Lo avete visto, il manifestino di Obama che un’amica mi ha premurosamente condiviso su Facebook?

Ecco. Nel frattempo, in Italia…
Credo che chi frequenta questo blog (e la sua autrice) sappia bene cosa penso dell’attuale legge sulla cittadinanza. Quella per cui il nipote di un italiano emigrato in Australia decenni fa è tranquillamente cittadino e votante, anche se non spiccica una parola e non ha mai messo piede qui, perché è il sangue che scorre nelle sue vene ad assicurarne la piena italianità, mentre un immigrato che lavora e paga le tasse può chiedere la cittadinanza solo dieci anni di residenza continuativa e poi mettersi comodo e aspettare che qualcuno gli risponda. Esempio di vita vissuta: Nizam è per ora riuscito solo a chiedere di presentare la domanda, non a presentarla. Per far ciò (e quindi per iniziare la vera attesa dell’esito, che dura anni) gli è stato dato appuntamento tra un anno e mezzo.
La campagna L’Italia sono anch’io ha raccolto centinaia di migliaia di firme a sostegno di due proposte di legge di iniziativa popolare per riformare la legge sulla cittadinanza. Trovavo le proposte sobrie e persino caute e, infatti, largamente condivisibili e condivise. La campagna poneva molto l’accento sul più grande dei paradossi, i bambini nati in Italia o arrivati da piccolissimi (i compagni di scuola dei nostri figli) che attualmente accedono alla cittadinanza solo dopo il compimento della maggiore età. Ma non si parlava solo di quel tema. Si abbassava il periodo di soggiorno richiesto da dieci a cinque anni, in linea con altri Paesi europei. Si parlava di partecipazione e diritto al voto amministrativo, sempre in linea con le direttive europee. Pur prudenti, erano passi di civiltà importanti (e necessari).
La cittadinanza è stato l’unico pallido balenare dei temi a me cari nel dibattito per le Primarie del Centro Sinistra (ne parlavo qui, già sconsolata). Già allora, in effetti, Bersani parlava di bambini. E basta. Il 19 marzo la promessa proposta di legge è stata depositata, a firma di Bersani e di due neoeletti parlamentari, Khalid Chaouki e Cécile Kyenge, che mi dispiace vedere definiti “i nuovi italiani portati in Parlamento dal Partito Democratico”, manco fossero pacchi (Khalid lo conosco personalmente e lo apprezzo, tanto per chiarire).
La proposta in questione ormai parla esclusivamente di minori ed è anche molto prodiga di cautele e distinguo. Tipo specificare che il minore deve essere nato in Italia o arrivato entro i dieci anni di età: “Il tetto dei dieci anni è stato individuato al fine di evitare che, nella prospettiva di poter ottenere la cittadinanza, minori stranieri, che abbiano un’età tale da consentir loro di affrontare il viaggio senza i genitori, siano inviati “clandestinamente” nel nostro Paese (dove vige la regola dell’inespellibilità dei minori stranieri non accompagnati), esponendoli in tal modo a rischi per la loro incolumità e per la loro crescita”. La preoccupazione quasi affannosa di prevenire obiezioni di questo genere, come pure la notazione rispetto all’accesso alla cittadinanza anche per i figli di stranieri non in regola con il soggiorno o soggiornanti da meno di cinque anni, dopo il compimento di un ciclo di studi (“In questo modo l’investimento nella loro istruzione non sarà ‘perduto’, perché sarà servito a creare dei nuovi italiani”), mi pare dicano chiaramente che a noi continua a parere normale che un tema come la cittadinanza continui in Italia essere argomento relativo alla pubblica sicurezza (da notare anche il termine clandestino/clandestinamente, sia pur virgolettato, che appare 3 volte in un documento di sei pagine).
E va bene il realismo, la prudenza, la ricerca del consenso trasversale, la strategia. Ma questo ulteriore arretramento che somiglia a una resa preventiva, questo giocarsi ormai solo il tema dei bambini che sono “pezzi de core” e omettere del tutto qualunque accenno a tutto il resto, personalmente mi lascia sconcertata, delusa, amareggiata. Meglio che niente, dirà qualcuno.
Ma basta! Fino a quando si deve continuare con il meglio che niente, che poi in genere somiglia molto al niente? Su, non è che pretendiamo Obama. Ma da questa palude di depressione usciamone, suvvia.
Se a qualcosa si crede sul serio, si cerca di sostenerla apertamente, con scelte e linguaggi semplici e diretti. Il che non significa essere refrattari alle mediazioni, a quella che Laura Boldrini ha definito “l’architettura” della politica. Ma per mediare una posizione di partenza esplicita deve pure esserci. Così viene il dubbio che a mancare siano proprio le idee, le convinzioni, la fiducia.
Eppure non è che occorra guardare agli Stati Uniti per capire che l’immigrazione è una risorsa immensa (e non parlo di badanti da strizzare ben bene e rimpatriare dopo l’uso, a nonno morto). Ne vogliamo parlare, per una volta, in termini seri? Economici? Demografici? Lasciando da parte i buonismi pelosi del “povero bambino, facciamo italiano anche lui” e il cinismo di chi comunque cerca braccia (meglio se “clandestine”) per raccogliere i pomodori?
Ma, per curiosità, voi come la vedete? Perché io immagino che la realtà quotidiana di tutti noi ci confronti con queste insufficienze che non sono solo burocratiche. Anzi, a volte si ha l’impressione che sono burocratiche e normative proprio perché sono insufficienze culturali. O no?
P.S. Mi casca ora l’occhio su un pertinentissimo editoriale del notiziario dell’Associazione Naga di Milano. Ve lo copio qui.
Seggi e migranti
Secondo il Censimento del 2011, sul quale si basa la distribuzione dei seggi delle recenti elezioni politiche, il totale della popolazione residente in Italia è di più di 59 milioni di individui, un dato che comprende 4 milioni di residenti stranieri di tutte le età (il 6,7% della popolazione), di cui quasi un milione nella sola Lombardia.
Mentre gli aventi diritto al voto sono soltanto gli italiani, l’assegnazione del numero dei seggi alle circoscrizioni di Camera e Senato è data dal totale della popolazione residente – italiana e straniera – nelle singole circoscrizioni.
Nel Nord-ovest risiede il 35,4% degli stranieri, nel Nord-est il 27,1 %, nel Centro il 24 %, nel Mezzogiorno il 9,6% e nelle Isole il 3,9%. La sperequazione è evidente ed è aumentata notevolmente con la triplicazione della popolazione immigrata nel corso del decennio scorso. Le circoscrizioni con le più alte percentuali di residenti stranieri, come quelle della Lombardia, esercitano un peso territoriale abnorme per i seggi che ottengono rispetto alle circoscrizioni dove la presenza straniera è minore.
La popolazione straniera conferirebbe potenzialmente almeno 41 seggi alla Camera e 23 al Senato. Depredati del diritto di voto, i migranti dilatano e distorcono il potere elettorale degli italiani: una doppia ingiustizia.
Al ritmo delle circa 65mila nuove cittadinanze concesse nel 2010, occorrono più di sessant’anni per fare degli attuali migranti dei cittadini con diritto di voto.
Ferruccio Gambino