A Milano, di nuovo


Sono stata incerta fino all’ultimo: partecipare o no a Mamma che Blog quest’anno? Anche l’anno scorso era stata una fantastica esperienza, certo (lo raccontavo qui). Ma a un certo punto mi sono sorpresa, complice un certo scoramento esistenziale, a chiedermi: ma perché vado? La spesa del viaggio si giustifica? Ha ancora senso per me partecipare a un raduno così? Io che sono una blogger anomala, sia per stile che per argomento, che di personal branding e piani editoriali non capisce nulla, un po’ anche per scelta?

Sì, sono convinta che abbia ancora senso e condivido con voi le mie motivazioni, in ordine sparso (e non di importanza).

* Voglio fare questa esperienza con Meryem. Cioè, più precisamente: voglio prendermi un weekend al nord con Meryem, come abbiamo fatto a dicembre, e questa era una buona scusa occasione.

* Mi fa piacere sinceramente rivedere alcune amiche. Il virtuale va bene, ma ogni tanto si sente mancanza di carne e ossa (chi più carne, chi più ossa).

* L’organizzazione è fantastica e i temi comunque interessanti. Uno spazio di ascolto e riflessione dal vivo è sempre un’occasione ghiotta.

* Due anni fa (mi pare) ho fatto un intervento un po’ confuso e esitante sulle possibili interazioni tra social e sociale. Nel caos delle varie esperienze mi pare di essermi chiarita un po’ le idee rispetto alla strada che potrei percorrere. Perché mi sa che ne voglio percorrere una. Ho fatto qualche esperimento. Insomma, ancora non ho davvero un progetto, ma è come se nella mia testa, da qualche parte, frullasse qualcosa. E allora non c’è posto e occasione come il Mamma che Blog per aggiungere carne al fuoco, per far fermentare ancora un po’ i miei rimuginamenti.

Non ho biglietti da visita, come al solito. Ma ho deciso che da oggi smetto ufficialmente di scusarmi per il nome del mio blog. Sono Yeni Belqis e così mi presenterò, senza postille, premesse e giustificazioni. Come, non lo conosci? Cercalo (se sei capace, eh eh eh).

Ci vediamo al Quanta, allora. Fatevi riconoscere, che sono poco fisionomista e anche un po’ cecata.

Riconoscimento


Nonostante il mio impegno, stamattina probabilmente non ero abbastanza ben disposta. Affrontavo una riunione in cui, come mi aspettavo e ben sapevo, si contrapponevano due visioni molto diverse, difficilmente conciliabili, in merito a un progetto a cui tengo molto (troppo?). Ne siamo usciti vivi, io me la sono cavata giusto con un paio di rimbrotti e richiami per le mie intemperanze (verbali e facciali). Il che là per là non mi è piaciuto, ovviamente, ma alla fine l’importante è andare avanti in qualche modo. E forse ci riusciremo, alla fine.

Nonostante la fatica e la frustrazione, mi sono portata via la consapevolezza che trovare un percorso comune non è solo una questione di conciliare i punti di vista. Certe volte, anzi, i punti di vista non fanno che bloccarci e più li si approfondisce, peggio è. Se poi uno, come ad esempio me, pensa con tutta la pancia, ecco che la comunicazione si trasforma in un campo minato dove alla fine, nonostante le apparenze e le intenzioni, i contenuti finiscono per non contare affatto. Per mia e nostra fortuna, ci sono stati almeno due contributi di natura diversa che ci hanno portato comunque un passo oltre.

Il primo (che, non lo nascondo, mi ha indispettito ma era necessario) era il tentativo di chi guidava la riunione di riassumere, ricomporre, al limite minimizzare con un certo atteggiamento possibilista che potrebbe anche essere inteso come ricordare la visione di insieme. Una passata di “superficialità” certe volte è utile per sgombrare il campo dai massimi sistemi, ingombranti e inutili per questo genere di discussioni. Il secondo era una sottolineatura del positivo che c’è, frutto evidentemente dell’impegno di tutti. Là per là sembrava un intervento a margine, e invece era importante e io, pur avendo l’intenzione di fare a mia volta questa stessa sottolineatura, non riuscivo in nessun modo a non farla suonare come un’argomentazione “a mio favore” e dunque non utile a lavorare sul conflitto.

Più di ogni altra cosa però ho apprezzato un commento successivo alla  riunione. “Credo che tutti abbiate bisogno di riconoscimento”. Ho apprezzato molto questa osservazione, che mi ha spinto a riconsiderare positivamente questo acceso confronto, che troppo spesso resta implicito dietro a frecciatine e malumori. E’ stata un’attenzione, un feedback non richiesto e in qualche misura inatteso, che mi ha fatto pensare. Mi sono sentita presa in considerazione e allo stesso tempo punta sul vivo.

Riconoscimento è diverso da stima. Il riconoscimento ho molta difficoltà sia a riceverlo (o a percepirlo?) che a darlo. Forse parte del problema è che faccio fatica a mettere a fuoco il concetto. Mi pare che il riconoscimento sia meno partigiano della stima, forse perché la seconda impegna pesantemente una critica di natura più intellettuale e morale. La stima si guadagna, si costruisce, si perde: è un organismo complesso. Il riconoscimento è più quotidiano, più spicciolo, se vogliamo meno impegnativo. Tanto che spesso mi pare superfluo esprimerlo.

Ho imparato con l’esperienza che è importante per i bambini, che più espressamente degli adulti lo cercano. Ma anche gli adulti ne hanno bisogno, e può dare un senso e un colore diverso a qualunque relazione, anche al di fuori dei rapporti di amicizia o di affetto. L’altro giorno, ad esempio, incrociando la coordinatrice della scuola di Meryem, ho sentito il bisogno di manifestarle che ero soddisfatta di come è stato gestito dalla scuola il periodo in cui Meryem ha avuto il gesso. Ok, era loro dovere, eccetera eccetera. Ma la soluzione è stata trovata (e data la struttura non era ovvia affatto), è andato tutto bene e mi è parso giusto, avendone l’occasione, di dirlo. Anche alla luce della riunione di oggi, credo davvero che una maggiore attenzione ai reciproci piccoli riconoscimenti ci aiuterebbe a vivere meglio. Non vi pare?

Primavera


Un casale in mezzo alla città. Magico come un castello di principesse. Meryem scorrazza su e giù, con una sua più o meno coetanea. E’ la seconda volta in due giorni che la guardo, anche da una certa distanza. La vedo muoversi più sicura, più decisa (e non solo per il piede, che inizia a dimenticare il gesso).

Una festa colorata, di quartiere e internazionale allo stesso tempo. Un luogo che senza tetto era forse più eroico, ma ora che il tetto ce l’ha è un patrimonio comune (che fa di tutto per restare tale). E allora si saluta senza rimpianto l’età degli eroismi.

Meryem canta “A come armatura” con il papà della nuova amichetta. Io incontro amici, vecchi e nuovi. Ma riesco anche a passeggiare in silenzio e a scoprire dei fiori arancioni, la luce del sole sui gradini di marmo, il fumo della grigliata che sale sopra il glicine.

Nell’ufficio chiuso al pubblico, ma che mia figlia considera aperto “perché noi conosciamo chi lavora qui”, disegniamo insieme un cielo stellato. “Mamma, chi sono i rifugiati?”. Chissà se lo ha sentito da me, oggi o in un’altra occasione. O forse da qualcun altro. Le rispondo, tranquillamente. Annuisce. Oggi è primavera.

Link
La città dell’utopia
Festival Internazionale della Zuppa

 

Dentro, fuori


Un invito ricevuto per il prossimo sabato mi ha riportato indietro nel tempo, agli anni dell’adolescenza. Premetto doverosamente che no, non li rimpiango affatto. Guardando indietro, con il famoso senno del poi, realizzo di aver sofferto molto perché non mi sentivo parte di gruppi, non necessariamente ben definiti o realmente esistenti, che all’epoca mi parevano importanti per sentirmi realmente considerata. Ero sempre, inesorabilmente, “fuori”. Ero sempre “troppo”. Troppo alta, troppo grassa, ma anche troppo intellettuale, troppo complicata, troppo pesante e cervellotica.

Mi ero trovata, però, il mio microgruppo, un paio di amiche con cui facevo quelle cose “troppo impegnate” che ci facevano sentire adulte, ma allo stesso tempo ci divertivano: mostre, cinema seriosi, ma anche weekend e viaggi “culturali” che sono rimaste delle pietre miliari nei miei ricordi (uno era un ponte di novembre per visitare la mostra dei Fenici a Palazzo Grassi – e qui solo qualche mio ex collega orientalistica può capire che portata ebbe per me quella gita, anche se all’epoca non potevo saperlo). Il mio microgruppo, che poi era un trio, era stato definito da qualcuno “la TBC”, dalle nostre iniziali. A noi in fondo piaceva, ma credo la dicesse lunga sul nostro grado di integrazione.

Stranamente scopro che anche da adulti l’appartenenza a gruppi, gruppetti e gruppuscoli è sentita come rilevante. La piazza allargata di Facebook non fa che strizzare l’occhio a questa adolescenziale tendenza: gruppi chiusi, gruppi segreti. Di alcuni faccio parte, di molti non conosco neanche l’esistenza. Ne riconosco la funzionalità, entro certi limiti. Ma non finisce mai di stupirmi quando qualcuno sbandiera (con opportune e trasparentissime allusioni) la propria appartenenza a uno di essi, manco fosse la tessera di un club esclusivo. Peraltro mi risulta che dei club davvero esclusivi non si dovrebbe neanche conoscere l’esistenza, no? [Prima regola del Fight Club: non parlate mai del Fight Club. Seconda regola del Fight Club: non dovete parlare mai del Fight Club…. Ma quel film, confesso, non l’ho nemmeno visto].

Insomma, siamo davvero destinati a non diventare mai adulti?

Postilla. Ripensando poi al trio della mia adolescenza e alle attività a cui ci dedicavamo, realizzo oggi che alcune le trovavo noiosissime. I concerti di musica classica, ad esempio, spesso accompagnati dal pensiero ricorrente: “Ma quando finisce?”. Alcuni spettacoli a teatro,che Dio mio, ci vuole giusto l’entusiasmo dei 16 anni per lanciarcisi (ricordo distintamente la sensazione di sgomento che ha accompagnato l’annuncio “terzo tempo” a una rappresentazione, francamente non imperdibile, de “Le tre sorelle” di Checov al Teatro Argentina. Oddio, i tempi possono essere più di due?). La tendenza al masochismo culturale  è proseguita anche all’università, anche grazie all’insuperabile filone della filmografia iraniana, meglio se in lingua originale con sottotitoli in francese. Ma ricordo anche un film al cinema, più di cassetta, che era talmente lacrimevole (un trapianto al cuore, forse?) che a me e alla mia amica Marta ci prese una ridarola incontrollabile, mentre la mia amica Cristiana (che forse mi legge) si commuoveva il giusto e avrebbe voluto strozzarci (cos’era Cristiana, ti ricordi?). E allora mi chiedo pure: ma perché godevo, godevamo nel fare necessariamente scelte che non sempre pagavano in termini di appagamento reale? Era una questione di aspettative che le nostre famiglie avevano per noi? Era desiderio di differenziarci consciamente e volutamente da chi ci avrebbe comunque differenziato? Comunque, che bello essere abbastanza grandi e scafati per poter dire, con libertà, questo film è una noia mortale. Non trovate? Obietterete che avrei potuto farlo anche prima. Mah, chissà, forse. Ma non sarebbe stata la stessa cosa.

Otto Krunz e Mister Hyde


In questi giorni, mentre mi applicavo a ottemperare – inizialmente a malincuore – agli impegni presi, mi è tornato in mente un aneddoto della mia famiglia talmente mitologico da avere ormai perso quasi ogni addentellato con i fatti reali, per diventare una sorta di paradigma. Saprete forse che mio padre, di lavoro, faceva lo studioso di cose astruse e antiche. Diciamo che un giorno torna a casa visibilmente sconvolto. Dopo mesi, forse anni, a imbastire una teoria rivoluzionaria sulla corretta interpretazione dello pseudocommentario dello pseudo Pincopallis, noto solo da frustolo di manoscritto scritto con la mano sinistra da amanuense ubriaco (roba forte, dalle pesanti ricadute sulla storia della scienza), gli era cascato l’occhio su una noticina bibliografica in carattere micropiccolo in calce a uno dei millemila studi specialistici consultati alla bisogna. Per scrupolo, per mero maledetto scrupolo, e non senza svariate difficoltà logistiche, aveva messo le mani su un tomo tedesco denso e documentato, scritto da tale Otto Krunz. Ed ecco lì esposta nei minimi dettagli la sua teoria. Già edita e argomentata, scompaginata ai dotti della materia fin nelle pieghe più riposte. Le sue ricerche degli ultimi anni potevano, in buona sostanza, essere condensate in un sintetico “cfr. Otto Kunz, op. cit.”.

Sono momenti in cui la tempra dello studioso è messa a dura prova. Tacere di Krunz? Chi mai si prenderà la briga di scovare proprio quella particolare opera? (Internet non c’era ancora). E poi è in tedesco. L’ignoranza linguistica avanza anche nel mondo scientifico. Infine, dall’oscuro tormento interiore, emerge il ricercatore puro. Che, superato lo smarrimento iniziale, capirà che ci sono due o tre argomenti di Krunz che non suonano del tutto convincenti. E li userà per lanciarsi in nuovi, inesplorati sentieri della filologia (o di quel che è).

Da qualche giorno, per l’ennesima volta, mi trovo a scoperchiare il mio lato oscuro, per scrivere quello che, ancora una volta, sono certa sarà il mio ultimo articolo scientifico. E, mannaggia a me, invece di una cauta passeggiata in un terreno noto e poco interessante, mi trovo risucchiata da un tunnel in caduta libera di tentazioni speculative. Devo cavarmela con poco, sia come tempo che come spazio. E invece eccomi lì, ancora una volta, a tirare filetti che si portano via un ordito intero. Il dottor Jekyll stavolta non avrà vita facile. Le potenzialità del web non fanno che dopare l’Hyde biblista, squadernandogli davanti uno dopo l’altro articoli astrusi che lui stesso credeva inaccessibili.

Per un attimo, da un titolo in bibliografia, ho creduto di essermi imbattuta subito subito nel mio Otto Krunz. E invece no, via via che delle domande a cui undici anni fa non avevo saputo dare risposta iniziano a chiarirsi nella mia testa, ancora mi pare che la mia idea sia mia e mia soltanto. Che poi probabilmente tale resterà, vista la sede di presunta pubblicazione. “Ma che soddisfazione ti dava scrivere libri/articoli che leggevano solo una decina di persone?”, mi ha chiesto qualche volta il mio attuale capo. Lui, evidentemente, non si porta un Mr Hyde assatanato di lingue morte chiuso a chiave nel doppio fondo del cervello. Di solito direi: Beato lui. Certamente la sua esistenza è più lineare. Ma in questi giorni, in queste ore, mi godo l’impazzimento (part time) del cane da caccia – nonché il supporto, il sostegno e la compagnia qualche vecchio bracco come me. Grazie a tutti (ma specialmente a Caterina, che sono sicura che mi capisce fino in fondo).

 

Custodirsi


“Le amicizie sono un reciproco custodirsi, nella confidenza, nel rispetto e nel bene”. Da quando le ho sentite pronunciare, queste parole del Papa non mi lasciano tranquilla. Rileggo il testo integrale di questa omelia così composta, eppure così piena di forza. Come si esercita, questa custodia? “Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende”.

Se devo essere del tutto onesta, non credo di essere stata una grande amica. Ho sempre pensato di avere pochi “amici con la A maiuscola” e ho vissuto questa mancanza come una sorta di ingiustizia nei miei confronti. Ora vedo con chiarezza cosa è mancato, specialmente nelle amicizie della mia giovinezza: la mia umiltà. E, forse ancora di più, la capacità di restare presente anche quando non comprendevo. A dirla tutta, non ho mai pensato di non capire, anzi. Ho sempre giudicato. Non per malignità, a dire il vero. Piuttosto per una malintesa forma di onestà, di rigore tutto intellettuale, che nascondeva forse quella “paura della tenerezza” a cui pure l’omelia fa riferimento.

Oggi il web mi ha restituito tante occasioni sprecate. Mi aiuta ad allenarmi a un’amicizia più autentica. Mi offre le occasioni. Il resto, credo, lo hanno fatto l’età e le batoste. E’ un dato di fatto, però, che in questi ultimi anni, con quegli imprevedibili guizzi di positiva condivisione che offre la rete, la mia vita si è addolcita e alleggerita moltissimo.

Per tutte queste ragioni, e altre che non sono capace ora di formulare, sento l’urgenza di fare, almeno, alcuni ringraziamenti.

Alle amiche e gli amici “nuovi”, incrociati e frequentati (anche) attraverso il web. Grazie perché mi stupite, mi ascoltate (o leggete) pazientemente, mi fate pensare a interessi e possibilità a cui non sapevo neanche dare un nome, mi spingete in iniziative e progetti improbabili in cui riconosco la vera me stessa.

Agli amici “vecchi”, fedeli, spesso silenziosi e discreti. Grazie perché (ancora) non vi siete fatti scoraggiare dal mio carattere complicato e dalle mie lunghissime assenze. Non ve lo dico, a volte per anni, ma mi commuovete sempre, profondamente. E vi ammiro, perché non so se io, al posto vostro, saprei essermi fedele.

Agli amici che magari neanche si considerano tali, che si sentono intimoriti da me, o addirittura respinti. Non vi scoraggiate. Ho la testa dura e sono molto disattenta, ma prima o poi mi renderò conto che vi sto facendo un torto e di tutto cuore vorrò riparare. Magari sarà tardi, ma grazie di averci provato.

Concludo questo post insolitamente commosso con un pensiero per mio padre. Mi piacerebbe aver ascoltato questa omelia con lui, dal divano di casa.

A volte ritorno


Da due giorni aspettavo ansiosamente il pranzo di oggi, perché i compleanni di Marielou sono sempre speciali – come lei. Questa volta poi l’appuntamento era alla Città dell’Altra Economia, che io avevo sempre deciso essere (senza ovviamente esserci stata) in un posto diverso da quello in cui effettivamente è. Da cui la telefonata di ieri, la cui sostanza si può riassumere in: C. “Ma proprio all’Ararat? Cioè, proprio entrando dal portone dell’Ararat???” M. “Sì, sì, dentro il Mattatoio”.

Facciamo un passo indietro. Lungo. Torniamo ai tempi in cui scoprivo, insieme ai rifugiati, luoghi di Roma a cui io, liceale monteverdina di scarsa intraprendenza sociale, ero poco avvezza. I centri sociali. Memorabile fu un inizio di marzo 2003 (giusti giusti 10 anni fa). Con un paio di colleghi biblisti avevamo passato la giornata a un convegno all’Accademia dei Lincei sulla storia dell’antico Israele (occasione per noi, all’epoca, abbastanza elettrizzante. So che faticherete a crederlo, ma, suvvia, fate uno sforzo di immedesimazione). La serata, senza soluzione di continuità, prevedeva un concerto di Manu Chao al Villaggio Globale, centro sociale all’interno dell’ex Mattatoio di Testaccio. La collega biblista, nata a Bergamo e residente a Pavia, ci chiedeva perplessa lumi sul significato di “centro sociale”. Spiego come posso, alla luce di un’esperienza per me abbastanza nuova. Passò alla storia il suo memorabile commento: “Ah, tipo un oratorio”. Risate omeriche. Beh, ci divertimmo un sacco, quella sera. Posti in prima fila, in virtù della mia prestigiosa posizione di segretaria della scuola di italiano del Centro Astalli (il servizio d’ordine era composto da curdi dell’Ararat, insediamento semi abusivo di rifugiati che si trova sempre all’interno dell’immenso recinto del Mattatoio), rifornimento continuo di acqua e generi di conforto per l’intera durata del concerto.

Ad Ararat andavamo soprattutto alle feste di Newroz, tra il 20 e il 21 marzo. Era uno di quei posti dove in teoria entrava chiunque, in pratica l’italiano medio non aveva particolare motivo di andare. Dell’Ararat di allora ricordo i tè, forti e neri nei bicchieri di plastica. L’ingenuità della giovinezza e dell’inesperienza. Ma anche l’entusiasmo e la commozione, che neanche tutti gli anni successivi sarebbero valsi a cancellare del tutto. A volte penso che se non fossi stata seduta lì, su quelle sedie di plastica, con l’odore delle stalle comunali in sottofondo e quella bandiera rossa scolorita che sventolava e sventola, ostinata, contro il Monte dei Cocci, la mia vita sarebbe oggi profondamente diversa.

Gli anni sono passati e torniamo a noi, oggi. Che a quello spazio straordinario che è l’Ex Mattatoio di Testaccio si fosse finalmente messo mano in modo sensato, mi era noto da un paio di visite al MACRO e da uno spettacolo teatrale presso la facoltà di Architettura di Roma III. Ma la Città dell’Altra Economia, soprattutto per quell’equivoco spaziale di fondo con cui ho aperto il post, ancora mi mancava.

Oggi, con il suo festeggiamento di compleanno, è stata Marielou a fare un regalo a me. Vedere mia figlia scorrazzare felice in quello spazio che così tanto e così impetuosamente ho amato, con il Gazometro e il Monte dei Cocci a fare da sfondo e le nuvole bianche che si specchiano sulle vetrate mi ha dato una gioia piena e commossa, che non so descrivervi. Scendendo sulla terra, abbiamo mangiato molto bene, gustandoci piatti non banali, dall’agnello al pasticcio di broccoletti, dal tortino di carote alla lasagna ai carciofi. Per la rilassatezza dei genitori, ci sono anche delle proposte per bambini, dal livello di educazione alimentare zero (hamburger in panino con insalata e patatine fritte) a quelli leggermente più avanzati (bocconcini di pollo in salsa appena speziata), ma anche pasta al pomodoro. Ogni piatto del menù è classificato rispetto alla sua compatibilità con diete vegetariane e prive di glutine. Baciati dal primo vero sole di primavera, ci sentivamo davvero in pausa, in vacanza. “Mamma, sembra quasi che siamo partiti!”, ha commentato Meryem mentre andavamo via. Già. Non sembra nemmeno di essere a Roma, se non fosse per quegli scenari che potrebbero essere solo lì, solo in quel punto particolare dell’universo. Bambini, biciclette, passeggini ovunque. Le bancarelle del mercatino biologico, con ottime degustazioni di olio, formaggio e miele. Una domenica in campagna, ma ci siamo arrivati a piedi, attraversando un ponte sul Tevere che è un’altra pietra miliare del mio personale paesaggio romano.

Per la cronaca, ci sono anche begli spazi interni, dei bagni moderni, numerosi e puliti (anche la pipì vuole la sua parte) e una libreria per bambini/ludoteca, Tana liberi tutti, che è davvero un gioiellino: credo che la prenderei seriamente in considerazione anche come location per festicciole varie, vista la felice combinazione di interni e esterni. Wi-fi libero, personale giovane e gradevole. Insomma, un’esperienza da replicare sicuramente.

Certo, si osservava con Rosaria, il luogo ha perso molto del suo antico sapore “militante”. Ma oggi, guardando Meryem e tanti bambini della sua età e anche più piccoli, che si godevano un bello spazio aperto, comune, condiviso da italiani e “stranieri” (il sikh con il grosso turbante arancione che, con la sua famigliola, dava una nota di colore mi dava l’impressione di essere italiano almeno quanto noi, e probabilmente lo è), non mi sentivo di rammaricarmene. Magari restasse così, familiare e senza eccessivi snobismi (un po’, nel mercatino bio, ce ne sono per forza: ma sono temperati dalla “romanaccità” del luogo).

Alla fine la nostalgia ci ha travolto e un salto ce l’abbiamo fatto, all’Ararat. Speravamo di trovare una lezione di danza curda di cui ci avevano parlato, che però questa domenica non c’era. Ci siamo seduti un po’ con questi ragazzi giovani giovani, che non ci conoscono, ma sono stati comunque molto ospitali. Il centro ha l’aria leggermente più ripulita, ma resta un posto dove dorme una sessantina di persone che non hanno alternativa. Marielou mi ha indicato il giardino dove, anni fa, aveva contribuito a costruire un orto. Nella “serra” c’erano materassi, sacchi a pelo e qualcuno sdraiato a riposare. Meryem sperava nel tè, ma non c’era. Poi è rimasta incantata dalle carrozzelle con i cavalli che iniziavano a rientrare dai loro giri con i turisti. Siamo andati nelle stalle, dove i bambini hanno dato da mangiare a un piccolo pony e hanno curiosato tra le balle di fieno. L’impressione di essere molto lontani da casa si è rafforzata ulteriormente. Noi grandi ci gustavamo le battute salaci dei vetturini romani, che sono sempre degne di nota.

“Ci portiamo anche la nonna e i cuginetti?”, mi ha detto Meryem entusiasta, andando a letto con le guance ancora colorite dalla giornata all’aperto. “E anche le zie! Io posso far vedere a tutti dov’è il bagno”. In effetti anche a me pare una buona scoperta. E se mia figlia ci fa vedere il bagno, poi, siamo a cavallo.

Io e Spotify


Ho ciclicamente riflettuto sui miei strampalati gusti musicali, per arrivare a una conclusione un po’ imbarazzante. Temo di essere sprovvista di gusti musicali. Per me la musica è ciò che si appiccica, per sempre, a specifiche esperienze vissute. La cosa assurda che, a prescindere dal fatto che l’esperienza in sé abbia hai miei occhi una connotazione piacevole o meno, a prescindere dalle molte traversie della vita che magari ti portano a maledire una fase o un’altra del tuo vissuto, io le musiche me le continuo a portare dietro. Tutte. Inesorabilmente. Una sorta di condanna.

Con Spotify in questi giorni me le sono trovate scompaginate lì, nella loro inconciliabile diversità, esposte persino al pubblico ludibrio. Un bizzarro quadretto della mia storia passata, brani molto belli e musicaccia senza alcun merito se non quello di avere in qualche modo a che fare con me. Da un lato mi rallegro di aver frequentato, per un periodo di tempo considerevole, qualcuno che – anche se per ogni altro aspetto preferirei non fosse mai esistito o almeno non avesse mai incrociato la mia strada – aveva senza dubbio dei gusti musicali che possono essere definiti dignitosi. A questa fase si devono almeno i R.E.M. (ma l’album che ascolto è quello che ci sparavamo in Israele con la mia compagna di camera), i Nirvana, i Radiohead, Nick Cave (sui Cure ho qualche remora, a  parte una canzone). Sempre per specifici album, si intende (che consentono dunque di datare con una certa precisione, in molti casi, il momento in cui si sono introdotti nella mia playlist mentale).

L’unico artista che mi sento di aver apprezzato in più fasi della mia vita e in modo un po’ più elaborato da me stessa medesima è Bruce Springsteen. Devo l’incontro a mio cugino Andrea, che all’epoca (io ero ancora alle medie) giudicò che mi si addicesse, persino più dei suoi prediletti e per lui insuperati e insuperabili Rolling Stones (chissà se la pensa ancora così, sui RS). Non so se si sia trattato di un caso di  self-fulfilling prophecy. Fatto sta che il Boss sta lì, saldo, nella mia playlist, insieme ai ricordi dei suoi due concerti a cui sono andata, a cui aggiungerei anche quello di Zucchero in cui suonava Clarence Clemmons.

Poi ci sono le eredità di infanzia e familiari, che riassumerei nella triade De André, Guccini e Gaber (ma anche i cori liturgici bizantini, i canti di montagna e alcuni prodotti non particolarmente eccelsi del folklore greco moderno). A seguire, la deriva etnica. Su quello sono consapevole che pochi possono seguirmi pienamente. C’è stata una fase della mia vita in cui guardavo con cupidigia il catalogo della casa discografica Piranha (oltre al fatto che adoro il loro claim: “swimming among sharks since 1987”). Ha contato anche il mio incontro con l’ebraismo, con Israele (danze incluse) e con la Turchia (nella sua impressionante vastità geografica e musicale, dalle musiche tradizionali davvero per pochi fino al pop più trash, passando per cantautori del peso di Livaneli). Di questo blocco menzionerei senz’altro i Klezmatics e, per restare sul più facilino, Noah e Bregovich. Menzione speciale per Daniele Sepe, che rientra in qualche modo tra le felici eredità del mio ex (al punto che una volta che sono tornata a un concerto a Villa Ada mi è parso di fare qualcosa di inappropriato).

Un po’, confesso, mi dispiace di non riuscire ad amare davvero una musica se non è legata a un’esperienza precisa, a qualcuno che me l’ha fatta conoscere e apprezzare. Mi piacerebbe restare folgorata da una canzone alla radio (che sento troppo poco) e non dover sempre pescare nell’album dei ricordi. Mi piacerebbe riuscire a ascoltare la musica, piuttosto che riconoscerla come familiare. Chissà, magari in vecchiaia cambierò. Per ora mi becco i Pitura Freska (ci rendiamo conto?).

Non mi sono dimenticata


Avevo un giveaway in sospeso con voi. Quello delle piccole sfighe del 2012. Fino a oggi non avevo trovato il tempo di pensare seriamente alla cosa, anche perché il 31 siamo stati tutti impegnati con “Liberiamo una ricetta” e poi il tempo è volato. Ma ecco un bel weekend che si presta perfettamente all’estrazione. Tappati in casa per febbre di Meryem da cinque giorni, feste di Carnevale saltate, noia alle stelle, tempo fuori splendido… Un cavallo di battaglia della sfiga familiare.

Mi sono scaricata un programmino apposito, che si chiama “The Hat”. Mi pareva molto più adatto di strumenti più professionali, tipo Randomizer. Questo ha anche il disegnino del cappello da cui si estrae il bigliettino e il rullo di tamburi. Un po’ di coreografia ci vuole.

Il risultato, non so se si vede, è che vince il premio scaramantico per il 2013 l’ineffabile Lanterna. Mi sembra molto adatto, non solo perché i pidocchi enormi alla chiusura delle farmacie sono un classico di valenza universale, molto più degli incidenti automobilistici o di qualunque altra piccola sventura quotidiana. Quel che mi colpisce soprattutto è che, abitando in città diverse e relativamente lontane, giusto la scorsa settimana ci siamo viste due volte e, se avessi fatto il mio dovere nei tempi giusti, il premio avrei potuto consegnarglielo a mano, senza fila alla posta. Se non è sfiga questa…

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Babele


“Qui non ho paura”. Tante volte mi capita di cercare di rispondere alla domanda: “Che vuol dire protezione internazionale?”. Eppure, a pensarci bene, è così semplice. Siamo seduti in una classe della scuola di italiano del Centro Astalli, dopo la fine delle lezioni. M. è un giovane uomo del Niger e ha accettato di rilasciare un’intervista sulla sua esperienza di “accoglienza” (le virgolette sono indispensabili) in Italia. Mi mancava, l’atmosfera della scuola. Mi mancava soprattutto quel clima di creatività linguistica che inizialmente ha sconcertato gli intervistatori ufficiali, due colleghi del JRS internazionale.

Avete presente quelle vecchie barzellette che iniziavano con “Ci sono un italiano, un francese…”? Beh, nel nostro caso eravamo un’italiana, un irlandese, una statunitense e un cittadino del Niger (come si dice?). Le informazioni in nostro possesso lo davano per – sia pur non perfettamente – francofono. Eravamo dunque pronti a sfoderare i nostri skills linguistici in tal senso (pochi, ma comunque esistenti). Ipotizzavamo una traduzione francese-inglese, con il supporto di un po’ di italiano-inglese alla bisogna. Però M., con il più largo dei suoi sorrisi, ci ha confessato che lui, il francese, lo sa più o meno come l’italiano che ha iniziato a studiare a novembre. Cioè, quasi per niente. La nostra efficiente pianificazione franava come un castello di carte. Ma niente paura, ci fa capire lui. Ho un amico che ci aiuta. Il mio amico A., che mi aspetta qui fuori. “Anche lui del Niger? E parla italiano?”, faccio io speranzosa. Viene fuori che l’amico è somalo e parla arabo.

Leggo del comprensibile sconcerto sulla faccia dei miei colleghi. E invece è vero, funziona. M. ha vissuto quattro anni in Libia, quindi parla arabo meglio di qualunque altra lingua veicolare. L’amico A. un po’ di inglese lo parla, lo mischia a tutto l’italiano che nel frattempo ha imparato e compensa le piccole lacune che restano con una mimica di tutto rispetto. Certo, è necessaria una piccola traduzione da inglese “vero” a inglese migrante. Ma a questa posso pensare io. L’amico A., alla prima domanda della collega americana, lo esplicita efficacemente: “You speak like British!”, protesta indignato. Come dire: così non vale! Ma ci arriviamo, ci arriviamo.

Ci arriviamo tanto che viene fuori una storia che ancora oggi, a due giorni abbondanti di distanza, non smette di risuonarmi in testa. Una storia tragica per molti versi, che racconta meglio di tante argomentazioni teoriche il disastro che è stato combinato dal nostro Paese nell’ultimo anno e mezzo rispetto alla cosiddetta emergenza Nord Africa. Ma anche una storia bellissima, di amicizia e di fiducia. La prossima volta dovrò proprio raccontarvela.