Prestereste il vostro account Twitter a un rifugiato?


Io ho deciso di farlo. Per una settimana. Una giovane coppia di rifugiati siriani quindi manderà dei tweet sulla loro esperienza a beneficio dei miei “seguaci” su Twitter e dei miei amici su Facebook.

Vedo che oggi molti condividono un video dolorosissimo di Save the Children sull’impatto della guerra in Siria sulla vita di un bambino. “Solo perché non accade qui non significa che non stia accadendo”. Vero. Ricorderete di quando vi ho proposto di mandare dei disegni dei vostri bambini per i bambini siriani rifugiati. Qualcuno l’ha fatto, coinvolgendo classi intere. Quando la mia collega Francesca, l’estate scorsa, ha consegnato i disegni a un gruppo di bambini rifugiati in Giordania, ha portato indietro alcuni disegni fatti da loro. Mi ha molto colpito il fatto che in quei disegni, pure accurati e coloratissimi, non ci fosse una casa che poggiava solidamente sulla linea di terra. Tutte le casette galleggiavano in aria. Persino io, senza alcuna nozione, capisco che sono disegni che esprimono un profondo sconvolgimento e turbamento.

Ieri è partita una campagna europea organizzata dall’ECRE, a cui il Centro Astalli ha aderito, insieme ad altre 100 organizzazioni in 34 Paesi. Si chiama Europe Act Now.

Sono previste varie azioni di advocacy, tra cui una lettera alle istituzioni europee e una, che abbiamo mandato ieri, a quelle italiane, con richieste abbastanza specifiche e concrete:

– Garantire ai rifugiati un accesso protetto in Europa

– Fermare i respingimenti e proteggere i rifugiati arrivati alle frontiere europee

– Ricongiungere le famiglie separate dalla guerra.

La mia famiglia è bloccata in Egitto. Escono raramente perché temono di essere arrestati. Se venissero imprigionati sarebbero costretti a scegliere tra rimanere in prigione o tornare in Siria. Hanno bisogno di lasciare l’Egitto, ma i miei genitori sono anziani e non possono affrontare il pericoloso viaggio in mare o essere trattenuti in aeroporto, se arrivassero in aereo. La nostra unica speranza è trovare un modo legale per portarli in Europa. Così ha raccontato ieri alla conferenza stampa un rifugiato siriano che vive a Bruxelles.

Curiosamente una storia molto simile mi è stata raccontata ieri da un amico: riguarda un giovane eritreo che al momento si trova in Israele e rischia di essere rimandato in Eritrea da un momento all’altro. Se potesse arrivare in Italia potrebbe chiedere asilo e probabilmente ottenerlo, così come tutti i rifugiati dalla Siria. Ma come arrivare? Vie legali non ne esistono e invece, se non si vuole che la protezione internazionale resti una pura teoria, dovrebbero esisterne.

Sono cose di cui non si parla e a cui non si pensa. L’invito, invece, è cercare di pensarci, di ricordarsene e possibilmente di far vedere che ci interessa. Alcune politiche importanti potrebbero essere cambiate, se ce ne fosse la volontà. Non pensiamo alla statistica, alle masse anonime. Pensiamo a persone concrete, con nomi e facce. La campagna Europe Act Now ci può aiutare in questo. Incontrare un rifugiato, anche solo sulla propria timeline, è un’esperienza che vale  la pena di fare.

Sul sito http://www.helpsyriasrefugees.eu si può firmare la petizione e anche scegliere, come ho fatto io, di dar voce ai rifugiati della crisi siriana attraverso i propri account Twitter e Facebook.

La campagna Europe Act Now  durerà per 4 mesi e terminerà in concomitanza con la Giornata Internazionale del Rifugiato del 20 giugno 2014.

Se vi va, unitevi. E magari passate voce a chi ha tanti tanti follower… 🙂

A proposito di Oscar


Impazza il dibattito su La Grande Bellezza. Io ne ho visto poco più di metà, e per giunta su piccolo schermo, con tanto di interruzioni pubblicitarie. Dopo una notte di sonno ho realizzato che mi ricordava da morire This must be the place. E grazie tante, direte voi. Il regista è lo stesso. Sì, ma io questo l’ho scoperto solo molto più tardi. La formula mi pare identica. Apprezzo il buono, anzi l’eccellente recitazione soprattutto del protagonista, la fotografia da ipnosi, soprattutto su schermo grande, le buone intuizioni nei dialoghi e alcune battute memorabili, ma resto con un senso di fastidiosa insoddisfazione. Sono stata cresciuta con l’idea che un film debba essere un organismo perfetto, qualcosa che armonicamente funziona in tutte le sue componenti. Il pensiero corre immediatamente a Visconti (Morte a Venezia, Senso, Il Gattopardo), ma per onestà mi dico che la magia è in buona parte nell’occhio e nelle aspettative di chi guarda. Quello che davvero mi ha disturbato in questo ultimo film di Sorrentino erano le scene da spot dell’ufficio del turismo, la scelta sistematica di location romane belle, per carità, ma davvero gratuite ai fini della narrazione. Le grandi città sono bei soggetti di film, ma mi piace di più quando si indovinano (tipo Istanbul ne Il bagno turco di Ozpetek: tutti interni tranne una fugace occhiata della macchina da presa; ma anche Roma in La finestra di fronte o Le fate ignoranti).

Ma non volevo parlarvi di questo. Nemmeno, in effetti, volevo improvvisarmi critica cinematografica. Solo aggiungere una considerazione. Siccome casualmente ho visto il pluripremiato “12 anni schiavo” e mi sento molto fiera del mio tempismo, del tutto insolito per una reclusa come me, ci tenevo molto a darvi il mio parere non richiesto (anche perché ai pochi che me lo hanno richiesto l’ho già dato). Lungi da me dire che è un brutto film. Brad Pitt che fa il buono troppo buono ha un sentore leggermente stucchevole, ma ci sta con il sapore ottocentesco del tutto. Certo, è un classicone che più classico non si può. Didascalico, in un certo senso. Anche piuttosto lunghetto, in modo che uno capisca bene.

Quello però che mi veniva da pensare è che a me un film come questo fa sempre un effetto un po’ strano. Perché contribuisce a trasmettere l’idea che la schiavitù sia un fenomeno di un certo periodo storico, non così tanto lontano dal nostro come saremmo portati a credere. Non stiamo parlando di antica Roma, cari spettatori, ma di relativamente poche generazioni orsono.

Però a questo punto a me scatta spontanea una aggiunta: anche oggi, in questo momento, esistono gli schiavi. Non solo in senso metaforico, purtroppo. Anche in senso letterale, specifico. Persone che, come nel film, vengono rapite e vendute. Passano di mano in mano. Sono oggetti di proprietà di qualcuno. Io ne ho conosciuto uno e i miei colleghi molti di più. Per non parlare poi, come ricordava il direttore di Amnesty alla proiezione a cui ho partecipato, di tutte quelle persone che sono talmente prive di diritti e di possibilità anche teorica di accedervi, da poter essere tranquillamente assimilate alla stessa categoria. Queste ultime è più facile vederle e incontrarle, nelle campagne italiane, agli smorzi, per le strade della nostra città. Tante persone che nella vita non incontreranno mai Brad Pitt.

Rivelazione


Venerdì scorso, prima di un weekend di Carnevale che più festaiolo non si poteva (per Meryem, si intende), ho finalmente capito una cosa piuttosto banale. Sono brava a fare lezioni all’università. Ah, direte voi, ecco che rispunta la solita vecchia nostalgia dell’orientalistica, mai sopita. Vi dirò: in realtà sono molto più brava a fare lezione sui rifugiati di quanto non lo fossi a parlare di astruse lingue e religioni semitiche. Questo passaggio non l’avevo ancora mai fatto con questa consapevolezza.

La mia preparazione, in questo mio relativamente nuovo settore di competenza (13 anni mica sono acqua fresca, mi avvio decisamente verso il pareggio, rispetto alla porzione di vita dedicata), è più completa e solida. Me la sono dovuta costruire con l’umiltà che nell’accademia non mi è stata mai richiesta. E’ passata attraverso una varietà di esperienze e molti confronti importanti, anche teorici (laddove, alla fine, negli studi il confronto e il riferimento tendeva ad essere una persona soltanto, nel bene e nel male).

Ma ciò che più conta, credo, è il fatto che quando mi capita di far lezione a giovani studenti di master o di università io sono profondamente convinta che quello che racconto sia davvero rilevante per la loro vita futura, se non di specialisti dell’immigrazione, certamente di cittadini. Questo, quando ho insegnato filologia semitica, mi è sempre mancato. Le scienze inutili sono importanti, a loro modo, e possono contribuire ad affinare il senso critico. Ma richiedono una certa vocazione e condizioni precise, che all’università finivano per mancare, vanificando un po’ il tutto. Ricordo distintamente di aver pensato, svolgendo alle mie allieve il modulo di linguistica semitica, che nelle loro vite quelle informazioni non erano utili. Allora stravolgevo il programma, per quanto mi era possibile. Soprassedevo sul ginepraio delle sibilanti e mi concentravo piuttosto sul rapporto tra lingua, scrittura e identità.

Adesso, invece, da ogni lezione esco convinta e appagata. E mi sorprendo a pensare: sarebbe bello che questo fosse davvero, pienamente, il mio mestiere.

Raramente


Raramente scrivo su questo blog di cose su cui sono del tutto ignorante. Raramente vi ho chiesto di mettere mano al portafoglio, me ne darete atto. Il 28 febbraio però è una giornata dedicata alle malattie che colpiscono raramente e che per questo, spesso, non hanno ancora una cura.

Oggi voglio presentarvi Iñaki, il figlio della mia amica Janette. A giugno prossimo compie 4 anni. Abitano a Barcellona. Iñaki è uno dei rari bambini che soffre della sindrome di Sanfilippo. Entrambi, trovo, sono di una bellezza rara. Ma questo c’entra poco con quello che voglio raccontarvi oggi.

imageLa ricerca sta procedendo e c’è una terapia, la terapia genica, che sta dando risultati incoraggianti negli USA. I ricercatori sperano di poter iniziare a somministrare la terapia a bambini sotto i 5 anni alla fine di quest’anno. Pare che funzioni e che sia possibile, per bambini piccoli, far regredire i danni che la malattia ha già fatto. Se la sperimentazione fosse attiva in Spagna, Iñaki avrebbe ottime possibilità di essere incluso e forse curato. Avrebbe, in pratica, una possibilità concreta di sopravvivere.

Però in Spagna la sperimentazione è stata sospesa per mancanza di fondi. Io posso solo lontanamente immaginare cosa provino questi genitori, che hanno deciso di provare ogni via possibile. Hanno fatto molto, moltissimo. Hanno ottenuto la disponibilità dei ricercatori americani a collaborare con un ospedale a Bilbao per portare avanti parallelamente il protocollo. L’ospedale ha accettato e ora è solo una questione di soldi.

Tanti soldi, un’enormità. Tre milioni di euro. Incredibilmente, sono già riusciti a raccoglierne uno. Ne mancano due.
Janette mi chiede di aiutarla a lanciare un immenso brainstorming per aiutarli a realizzare questo sogno di vita per i loro bambini e per tutti gli altri, rari, che soffriranno in futuro di questa sindrome.
Si sono organizzati in fondazione, organizzano eventi, hanno gadget e prodotti solidali. Visitate i siti http://www.redsanfilippo.org e http://www.stopsanfilippo.org. Troverete video, testimonianze e materiale informativo in spagnolo. Se scriverete a Janette, che parla anche italiano e inglese, potrà girarvi anche traduzioni.

Cosa vi chiedo, oggi? Se potete fate una donazione, intanto. Anche un piccolo contributo è un passo verso la meta. Ma, più ancora, pensate un momento se potete incidere di più. Potete magari parlarne con uno sponsor? Conoscete un potenziale testimonial? Magari avete modo di parlarne sui media? Potete organizzare un evento di beneficienza? In caso, vi metto in contatto direttamente con Janette.

Un’ultima cosa. Per domani vi va di mettere l’immagine di questo post come vostra foto nel profilo Facebook? Contribuirà a spargere la voce. Non saremmo genitori se ci arrendessimo davanti all’impossibile. Non saremmo genitori se non credessimo, almeno un po’, ai miracoli che la solidarietà può compiere.
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Cambiamento (teorico)


Arrivo in corner al blogstorming di Genitori Crescono sul cambiamento per condividere con voi, manipolo di lettori, una scoperta che ho fatto su di me. Mi vanto di essere una volatile anima sagittaria, accesa dal fuoco del movimento e della trasformazione. Sbavo, letteralmente, pensando a viaggi improvvisati in mete inconsuete. Mi appago (e mi frego da sola, continuamente) con un torneo di improbabili progetti, imprese, interessi. Salvo poi abbandonarli alla loro ineluttabile irrealizzabilità, o amarli un po’ meno perché quando si realizzano hanno confini, dimensioni definite, vita limitata.

I cambiamenti, io, li adoro. Li cerco, li voglio, li amo.

Però. Non cambio lavoro da 14 anni. Mesi fa, dopo doloroso travaglio interiore, ho mandato un application per un altro impiego. Superata la tragedia e inviata la mail fatidica, ho del tutto rimosso la cosa. Quando alla fine mi è arrivata una risposta, negativa, ho avuto la certezza che mai e poi mai avrei abbracciato entusiasta quell’eventuale cambiamento. Affatto. Avevo avuto il sospetto di essere un coniglio, professionalmente parlando. Dico dico, ma alla fine non so se avrò mai l’ardire di uscire dal mio buco, se qualcuno non mi caccia a pedate. Qualcosa di simile l’ho sempre sperimentato nella mia vita privata. Se proprio non sono costretta con il fucile puntato, lascerei le cose come stanno. Sempre. Oltre ogni legittima immaginazione.

Se ci penso bene, anche fisicamente sono più o meno sempre la stessa, dalla terza media. Qualche chilo in meno o in più (più facilmente in più), ma il colpo d’occhio è quello. Potrei mettermi gli stessi vestiti per decenni e in alcune circostanze l’ho persino fatto. Patisco un po’, questa continuità, ma ormai ci ho fatto pace.

Come si concilia questo tratto con la parte di me che più mi piace, quella avventurosa e mobile? Semplice, non si concilia. Se ne frega di conciliarsi. Sta lì e basta, mi piaccia o meno (direi meno).

We’ve given each other some hard lessons lately
But we ain’t learnin’
We’re the same sad story that’s a fact
One step up and two steps back

Questo post partecipa al blogstorming

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Rispetto


Ieri sera è stata una di quelle occasioni in cui ho saputo artisticamente rivoltare la frittata e trasformare un mio poco edificante sbrocco di mamma in un’occasione educativa. Lo registro quindi, a futura memoria. Avevo perso le staffe, come sempre avviene, per un’infausta combinazione di motivi: un certo malessere generale, l’ennesimo spidocchiamento (stavolta, per fortuna, meramente preventivo) e la tendenza della Guerrigliera a urlarmi in faccia quando le chiedo di fare qualcosa di diverso da ciò che di suo gradirebbe fare. Uniamoci un episodio sgradevole alla fine del picnic con gli amichetti: quando l’ho rimproverata perché si rifiutava di collaborare, mi ha ridacchiato in faccia. Poi mi ha detto che era “per non fare brutta figura con l’amichetta”, il che non ha fatto che aggravare la situazione ai miei occhi. E quindi il fastidio covava lì, non sufficientemente sfogato. Di lì a poco, quindi, la rispostaccia di Meryem mi ha trasformato in un orso Grizzly.

Ho esagerato e sono passata dalla parte del torto. Non ne sono affatto fiera. Sia come sia, una volta tornata in me, me la sono presa sulle ginocchia (era ancora in lacrime) e le ho fatto un discorsetto breve ma convinto. Cara Meryem, le ho detto in pratica, lo sai cosa è il rispetto? Lei, tirando su col naso, mi ha parlato del rispetto per il materiale scolastico e per le cose degli altri. Bene. Ma anche le persone vanno rispettate, perché sono importanti. Tu mi dirai che a me, a papà, ai tuoi amichetti vuoi bene. E’ una bella cosa. Ma ricordati sempre che non è possibile voler bene a una persona se non la si rispetta. Cercheranno, forse, di farti credere il contrario. Ma ti assicuro che è così. Senza il rispetto non può esistere nessun amore.

Ha pensato, ha registrato, magari a un certo punto il discorso ci capiterà di nuovo (sperabilmente omettendo gli urlacci di introduzione). Credo però di aver detto ieri a mia figlia una delle poche cose di cui sono assolutamente certa, per averlo imparato a mie spese. Io, che quando mi chiede “Ma la guerra da noi non può succedere, vero?”, non riesco mai a rispondere “Sì” e basta. Io che ho sempre il “Dipende” in tasca, anche quando la risposta potrebbe essere facilissima. Io, proprio io, sono pronta a dire: di questo sono sicura sicura e vorrei tanto che lo fossi anche tu.

A mente fredda, sulle mucche danesi


L’altra sera mi sono ritrovata nel mezzo di una discussione su Facebook che ero impreparata a gestire perché mi faceva davvero arrabbiare, oltre ogni misura. Me la sono cercata. Quando si condividono notizie su argomenti sensibili bisognerebbe essere preparati alle reazioni. Quelle dei miei amici, peraltro, erano civili, educate, composte e non prive di ragionevolezza. Però mi sono resa conto che non riuscivano proprio a vedere il mio punto e questo mi ha rattristato assai.

La notizia era questa. Il Governo danese ha vietato la macellazione senza preventivo stordimento dell’animale, il che è generalmente considerato in contrasto con quanto prescritto dalle norme della macellazione rituale, sia ebraica che musulmana. Dopo essermi un po’ documentata, soprattutto qui, apprendo che non solo la Danimarca non è un caso unico (già da anni la questione si pone in Svizzera e mi pare di capire anche in Svezia), ma che soprattutto esisterebbe, con un po’ di ragionevolezza, la possibilità di mediare, trovando delle forme di stordimento dell’animale non in contrasto con la salvaguardia dell'”integrità fisica” prescritta dalla religione (a una lettura veloce mi pare che in Malesia si sia già proceduto in questo senso).

Concordo che in primo luogo è necessario sgombrare il campo dalle posizioni troppo ideologiche, a partire dalle facili battute sui cuccioli di giraffa. Quello che davvero mi ha disturbato è la frase “I diritti degli animali vengono prima della religione”, che pare il ministro dell’agricoltura danese abbia pronunciato a commento del provvedimento. Dovrei probabilmente andarmi a leggere tutto il contesto dell’intervista. Certo che, riportata così, mi pare un’affermazione aggressiva, violenta e potenzialmente discriminatoria. Io credo che la civiltà imporrebbe di trovare modi che riducano il più possibile le sofferenze di tutti gli esseri viventi. Ma un’affermazione come questa sembra trascurare il fatto che la religione non è un vuoto orpello, ma parte importante dei valori irrinunciabili di molti esseri umani. Ci sono molti uomini al mondo, anche oggi, disposti a morire per la propria fede. Detesto quando la semplice ignoranza (perché di questo molte volte si tratta) si autoproclama metro di civiltà.

La frase del ministro danese è decisamente infelice. Il provvedimento magari è giusto, ma solo se implica la volontà concreta di dialogare con le comunità religiose, composte da cittadini di pari dignità degli altri (animali compresi), per soluzioni condivise e migliori per tutti. Altrimenti è un civilissimo atto di prevaricazione. IMHO.

Il bicchiere mezzo pieno


Dopo una settimana di influenza e fatica massima, fisica e mentale, ieri dopo l’ufficio sono andata alla riunione del consiglio dei genitori, che si è protratta fino alle sette abbondanti (inutilmente, ma questo sarebbe un altro post). Aprendo la porta di casa, mi trovo davanti Meryem e Nizam seduti a tavola, che mangiavano un pasta al sugo dall’odore decisamente invitante. Ce ne era un terzo piatto che mi aspettava. Ora a voi tutto ciò parrà la cosa più ovvia e naturale del mondo, ma per i nostri standard si tratta di una sorta di eccezione miracolosa.

Mi sono goduta fino in fondo la sensazione che quella parte era fatta, che ci aveva pensato egregiamente qualcun altro, che tutti parevano moderatamente sereni (ho scoperto poi che poco prima si era consumata una specie di tragedia: Meryem aveva rovesciato inavvertitamente dell’acqua sul computer e aveva pianto disperata temendo di averlo rotto. Ma l’ho scoperto appunto poi e della crisi non c’era più traccia). Mi sono seduta e ho mangiato un piatto caldo e delizioso.

E’ straordinario come una cosa così semplice e addirittura ovvia possa dare tanta gioia. La cosa mi ha sorpreso al punto che per un attimo ho pensato di farne un motivo di riflessione, o piuttosto di recriminazione: ma come, possibile che sono arrivata al punto che un episodio così mi pare straordinario? E però subito dopo mi sono ricordata di quando Meryem era piccolissima e la allattavo di notte. Una volta, ritornando a letto dopo la poppata, mi sono sorpresa ad essere felice di essermi svegliata perché così potevo più consapevolmente riprovare la gioia di infilarmi in un letto già caldo. Non sono mai stata particolarmente incline al gioco di Pollyanna, non riesco credibilmente a impormi di vedere il positivo nelle situazioni. Ma ieri mi sono ripromessa che almeno cercherò di non boicottarmi da sola quando mi sento di buon umore.

Cirillo, Metodio e altri miti familiari


“Mamma, ma perché non possiamo essere una famiglia normale?”. Chissà che voleva intendere esattamente, Meryem, quando mi ha trafitto il cuore con questa innocente domanda. Magari non tutto quello che ci ho letto io, che per giunta ero anche sul punto di stramazzare, vinta dalla febbre. Fatto sta che, vigliaccamente, non ho approfondito.

Però oggi, mentre il mondo festeggia San Valentino, a me viene da pensare a San Cirillo e Metodio e alla mia famiglia anormale. Vedo da Google che mio padre pubblicò una traduzione delle biografie paleoslave dei due santi già nel 1981. Non ritrovo i riferimenti esatti, ma leggo che Giovanni Paolo II li ha proclamati patroni d’Europa nel 1980, il che significa che i due giravano in spirito a casa mia almeno da quando avevo 6-7 anni, ovvero circa l’età attuale di Meryem.

Mio padre era uno che, decisamente, si portava il lavoro a casa. E certo non era un lavoro come quello dei padri dei miei compagni di classe. Era un lavoro che comportava produzione di mucchi immensi di scartoffie, che franavano qua e là, e talora faceva spuntare a casa personaggi bizzarri, a cui le mie sorelle davano soprannomi irriverenti. C’era Orsone (esimio accademico dell’Università di Vienna), Timiducci (giovane prete polacco, esperto di glagolitico) e svariati altri personaggi e interpreti.  Io fin da bambina assistevo e partecipavo a questa sorta di bizzarro circo e sono cresciuta a leggende familiari, in gran parte non prodotte da narrazioni mie, tra cui quella che raccontava che una lite seria tra i miei genitori vertesse intorno a quale fosse l’età media degli antichi romani.

Oltre a darmi infinito materiale per gustosi aneddoti, che però oggi non ho tanta voglia di sciorinare, tutto questo clima mi ha portato a vivere con una certa fierezza il fatto che noi non fossimo una famiglia “normale”. Non lo eravamo quasi in nulla, a dire il vero. Non lo eravamo nelle tradizioni delle festività, non nel rapporto con i parenti (almeno che io possa ricordare), non lo eravamo per il fatto che mia madre era considerevolmente più grande di mio padre e quando sono nata io aveva già 47 anni. Non facevamo pranzi speciali la domenica (avevamo, quello sì, il rito delle pastarelle dopo la messa), non andavamo in bicicletta (o almeno, io non ci andavo) né a sciare.

Con il senno del poi, oggi non credo che necessariamente quella mia famiglia potesse dirsi un modello. Lo è stato, fin troppo, per me. Troppo perché il modello che mi ponevo davanti era già mitizzato, enfatizzava le cose piacevoli e ometteva artisticamente gli aspetti oscuri che pure c’erano. Alla fine non mi meraviglia che nei miei inconsulti tentativi di ricreare il mito mi sia ritrovata con un pugno di mosche.

E Meryem, cosa si troverà? Spero di riuscire ad insegnarle che si può essere famiglia in molti modi diversi. Che ai sentimenti, come alle cose più alte dell’universo, non si possono applicare i lacci della logica aristotelica. Che alla fine, la parte che davvero si sceglie non è così rilevante. Più importante è come, giorno dopo giorno, se ne vivono le conseguenze.

Ricordi difficili


Ricevo abbastanza raramente mail da parte di lettori di questo blog (non sono poi così tanti), ma il messaggio di Antonella conteneva un invito e una amichevole “sfida”, che raccolgo volentieri. Non avevo consapevolezza che oggi è la Giornata del Ricordo dell’esodo istriano e dalmata. Antonella lo sa, perché quella storia è la storia della sua mamma e, per riflesso, della sua famiglia. Lo sarebbe un pochino anche della mia, almeno trasversalmente. Il cognome sloveno di mio nonno è uno di quelli modificati per legge durante la politica fascista di italianizzazione. Mio padre non ha mai potuto imparare la lingua madre di suo nonno: parlarla a Gorizia sarebbe stato, a quel tempo, pericoloso. Non ho mai parlato con mio padre di tutte queste storie complesse, che hanno i loro strascichi ancora oggi, con un’unica eccezione: un viaggio in treno tra Roma e Gorizia che facemmo insieme e durante il quale lui, inaspettatamente, tirò fuori un racconto ininterrotto, di cui purtroppo non mi sono appuntata nulla e che istantaneamente mi si è confuso in testa in un guazzabuglio di particolari inestricabili l’uno dall’altro. Peccato.

Ma torniamo a Antonella. Sua madre ha passato la sua infanzia in un campo profughi, in Italia. Spesso dico che in Italia non esistono campi profughi. Ho sempre omesso di dire, perché non ci ho mai davvero pensato a fondo, che però sono esistiti. Ed erano come tutti i campi profughi del mondo: inadeguati, sprovvisti dell’essenziale, durissimi, in luoghi inospitali e inadatti alla vita umana. Lì, nel Carso, ad esempio, è successo che dei bambini morissero di freddo.

Questa pagina di storia è una di quelle che non siamo stati in grado né di scrivere né di raccontare. Forse perché, come emerge chiaramente dalle polemiche in un senso o nell’altro, che puntualmente si scatenano sui numeri, sulle responsabilità delle eventuali vittime, sul significato da attribuire a un episodio o all’altro, quella guerra è in un certo senso ancora in corso, sotto traccia. E’ esattamente così che, anche dopo decenni, si riaccendono le guerre civili. Ancora una volta dal mio lavoro imparo che i processi di pace da soli non bastano: serve un lungo, paziente e certosino lavoro di riconciliazione, che va ben oltre il livello politico e affonda nella cura dello spirito delle persone coinvolte.

Lasciatemi parlare da ignorante (nel senso che davvero ignoro molto di quel periodo storico). Io credo che le persone debbano essere messe al centro, sempre. Se delle persone hanno subito trattamenti degradanti e delle violenze gravi (come è il caso, ovviamente, in tutte le guerre), io non accetto di fare classifiche o di dare giustificazioni. Il che significa, ovviamente, che ci provo. Non è una cosa facile. Mi viene in mente un esempio che non farò, perché aumenterebbe di molto il tasso di potenziale polemica di questo post, che davvero vorrei evitare. Ma penso adesso al mio lavoro. Le storie dei rifugiati sono considerate, sempre,  su base individuale, caso per caso (o almeno, così dovrebbe essere). Questo aiuta a prendere le distanze dalla tentazione di far scontare al singolo,  i cui diritti umani sono stati violati, la responsabilità vera o presunta della collettività a cui appartiene.

Se penso ai conflitti attualmente in corso, la Siria in primis, nei report ONU è frequente leggere la frase: “gravi violazioni dei diritti umani sono state perpetrate da tutte le parti in conflitto”. Questo vuol dire, in pratica, che in tutti e due gli “schieramenti” ci sono vittime da difendere e tutelare, ma che soprattutto (come è il caso in Siria) certamente ci sarà una maggioranza silenziosa e politicamente ininfluente che subisce due volte: per quello che soffre e per il fatto che la narrazione contemporanea ignora le persone che non può etichettare come “buoni” o “cattivi”. Credo davvero che l’esperienza della Siria contemporanea possa aiutarci a guardare con maggiore giustizia anche all’esodo istriano e alle foibe.

Certo è che ci sono persone che dopo un’esperienza dolorosa e grave non ha avuto nessun riconoscimento e anzi hanno vissuto con vergogna la propria condizione di esule, perseguitato e vittima. Antonella mi scrive che il campo profughi sorto a Trieste, sul Carso, è ora un museo. Quando ha raccontato alla sorella di sua nonna, che ora vive in Canada, di averlo visitato, Antonella intendeva esprimere la sua emozione, la sua solidarietà e la sua vicinanza per qualcosa che lei aveva vissuto e di cui lei invece non aveva mai ben capito la portata. Invece si è sentita raccomandare che “non era necessario che raccontassi in giro che anche noi eravamo stati là”.

“È molto difficile parlare di ricordi che in realtà non ci appartengono perché nessuno ce li ha fatti vivere”, racconta la signora Luciana, madre di Antonella; “la mia famiglia come la maggior parte degli Istriani ha tenuta nascosta la propria vicenda perché l’esodo è stata vissuto dai più come una sconfitta, un’umiliazione, l’istriano come asociale e reietto; l’esilio nell’accezione più dura del termine, quello dell’anima. Per cinquant’anni ho sentito sussurrare la parola ‘foibe’, ‘portato via di notte’, ‘sshh, a Pisino… mai più tornato’, ‘i fioi no devi saver se li cariga e poi lassa star più tardi la sa meio è’. Il capofamiglia, mio bisnonno ha lasciato assieme alle sue terre ed alla sua casa di contadino anche due figlie e ben sette nipoti; a nessun battesimo né cresima né matrimonio c’è stata la sua presenza; e come lui tutta la famiglia ha tagliato il cordone che ci legava a quelle terre ed ai nuovi padroni. Quello che mi ricordo della mia famiglia è la dignità con la quale hanno accettato la povertà, i sussidi, la promiscuità. Non ho mai sentito dal bisnonno o dalla nonna una lamentela o una parola di rimpianto, corrispondente all’educazione che mi è stata data: pensa e pondera bene ma quando prendi una decisione quella è la strada giusta, prosegui senza ripensamenti. Di noi profughi posso dire che ho scoperto molto da sola, da adulta, proprio come loro desideravano: gli occhi della maturità vedono con maggior calma e saggezza non lasciando spazio ad estremismi. Il discorso potrà continuare ma quello che vorrei raffigurare è la dignità del popolo istriano e lo illustrerò meglio con un episodio di vita vissuta (da me); quando nel ’69 al maresciallo Tito fu insignita la croce di cavaliere della Repubblica Italiana, io lo dissi a mio bisnonno non per sfida ma soltanto per curiosità: lui mi fissò con gli occhi slavati di vecchio miope cercando il mio sguardo e mentre il mento cominciava a tremargli disse: ‘Vol dir che anca Dio ne gà ‘bandonà’. L’Associazione che frequento ha presentato una richiesta di revoca di tale onorificenza (ed è per questo che quell’episodio si è rifatto vivo nella mia mente) ma da parte mia non c’è e non ci potrà mai essere quella veemenza e rabbia che vedo in altre realtà; noi Istriani siamo stati vilipesi dalla madre patria, costretti a rinunce ed umiliazioni e troppo stanchi nello spirito per gridare il nostro inutile dolore. Ogni nome che sento, vedi Vergarolla, mi fa sentire in mente la mia famiglia, quando parlavano sottovoce ed io li sentivo ma non capivo: stare in questa Associazione è come continuare a vivere con loro ma non da protagonista, bensì da spettatrice”.

Vi lascio con un contributo scritto dalla signora Luciana. E’ apparso in forma rimaneggiata, su “Umago Viva”, periodico dell’associazione di esuli con sede a Trieste con cui collabora. Parla di un film, “La città dolente”, che trovate anche su Youtube.

La città dolente.
Te parti? No, mi resto. Mi no so.
Tempo fa, è stato trasmesso su una rete privata un film in bianco e nero che attirava l’attenzione per le riprese essenziali e buie degli interni, molti i primi piani ed espressivi i volti dei protagonisti, tipico del neo-realismo italiano di quegli anni. Un film che annunciava la sua drammaticità già dall’incipit con la prua di una nave che solca un mare scuro, minaccioso e la scena finale sullo stesso mare ma quieto, statico come gli animi dei protagonisti placatisi soltanto alla fine di quei drammatici eventi storici che noi Istriani conosciamo bene: tesi ed indecisi all’inizio della vicenda fino al tragico finale con quattro scelte diverse ma tutte travagliate ed infelici. Il film è stato selezionato tra i 100 film italiani da salvare, restaurato dall’Istituto Luce e proiettato in varie sale in occasione della giornata del Ricordo.

Due sono le particolarità di questa pellicola: non presenta alcuna retorica, il realismo è accentuato se possibile da documentari che riguardano proprio l’esodo dalla città istriana (Pola) e che vengono inframmezzati a supporto della scenografia del film. Troviamo così le immagini dei documentari di Vitrotti e Moretti alternate alle scene del film, didascalie efficaci di spiegazione dei fatti (non da ultimo il coprifuoco della città in seguito all’attentato di cui fu protagonista la Pasquinelli). Questo è in assoluto l’unico film sugli esuli istriani che sia mai stato fatto, iniziato quasi in tempo reale su canovaccio di una storia vera. ‘La città dolente’ venne girato tra il 1947 ed il 1948 mentre la città di Pola si stava svuotando via via dei suoi cittadini, che vediamo appunto nei documentari mostrare il loro sguardo vuoto ed angosciato e la disperazione dei profughi che partono. Si intrecciano ai documentari ormai famosi sull’esodo della città, le vite dei protagonisti a stigmatizzare i diversi comportamenti dei nostri connazionali in quel momento: Berto indeciso se partire o meno, diviso tra la moglie impaurita e condizionata dall’esodo di quasi tutta la popolazione e l’amico che lo lusinga a rimanere paventando un futuro di libertà e di prosperità; Silvana la moglie preoccupata per il loro bambino ed intimorita dalla spavalderia degli slavi arrivati in città; Sergio che grazie al comunismo spera di riscattarsi e di diventare il padrone ed infine Lubiza, funzionaria comunista, che sarà l’unica tutto sommato a perseverare convinta sulla propria strada ideologica fino alla fine del film.

Tutti subiranno la tragedia della storia ma ciò che conta è che il regista, Mario Bonnard volle ammonire il popolo italiano a vigilare sulla nuova dittatura incombente ai confini orientali, sull’utopia comunista, sui lager conosciuti anche da connazionali non istriani, sulla differenza tra il popolo slavo che balla e si diverte, e gli Italiani costretti ad andarsene; ma….. inutilmente. Anche se ultimato in breve tempo, la distribuzione del film rimase bloccata per un anno e la pellicola uscì nel circuito parrocchiale soltanto il 4 marzo 1949; fu subito ritirato, e ne intuiamo a pieno il motivo, e poi cadde nell’oblio come lo siamo stati d’altra parte anche noi Istriani. Non meritano alcun commento, né tanto meno citazioni, le critiche fatte nel 1949 al film in se stesso soprattutto dai giornali di certa parte: i nostri vecchi dicevano che ‘Il tempo è galantuomo’ ed i fatti hanno dimostrato da soli la validità ad esempio degli sceneggiatori, uno dei quali fu Federico Fellini per il quale non occorrono commenti o delucidazioni; un altro fu Anton Giulio Majano di cui ricordiamo tra gli innumerevoli sceneggiati di mamma Rai, ‘La freccia nera’ con una giovanissima Loretta Goggi ed Aldo Reggiani oppure ‘David Copperfield’ con Ubaldo Lay e Giancarlo Giannini e tanti altri tutti firmati da lui; infine la protagonista femminile Constance Dowling (attrice statunitense) che fu amata da Cesare Pavese che le dedicò alcune sue poesie (Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi) e che godette di una certa fama nel suo paese.

Oggi basta molto meno per ottenere maggior successo di questi validi professionisti che fecero l’errore di girare un film non consono ai diktat politici del tempo, un film inopportuno che non fece epoca (oggi verrebbe osannato e catalogato nel cosiddetto cinema contro); spiace constatare che oggi come allora la politica continua ad influenzare la cultura e soprattutto la verità, quella che viene ricordata dai fatti e non dalle parole (o bugie) espresse al momento o sessant’anni dopo. Abbiamo anche noi occhi, cervello e ….memoria. Potrà sembrare un paradosso, ma il popolo italiano (notoriamente indisciplinato per quanto riguarda l’osservanza alle leggi) ha avuto bisogno di una legge per riconoscerci; soltanto con l’istituzione del Giorno del Ricordo, (legge n. 92, 30 marzo 2004), è stato tolto il paravento dietro al quale ci avevano relegati per oltre sessant’anni ed il film ‘La città dolente’ da opera scomoda è diventato un’opera addirittura da salvare. Ben venga questo riconoscimento ma a noi non serviva una legge né per ricordare né per conoscere la verità.