Sono giorni inspiegabilmente difficili. E’ come se, leggendo in penombra, avessi perso il segno e non riuscissi a ritrovarlo. Una volta, molti anni fa, scrivevo in un post che mi pareva di camminare su una lastra di ghiaccio scricchiolante. Ci sono di nuovo.
Sono cose che succedono, o almeno che succedono a me. La nostalgia del passato è il rimpianto di quello che avremmo voluto che fosse stato (ma che magari non è stato affatto come ci piace ricordarlo). Questa è la prima frase, dettami gentilmente da un amico venerdì sera, che mi ripeto in queste ore. La seconda la debbo a Anna Lo Piano: “per riuscire a condividere senza pesantezza bisogna essere prima molto soli e accettare questa solitudine, viverla pienamente”. Anche questa frase la ripeto tra me e me in questi giorni. Mi pare dia un senso alla mia solitudine (anche se questo post è decisamente pesante: farò in modo che sia almeno breve).
A questo punto prevengo i commenti che mi aspetto: non è successo assolutamente nulla. Non è cambiato nulla negli ultimi giorni o nelle ultime ore. Abbiate pazienza con me. Sono solo un’anima inquieta. Niente di cui preoccuparsi.
Nonostante il mio impegno, stamattina probabilmente non ero abbastanza ben disposta. Affrontavo una riunione in cui, come mi aspettavo e ben sapevo, si contrapponevano due visioni molto diverse, difficilmente conciliabili, in merito a un progetto a cui tengo molto (troppo?). Ne siamo usciti vivi, io me la sono cavata giusto con un paio di rimbrotti e richiami per le mie intemperanze (verbali e facciali). Il che là per là non mi è piaciuto, ovviamente, ma alla fine l’importante è andare avanti in qualche modo. E forse ci riusciremo, alla fine.
Nonostante la fatica e la frustrazione, mi sono portata via la consapevolezza che trovare un percorso comune non è solo una questione di conciliare i punti di vista. Certe volte, anzi, i punti di vista non fanno che bloccarci e più li si approfondisce, peggio è. Se poi uno, come ad esempio me, pensa con tutta la pancia, ecco che la comunicazione si trasforma in un campo minato dove alla fine, nonostante le apparenze e le intenzioni, i contenuti finiscono per non contare affatto. Per mia e nostra fortuna, ci sono stati almeno due contributi di natura diversa che ci hanno portato comunque un passo oltre.
Il primo (che, non lo nascondo, mi ha indispettito ma era necessario) era il tentativo di chi guidava la riunione di riassumere, ricomporre, al limite minimizzare con un certo atteggiamento possibilista che potrebbe anche essere inteso come ricordare la visione di insieme. Una passata di “superficialità” certe volte è utile per sgombrare il campo dai massimi sistemi, ingombranti e inutili per questo genere di discussioni. Il secondo era una sottolineatura del positivo che c’è, frutto evidentemente dell’impegno di tutti. Là per là sembrava un intervento a margine, e invece era importante e io, pur avendo l’intenzione di fare a mia volta questa stessa sottolineatura, non riuscivo in nessun modo a non farla suonare come un’argomentazione “a mio favore” e dunque non utile a lavorare sul conflitto.
Più di ogni altra cosa però ho apprezzato un commento successivo alla riunione. “Credo che tutti abbiate bisogno di riconoscimento”. Ho apprezzato molto questa osservazione, che mi ha spinto a riconsiderare positivamente questo acceso confronto, che troppo spesso resta implicito dietro a frecciatine e malumori. E’ stata un’attenzione, un feedback non richiesto e in qualche misura inatteso, che mi ha fatto pensare. Mi sono sentita presa in considerazione e allo stesso tempo punta sul vivo.
Riconoscimento è diverso da stima. Il riconoscimento ho molta difficoltà sia a riceverlo (o a percepirlo?) che a darlo. Forse parte del problema è che faccio fatica a mettere a fuoco il concetto. Mi pare che il riconoscimento sia meno partigiano della stima, forse perché la seconda impegna pesantemente una critica di natura più intellettuale e morale. La stima si guadagna, si costruisce, si perde: è un organismo complesso. Il riconoscimento è più quotidiano, più spicciolo, se vogliamo meno impegnativo. Tanto che spesso mi pare superfluo esprimerlo.
Ho imparato con l’esperienza che è importante per i bambini, che più espressamente degli adulti lo cercano. Ma anche gli adulti ne hanno bisogno, e può dare un senso e un colore diverso a qualunque relazione, anche al di fuori dei rapporti di amicizia o di affetto. L’altro giorno, ad esempio, incrociando la coordinatrice della scuola di Meryem, ho sentito il bisogno di manifestarle che ero soddisfatta di come è stato gestito dalla scuola il periodo in cui Meryem ha avuto il gesso. Ok, era loro dovere, eccetera eccetera. Ma la soluzione è stata trovata (e data la struttura non era ovvia affatto), è andato tutto bene e mi è parso giusto, avendone l’occasione, di dirlo. Anche alla luce della riunione di oggi, credo davvero che una maggiore attenzione ai reciproci piccoli riconoscimenti ci aiuterebbe a vivere meglio. Non vi pare?
Certe volte, anche a causa di certe mie troppo incoraggianti frequentazioni (vero, Natalia?), mi sembra quasi di essere in grado di cucinare pure io. E, regolarmente, arriva il momento in cui faccio il passo più lungo della gamba. Situazione tipo: sera, dopo cena, guardo quello che ho in dispensa. Ma sì, perché no? Metto insieme due tre cose, le mescolo bene, una mezza bustina di lievito… Facciamo un dolce per la colazione. Risultato, immancabilmente: frittatone crudo (o bruciacchiato) dal sapore improponibile.
Per fare una cosa lievitata, ma in genere una preparazione cotta in forno, l’estro paraculo che mi salva in tante occasioni non serve. Ci vuole almeno un minimo di competenza, un progetto definito – che consente poi, ma POI, variazioni sul tema – e i tempi giusti. Parlavo venerdì scorso con la ben nota Francesca Sanzo AKA Panzallaria, che ci raccontava come incasinare la preparazione dei dolci più elementari. Anche quello è un talento e, udite udite, non sempre è possibile rimediare con un po’ di fantasia. Anzi, come nel caso della sua torta yogurt e banane, ci sono delle circostanze in cui il guizzo di creatività è peggiore del male.
Perché vi racconto tutto questo? Perché con tristezza vedo il mio Paese in mano a cuochi dilettanti e presuntuosi, che ancora sono convinti (nonostante il successo planetario di Masterchef) che basti mescolare un paio di ingredienti insoliti e dare una veloce mescolata per sfornare un piatto succulento (o almeno degno di essere impiattato). A Roma siamo in piena campagna elettorale e volano guizzi creativi da tutte le parti, per non parlare di quelli sfoderati per l’elezione del Presidente della Repubblica.
A me pare che si sprechino un sacco di energie per rabberciare e improvvisare a destra e a manca. Il sociale, in questi casi, è una spezia da ritirare fuori dai cassetti, meglio se per caramellare una bella quota rosa (ingrediente irrinunciabile e di gran moda, come lo scalogno). Possibile che nessuno abbia pensato, a tempo debito, a svegliarsi presto, fare un salto al mercato, scegliere gli ingredienti, possibilmente non avariati e lavorarci il tempo necessario per potere ora, impiattare con un briciolo di onestà?
Un casale in mezzo alla città. Magico come un castello di principesse. Meryem scorrazza su e giù, con una sua più o meno coetanea. E’ la seconda volta in due giorni che la guardo, anche da una certa distanza. La vedo muoversi più sicura, più decisa (e non solo per il piede, che inizia a dimenticare il gesso).
Una festa colorata, di quartiere e internazionale allo stesso tempo. Un luogo che senza tetto era forse più eroico, ma ora che il tetto ce l’ha è un patrimonio comune (che fa di tutto per restare tale). E allora si saluta senza rimpianto l’età degli eroismi.
Meryem canta “A come armatura” con il papà della nuova amichetta. Io incontro amici, vecchi e nuovi. Ma riesco anche a passeggiare in silenzio e a scoprire dei fiori arancioni, la luce del sole sui gradini di marmo, il fumo della grigliata che sale sopra il glicine.
Nell’ufficio chiuso al pubblico, ma che mia figlia considera aperto “perché noi conosciamo chi lavora qui”, disegniamo insieme un cielo stellato. “Mamma, chi sono i rifugiati?”. Chissà se lo ha sentito da me, oggi o in un’altra occasione. O forse da qualcun altro. Le rispondo, tranquillamente. Annuisce. Oggi è primavera.
Un invito ricevuto per il prossimo sabato mi ha riportato indietro nel tempo, agli anni dell’adolescenza. Premetto doverosamente che no, non li rimpiango affatto. Guardando indietro, con il famoso senno del poi, realizzo di aver sofferto molto perché non mi sentivo parte di gruppi, non necessariamente ben definiti o realmente esistenti, che all’epoca mi parevano importanti per sentirmi realmente considerata. Ero sempre, inesorabilmente, “fuori”. Ero sempre “troppo”. Troppo alta, troppo grassa, ma anche troppo intellettuale, troppo complicata, troppo pesante e cervellotica.
Mi ero trovata, però, il mio microgruppo, un paio di amiche con cui facevo quelle cose “troppo impegnate” che ci facevano sentire adulte, ma allo stesso tempo ci divertivano: mostre, cinema seriosi, ma anche weekend e viaggi “culturali” che sono rimaste delle pietre miliari nei miei ricordi (uno era un ponte di novembre per visitare la mostra dei Fenici a Palazzo Grassi – e qui solo qualche mio ex collega orientalistica può capire che portata ebbe per me quella gita, anche se all’epoca non potevo saperlo). Il mio microgruppo, che poi era un trio, era stato definito da qualcuno “la TBC”, dalle nostre iniziali. A noi in fondo piaceva, ma credo la dicesse lunga sul nostro grado di integrazione.
Stranamente scopro che anche da adulti l’appartenenza a gruppi, gruppetti e gruppuscoli è sentita come rilevante. La piazza allargata di Facebook non fa che strizzare l’occhio a questa adolescenziale tendenza: gruppi chiusi, gruppi segreti. Di alcuni faccio parte, di molti non conosco neanche l’esistenza. Ne riconosco la funzionalità, entro certi limiti. Ma non finisce mai di stupirmi quando qualcuno sbandiera (con opportune e trasparentissime allusioni) la propria appartenenza a uno di essi, manco fosse la tessera di un club esclusivo. Peraltro mi risulta che dei club davvero esclusivi non si dovrebbe neanche conoscere l’esistenza, no? [Prima regola del Fight Club: non parlate mai del Fight Club. Seconda regola del Fight Club: non dovete parlare mai del Fight Club…. Ma quel film, confesso, non l’ho nemmeno visto].
Insomma, siamo davvero destinati a non diventare mai adulti?
Postilla. Ripensando poi al trio della mia adolescenza e alle attività a cui ci dedicavamo, realizzo oggi che alcune le trovavo noiosissime. I concerti di musica classica, ad esempio, spesso accompagnati dal pensiero ricorrente: “Ma quando finisce?”. Alcuni spettacoli a teatro,che Dio mio, ci vuole giusto l’entusiasmo dei 16 anni per lanciarcisi (ricordo distintamente la sensazione di sgomento che ha accompagnato l’annuncio “terzo tempo” a una rappresentazione, francamente non imperdibile, de “Le tre sorelle” di Checov al Teatro Argentina. Oddio, i tempi possono essere più di due?). La tendenza al masochismo culturale è proseguita anche all’università, anche grazie all’insuperabile filone della filmografia iraniana, meglio se in lingua originale con sottotitoli in francese. Ma ricordo anche un film al cinema, più di cassetta, che era talmente lacrimevole (un trapianto al cuore, forse?) che a me e alla mia amica Marta ci prese una ridarola incontrollabile, mentre la mia amica Cristiana (che forse mi legge) si commuoveva il giusto e avrebbe voluto strozzarci (cos’era Cristiana, ti ricordi?). E allora mi chiedo pure: ma perché godevo, godevamo nel fare necessariamente scelte che non sempre pagavano in termini di appagamento reale? Era una questione di aspettative che le nostre famiglie avevano per noi? Era desiderio di differenziarci consciamente e volutamente da chi ci avrebbe comunque differenziato? Comunque, che bello essere abbastanza grandi e scafati per poter dire, con libertà, questo film è una noia mortale. Non trovate? Obietterete che avrei potuto farlo anche prima. Mah, chissà, forse. Ma non sarebbe stata la stessa cosa.
Nel post precedente mi sono limitata a mettere tutta la carne al fuoco, in ordine sparso. Ho cercato di raccontarvi un po’ di idee uscite durante la presentazione del libro Costruire visioni. Però sono molte le implicazioni di un discorso del genere, calato nella mia esperienza attuale.
Pur consapevole che è difficile così, per iscritto, contribuire a una conversazione davvero significativa, nei prossimi giorni intenderei sottolineare un paio di direzioni possibili di ragionamento, separandole in post dedicati. L’idea è quella, da manuale, di dividere l’elefante a pezzi per riuscire a masticarlo. Sono consapevole che questo genere di post, sia per il contenuto un po’ hard, sia per la forma poco brillante, interessano una porzione limitata dei miei non molti lettori. Cercherò quindi di diluirveli un po’ nel tempo, abbiate pazienza.
Si parla di visioni, dunque. Il primo posto a cui guardo, istintivamente, è il mio lavoro. Mi accorgo, dopo un paio di cancellature, che rischio di fare uno sproloquio lunghissimo e noioso. Cerco allora di fare ordine.
# Lavorare nel sociale significa avere una visione?
Non direi, non necessariamente. Anzi, mi pare di poter dire che il processo di “progettualizzazione” del lavoro sociale (tutto ormai funziona per progetti, che iniziano e finiscono, al ritmo sempre più incerto e macchinoso dei finanziamenti) lavora attivamente contro la costruzione di visioni sociali. Leggo oggi questo articolo di Bernardino Casadei, che mi pare assai pertinente: sarebbe il caso di “verificare se le organizzazioni che perseguono finalità d’utilità sociale sono consapevoli del loro ruolo e del loro impatto nella costruzione del bene comune”. Un altro problema è la questione dell’erogazione di servizi sociali per conto terzi (specialmente per conto dello Stato o dell’amministrazione locale): in principio, di per sé molto ricco e positivo, della sussidiarietà scivola ormai pericolosamente nel subappalto (ancora Casadei: ” le organizzazioni non profit devono certo liberarsi da quella mentalità di erogatori per conto terzi, per cui l’unico vero obiettivo è quello di produrre il servizio nel rispetto degli standard richiesti al minor costo possibile, per imparare a definire e a comunicare quale sia il loro vero impatto in termini di benefici non solo economici e sociali, ma anche morali e civili”).
E’ una degenerazione irreversibile? Ma certo che no. Però è una bella battaglia, che richiede che l’organizzazione no profit in questione abbia una bella solidità, e non solo economica. Deve avere, anche in questi tempi di crisi e di ristrettezze, una visione. Noi al Centro Astalli mi sento di poter dire che la visione la abbiamo, bella forte: è quella del JRS e, più in generale, dell’apostolato sociale della Compagnia di Gesù. Suona stantio? Vi assicuro che pochi testi sono rivoluzionari e, appunto, visionari quanto i documenti della Congregazione Generale 34° (1995), in particolare il decreto 3 (La nostra missione e la giustizia) e il decreto 5 (La nostra missione e il dialogo interreligioso). “Se, come Ignazio, immaginiamo di rivolgere il nostro sguardo alla terra insieme alla Trinità, mentre sta per iniziare il terzo millennio del cristianesimo, che cosa vedremmo?” Insomma, non si può dire che questi gesuiti pecchino di ristrettezza di orizzonti… Certo, da qui a tenere conto di tutta questa larghezza di pensiero anche nelle scelte contingenti di gestione dell’Associazione, per non parlare dei singoli impicci del lavoro quotidiano, ce ne corre. Ma almeno qualcosa abbiamo.
#Lavorare nel sociale aiuta a costruire visioni?
Anche qui, dipende. Il lavoro nel sociale può essere fortemente logorante e spesso ci si trova a farlo in condizioni obiettivamente deleterie per se stessi e per gli altri. Altro che visioni. E’ già tanto uscirne sani di mente. Però è pur vero che sono anche lavori che più facilmente di altri si fanno per passione (nel senso, anche, di “attraverso la” passione). Sono lavori privilegiati, che allenano più di altri a uscire dagli schemi e a cambiare punto di vista (sempre se accompagnati da sufficiente spazio per il pensiero, cosa non banale). Il libro di Emilio Vergani mi ha richiamato fortemente quello di Cesare Moreno e forse la cosa non è casuale. Più ancora mi è tornato in mente un densissimo incontro con Cesare, per cui sono ancora grata alla mia amica Rosaria.
Cito dagli appunti di quel giorno: “Il metodo che noi seguiamo è la riflessione. Facile, direte voi. Tutti riflettiamo. L’uomo è animale pensante e dunque riflettente. Dipende cosa si intende per riflettere. Qui vogliamo dire riflettere sull’esperienza e fare in modo che ciò che ci accade diventi patrimonio di pensiero. Apprendere dall’esperienza non solo non è ovvio, ma è anche particolarmente difficile. […] Noi non abbiamo alcuna fiducia nella capacità del singolo di vedere la realtà nella sua interezza, ma crediamo che il gruppo sia in grado di ricostruire un quadro attendibile”.
Sarà un caso che queste riflessioni, che paiono andare in direzioni simili, nascano da persone che hanno immerso la propria conoscenza teorica in contesti sociali molto reali e concreti, dove molti (anche addetti ai lavori) vedono solo un’emergenza indistinta? Non credo proprio.
Quindi, per rispondere alla mia domanda, secondo me lavorare nel sociale potenzialmente aiuta. O, piuttosto, si potrebbe dire che chi lavora nel sociale ha una responsabilità maggiore di condivisione in vista della costruzione del bene comune. C’è poco da adagiarsi sugli allori, dunque.
Annunciare un post è un errore fatale. Specialmente se poi uno scopre che mica è tanto facile parlare di visioni e della loro costruzione. Il giorno dopo la presentazione del libro di Emilio Vergani (Costruire visioni. Fare il mondo come dovrebbe essere, Exòrma) raccontavo alla mia collega quanto mi avesse colpito la presentazione. “Bello, e di che parla?”. Gasp. Ho arrancato penosamente. Lei, per educazione, annuiva. Ma non sono riuscita ad articolare granché. E lì ho cominciato a capire che questo post non sarebbe stato una passeggiata.
Per fortuna ho preso appunti. Quelli analogici, con la biro sul quaderno. E’ un’abitudine che non riesco a perdere e mi ha salvato in molte occasioni. La presentazione, si diceva. Ricordo che, non molto tempo fa, si diceva con qualcuno che le presentazioni di libri “non funzionano più”. Non ricordo se fossi d’accordo o meno. Forse sì. Oggi direi, forse più banalmente, che dipende dalla presentazione. Certo, nessuno ha più voglia di muoversi in giro per la città, specialmente qui a Roma, per assistere a uno spot pubblicitario dal vivo. Ma se la “presentazione” diventa un’occasione di avere qualcos’altro, il discorso potenzialmente cambia. La presentazione organizzata da Exòrma mi ha permesso, per parafrasare un’espressione cara al libro, di “abitare” questo volume prima ancora di leggerlo. Credo che sia importante, per il fatto che il libro di Emilio Vergani sembra fatto per essere inserito in un dialogo. E’ in forma di dialogo l’ultimo dei capitoli, forse il più efficace di tutti. Ma anche il resto bisogna immaginarselo nello stesso contesto.
Ma insomma, di che parla questo libro? Credo sia stato molto azzeccato partire da una citazione, questa:
“Io penso che il senso del possibile in qualche modo sia presente in tutti noi proprio perché tutti noi siamo creature di senso – e non solamente di fatto. Però in molte persone il possibile viene come spento – forse perché ritenuto inutile alla vita quotidiana, al lavoro, ai rapporti sociali – al punto che, in breve, se ne perde coscienza e abilità. Quando però non si perde ma rimane attivo alcuni riescono a ricavarne un esito non scontato. Quell’esito è la visione. In altre parole, la visione è il risultato creativo del senso del possibile messo al lavoro”.
Giovanni Anversa ha definito questo volume “un libro atteso”. Nel senso che magari uno a priori non lo sa, ma poi – una volta letto – capisce che c’era proprio bisogno di fermarsi a pensare su come dare carne alle visioni e su perché oggi sembra più che mai difficile farlo. La visione non è un’utopia, non è un sogno. Che le persone abbiano bisogno di sogni è un assunto incalzante di una certa politica, che ci assilla con una sorta di “coazione onirica” (cito, mischiandoli, i relatori della presentazione). Ma la visione, soprattutto, non è l’elenco delle cose che ci pare giusto fare: insieme (o invece dei?) sogni, la politica ha scoperto gli elenchi. Otto punti, dieci punti. Concreti, pragmatici. Del tutto privi di orizzonte, intrinsecamente sterili. Non si vive solo di “to do list”, per quanto esse possano rivelarsi utili.
Cominciate a capire? Non si tratta solo di politica. All’inizio del ‘900 la visione nutriva molto le scienze: quelle sociali, quelle politiche, ma anche le cosiddette scienze dure (buttiamo lì qualche nome, a cui si fa riferimento nel libro: Basaglia, don Milani, Olivetti, i padri costituenti, Einstein…). Provate a riflettere su queste affermazioni di Vergani: oggi la letteratura ha chiuso i battenti, ci resta la narrativa; il cinema è ridotto a intrattenimento. L’ultimo visionario dei nostri tempi pare Steve Jobs. Cosa manca, cosa manca a noi, alle nostre vite e alla nostra cultura? La capacità di vedere quello che non c’è (ancora). La capacità di tracciare un’esperienza di senso, di alzare lo sguardo su un orizzonte. Condiviso.
Questo vale prima di tutto per il nostro stile di vita, che finisce per essere orientato verso beni di consumo, più che verso beni relazionali. Anche sul nostro modo di essere genitori. Negli ultimi due decenni non si è fatto che parlare di società del rischio, di insicurezza, di liquidità. Oggi ci troviamo nella società dell’eccesso di protezione, della ricerca della sicurezza a tutti i costi. Ci fanno paura cose che non sappiamo neanche bene cosa significhino. Passiamo la vita a erigere recinti protettivi. Non ci chiediamo più cosa e quanto perdiamo (noi, e più ancora i nostri figli) in questo zelante abbassare lo sguardo nel piccolo raggio di ciò che crediamo di controllare.
Altro spunto interessante. Un’altra reazione comune è quella delle visioni individualistiche, monotematiche, assolutizzanti, esclusive. Le monovisioni portano a leggere tutto in una chiave unica, a cercarsi e riconoscersi in etichette ristrette: quella di genere, quella di un certo tipo di alimentazione, quella di una specifica scelta educativa e via così. Sembra si faccia difficoltà, o addirittura si eviti, di cercare una visione più grande in cui comporre i nostri singoli pezzetti. Guardo il mio, assolutizzo il mio, mi riconosco solo in chi è esattamente come me (e se posso consolidare le mie sicurezze attaccando chi è diverso, funziona meglio). Penso a certe discussioni, anche sul web, e mi pare maledettamente e tristemente vero.
Dove coltivare il senso del possibile? Al momento pare proprio che non ci sia proprio lo spazio fisico. La politica, esangue, è l’ombra di se stessa. La scuola? La famiglia? Quel che si vede non pare promettente. Questo rattrappimento del senso del possibile va a braccetto con la paura, di cui ci nutriamo quotidianamente (e, questo aspetto mi fa davvero pensare, in cui per forza di cose immergiamo i nostri figli fin dalla nascita). La paura si supera solo con uno slancio in avanti. Uno slancio per cui fatichiamo a trovare una motivazione.
Viviamo immersi in questa mancanza di visione, a partire dal linguaggio. Il linguaggio ci fa dire cose di cui neanche siamo consapevoli. Lavorare sull’etica del linguaggio, anche attraverso la narrazione, ci aiuta a tornare consapevoli, a evitare di ritrovarci in una realtà che non ci appartiene, ma da cui siamo detti. Ma come ritrovare uno spazio pubblico del racconto di sé? Come fare il passaggio di condivisione di orizzonte che permette di costruire una storia diversa?
Questa è un’altra di quelle occasioni in cui mi piacerebbe parlare con voi non solo per iscritto. Mettersi tutti insieme in un luogo fisico e vedere dove ci porta la discussione. Intanto me lo dite se ci sono riuscita a passarvi un pezzetto di questa matassa di idee che mi si è aggrovigliata in testa?
Vi lascio con un video delizioso, che racconta la presentazione di Roma. Vi raccomando soprattutto la ricetta di Giovanni Anversa, nella parte centrale del video.
In questi giorni, mentre mi applicavo a ottemperare – inizialmente a malincuore – agli impegni presi, mi è tornato in mente un aneddoto della mia famiglia talmente mitologico da avere ormai perso quasi ogni addentellato con i fatti reali, per diventare una sorta di paradigma. Saprete forse che mio padre, di lavoro, faceva lo studioso di cose astruse e antiche. Diciamo che un giorno torna a casa visibilmente sconvolto. Dopo mesi, forse anni, a imbastire una teoria rivoluzionaria sulla corretta interpretazione dello pseudocommentario dello pseudo Pincopallis, noto solo da frustolo di manoscritto scritto con la mano sinistra da amanuense ubriaco (roba forte, dalle pesanti ricadute sulla storia della scienza), gli era cascato l’occhio su una noticina bibliografica in carattere micropiccolo in calce a uno dei millemila studi specialistici consultati alla bisogna. Per scrupolo, per mero maledetto scrupolo, e non senza svariate difficoltà logistiche, aveva messo le mani su un tomo tedesco denso e documentato, scritto da tale Otto Krunz. Ed ecco lì esposta nei minimi dettagli la sua teoria. Già edita e argomentata, scompaginata ai dotti della materia fin nelle pieghe più riposte. Le sue ricerche degli ultimi anni potevano, in buona sostanza, essere condensate in un sintetico “cfr. Otto Kunz, op. cit.”.
Sono momenti in cui la tempra dello studioso è messa a dura prova. Tacere di Krunz? Chi mai si prenderà la briga di scovare proprio quella particolare opera? (Internet non c’era ancora). E poi è in tedesco. L’ignoranza linguistica avanza anche nel mondo scientifico. Infine, dall’oscuro tormento interiore, emerge il ricercatore puro. Che, superato lo smarrimento iniziale, capirà che ci sono due o tre argomenti di Krunz che non suonano del tutto convincenti. E li userà per lanciarsi in nuovi, inesplorati sentieri della filologia (o di quel che è).
Da qualche giorno, per l’ennesima volta, mi trovo a scoperchiare il mio lato oscuro, per scrivere quello che, ancora una volta, sono certa sarà il mio ultimo articolo scientifico. E, mannaggia a me, invece di una cauta passeggiata in un terreno noto e poco interessante, mi trovo risucchiata da un tunnel in caduta libera di tentazioni speculative. Devo cavarmela con poco, sia come tempo che come spazio. E invece eccomi lì, ancora una volta, a tirare filetti che si portano via un ordito intero. Il dottor Jekyll stavolta non avrà vita facile. Le potenzialità del web non fanno che dopare l’Hyde biblista, squadernandogli davanti uno dopo l’altro articoli astrusi che lui stesso credeva inaccessibili.
Per un attimo, da un titolo in bibliografia, ho creduto di essermi imbattuta subito subito nel mio Otto Krunz. E invece no, via via che delle domande a cui undici anni fa non avevo saputo dare risposta iniziano a chiarirsi nella mia testa, ancora mi pare che la mia idea sia mia e mia soltanto. Che poi probabilmente tale resterà, vista la sede di presunta pubblicazione. “Ma che soddisfazione ti dava scrivere libri/articoli che leggevano solo una decina di persone?”, mi ha chiesto qualche volta il mio attuale capo. Lui, evidentemente, non si porta un Mr Hyde assatanato di lingue morte chiuso a chiave nel doppio fondo del cervello. Di solito direi: Beato lui. Certamente la sua esistenza è più lineare. Ma in questi giorni, in queste ore, mi godo l’impazzimento (part time) del cane da caccia – nonché il supporto, il sostegno e la compagnia qualche vecchio bracco come me. Grazie a tutti (ma specialmente a Caterina, che sono sicura che mi capisce fino in fondo).
Sarà questa primavera che stenta ad arrivare. Sarà che via via che Meryem cresce nella mia testa sembra crearsi un po’ di spazio libero (ma forse su questo oggi sono troppo ottimista). Saranno varie modifiche, non fondamentali ma comunque percepibili, nella mia vita lavorativa. In questi giorni mi sembra di vivere una sorta di esitazione interiore.
Non ho mai avuto un grande senso dell’orientamento. Mi sono persa molte volte, talora con gioiosa spensieratezza, talora con ansia e angoscia. Per questo mi è familiare quella sensazione di incertezza davanti a una o più direzioni diverse da prendere. E anche quella sorta di fastidio quando sono consapevole che la scelta giusta è una e una soltanto (o no?). Non vi è mai capitato di cercare affannosamente un oggetto e di rammaricarvi perché sapete che si trova in un posto solo? No, eh? Io ci penso ogni volta. Se il telefono fosse sotto la coperta del letto, non sarebbe in un sacco di altri posti dove io lo cercherò, perdendo tempo.
Fuor di metafora, e deponendo momentaneamente i miei personali disturbi mentali: sento che dovrei scegliermi un progetto, qualcosa di nuovo a cui dedicarmi. Il che non è saggio, si sappia. Ci sono almeno due o tre cose a cui sarebbe invece assennato dedicarmi nel prossimo futuro: la scrittura di un articolo (impegno preso, mannaggia a me), un programma di recupero della forma perduta (ormai da tempo immemorabile) e, forse più banalmente, iniziare finalmente a fare ordine a casa. Ma lo vedete anche voi, no? Tutte queste cose hanno il sapore stantio del dovere. Non hanno alcun friccico primaverile, se mi consentite l’espressione un po’ romana.
E dunque, cosa mi consigliate, miei cari lettori? Trovare una prospettiva in cui il dovuto mi appaia tollerabile? Inventarsi qualcosa di meno assennato con cui ravvivare la mia mente? O, semplicemente, cercare di darmi una placata?
In una grande tragedia spesso, travolti dai numeri, si perdono di vista le persone. Oggi,come vi raccontavo nel post precedente, tra i vari pensieri mi venivano in mente i bambini siriani che non vedono l’ora di tornare a scuola, nonostante tutte le mille difficoltà. Ho visto qualcuno dei loro volti sulla pagina Facebook del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati. Ho letto articoli come questo sul sito del JRS, che lasciano intuire quanto questi bambini (ma anche i loro genitori) debbano sentirsi soli e isolati in questo momento.
Di solito mi limito, saggiamente, a consigliarvi di sostenere questa situazione con il pensiero, con le parole e, chi può, con un contributo economico. Ma oggi ho pensato che sarebbe bello che a questi bambini, che ce la stanno mettendo tutta per ritrovare la normalità, arrivasse anche un segno di amicizia da parte dei loro coetanei. Mia figlia e molti bambini amano disegnare e scrivere bigliettini. Quindi ho pensato che potremmo chiedere ai piccoli di casa di disegnare per un potenziale amichetto in Siria, per mostrare la nostra solidarietà e il nostro incoraggiamento.
Onestamente, non ho idea di come fare arrivare i disegni agli interessati. Devo chiedere ai miei colleghi dell’ufficio internazionale. Alla peggio li scannerizzeremo e invieremo per mail. Ma sono certa che un modo si troverà.
Quindi, chi vuole partecipare, mi mandi il suo disegno/biglietto. As simple as that. Poi capirò cosa farne e ve ne informerò, ovviamente.
Chiara Peri, Fondazione Centro Astalli, via del Collegio Romano 1, 00186 Roma.