricercati, che si è trovata costretta, da un giorno all’altro, a cucinare per i suoi figli con materie prime scarse e povere. “Non era capace. Non l’aveva mai fatto. Noi bambini, spesso, avevamo la diarrea, perché lei sbagliava a cucinare gli alimenti. Poi, poco a poco, ha capito come fare. Ma per lei era come vivere in un pianeta sconosciuto”. Mi è grata perché ho sottolineato alcuni aspetti meno scontati. “Se guardo indietro, ripenso ai miei genitori. Allo sforzo immane che hanno fatto per proteggerci, per sollevarci da quella situazione. Ho visto mio padre piangere. Non tanto per la povertà, quanto per la preoccupazione di non avere la possibilità di farci studiare. Comunque andavamo a scuola. Il maestro insegnava all’aperto, sotto un albero. I nostri quaderni erano la sabbia su cui disegnavamo con un bastoncino”.

Lei alla fine ci è riuscita, a studiare. Le suore che lavoravano nel campo le hanno dato questa possibilità e lei è entrata, giovanissima, nel loro ordine. Presto è stata mandata a Roma. “Ho fatto la mia tesi sull’apostolato sociale. Oggi mi chiedo perché non ho scelto come argomento, specificamente, i rifugiati. Quell’esperienza è una parte di me che non mi abbandona mai”. Si vede che per te non è solo un lavoro, mi hanno detto molte. Già, forse si vede. Non saprei se sia un bene o un male, in generale. Oggi però, per loro, sono stata utile. Almeno credo.

La memoria


Oggi più che mai mi rifiuto di legare la memoria a una giornata. O piuttosto di legare a una sola giornata un solo pezzetto di memoria, esclusivo e escludente. Non so che farmene di una memoria addomesticata e di circostanza, come pure non vorrei che mia figlia e il resto del nostro futuro coltivassero una memoria rabbiosa, identitaria, che si alimenta di contrapposizioni. Sono anche stufa dei tentativi, pur legittimi, di infilare in questa giornata della memoria anche altre memorie. Come se la memoria, patrimonio dell’uomo, non fosse necessariamente una.

Non fraintendetemi: non voglio annacquare quella memoria che è pietra miliare della nostra storia moderna di europei e che, ancora oggi, è tutt’altro che acquisita. Quella di oggi non è una memoria di morti e basta: è una memoria di ammazzati in nome di principi aberranti e nell’indifferenza del mondo civile. Una memoria che, a guardar bene, poteva insegnare molto a noi europei e non solo. E invece.

Sarebbe troppo facile allungare la lista delle vittime altrettanto innocenti di analoghe follie. Servirebbe solo a sentirmi dire che non è vero, non è la stessa cosa. Io lo so già che non è la stessa cosa. Nessun essere umano è la stessa cosa dell’altro e nessun lutto, singolo o collettivo, è la stessa cosa di un altro.

Oggi sono state dette e verranno dette molte parole importanti. Oggi, come sempre, verranno prese molte decisioni, grandi e piccole, che apparentemente non hanno nulla a che vedere con quelle parole. Invece, spesso, il nesso ci sarebbe eccome. Solo che oggi, come tutti gli altri giorni, non ci facciamo caso.