Con che diritto…


Con che diritto parliamo di guerra (e di pace) noi che non l’abbiamo mai vista, mai vissuta, mai davvero neanche immaginata?

Così riflettevamo stamattina con una mia collega. Lei aveva ascoltato a lungo una famiglia siriana arrivata da poco. La rabbia e lo sdegno, l’esasperazione di chi arriva e non si capacita che tutto possa essere così sproporzionato rispetto alle aspettative (e al diritto). Io, contemporaneamente, stavo leggendo una biografia di Igino Giordani, che a voi sembrerà che non centri niente, ma invece vi assicuro che qualcosa c’entra.

L’esperienza diretta della guerra è qualcosa che cambia il corso di una vita, esteriormente e interiormente. C’è chi riesce a sublimarla in un grande progetto: penso a Giordani, che ha portato per una vita negli occhi, nel cuore e nel corpo l’esperienza della trincea della Prima Guerra Mondiale, o a Pedro Arrupe, testimone del bombardamento di Hiroshima. Altri, probabilmente i più, cercano vie più umane, meno ambiziose e meno appariscenti per fare i conti con l’indicibile. Spesso, semplicemente, non parlarne. Così come hanno fatto, il più delle volte, i nostri nonni (o genitori).

Oggi, alla vigilia dell’entrata europea nella sanguinosa guerra di Siria, voglio riportare qui un passo dell’intervento di Giordani alla Camera dei Deputati a proposito del Patto Atlantico (16 marzo 1949):

Noi siamo vittime di una politica che non si esprime che facendo la guerra; quindi, politica pazza e criminale. Ho detto che l’assassinio in guerra è omicidio, Ma noi sappiamo che è qualcosa di più, è un deicidio perché nell’uomo sui uccide l’immagine di Dio. Ed è anche un suicidio perché, attraverso qualunque guerra, è il corpo sociale, il corpo di tutta l’umanità che si svena. Che la guerra si combatta in Indonesia e in Cina, che si combatta in Italia o in Germania è sempre l’unico organismo sociale che si dissangua stupidamente. E’ come quando si ferisce una parte del corpo: non è solamente quella parte che si dissangua, ma è tutto l’organismo.

Ancora oggi la politica non si esprime che facendo la guerra.  E nel nostro Parlamento questi discorsi, magari un po’ retorici, ma almeno scaturiti dalla buona fede di chi ha vissuto sulla propria pelle il dramma di dover sparare a un fratello (in senso spirituale, per Giordani; ma qui penso al mio amico sudanese che, in tempi più recenti, si è trovato davvero suo fratello in senso letterale sul fronte opposto al suo), questi discorsi, dicevo, non si sentono più.

Che ne penso?


Mentre i ricordi della vacanza appena trascorsa si sedimentano nella testa e nella memoria, richiamo qui a me stessa (e a voi) che ci sono questioni importanti su cui sarebbe opportuno avere un’opinione.

Iniziamo dalla Siria. Cosa ne penso immagino che non ci sia neanche bisogno di spiegarlo, ho avuto modo di parlarne più volte in questi ultimi due anni. Eppure mi sono sorpresa, ieri, in un attimo di distrazione, a non esserne più sicura neanche io. Potenza dei media? Sta di fatto che per il breve spazio di qualche minuto mi sono trovata a trovare logico e normale l’intervento militare. Qualcosa bisogna fare. Questa indifferenza è intollerabile. Poi mi sono riscossa e ho pensato all’Iraq, all’Afghanistan, alla Libia. Tutti quei luoghi dove le nostre bombe intelligenti hanno portato tutto tranne pace, stabilità, democrazia, diritto.

Certo che qualcosa bisogna fare, ma non altra guerra. Peccato che ormai le armi paiano l’unico strumento che abbiamo per rapportarci con il resto del mondo. La diplomazia, le Nazioni Unite, sono termini che suscitano ormai solo sorrisini di compatimento e alzate di spalle.

E allora mi è tornata in mente una frase di Mariangela Gritta Grainer che ho letto ieri sul web, a proposito della 19°edizione del premio Ilaria Alpi: “Per ora hanno vinto loro”. Per ora. Curiosa espressione per indicare 19 anni di battaglia per la verità, che ha visto soccombere buona parte dei suoi protagonisti.

Non ricordo più come sono incappata nella vicenda dell’esecuzione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, delle navi dei veleni e della falsa cooperazione italiana. Ho letto, mi pare, due o tre libri ben scritti e ben documentati. Certo è che davanti a fatti del genere si avverte con piena consapevolezza quanto poco noi cittadini abbiamo davvero voglia di sapere. “Che cos’è la verità?” (diceva Ponzio Pilato). Certamente qualcosa che non permette di vivere tranquilli. Tanto che anche quando qualcuno la racconta troviamo il modo di aggrottare le ciglia, di sospirare e poi continuare come se nulla fosse stato.

Che c’entra questo con la Siria? C’entra. In questi ultimi mesi i colleghi dell’ufficio internazionale mi hanno fatto riflettere molto sulla “narrazione” sottesa alle notizie sul conflitto. Tutto pareva finalizzato a dipingere un quadro in bianco e nero. Buoni contro cattivi. Al limite cattivi contro cattivi. E adesso i buoni per eccellenza si preparano a intervenire per liberare i buoni di serie B dal cattivo di turno. Come si fa a non trovare insultante questa lettura?

Resto dell’idea che questa presa di distanze non deve essere una scusa per disinteressarci della cosa. Ci deve piuttosto far riflettere: davvero non esistono altri strumenti, altri canali? Chi lo dice? E, soprattutto, chi lo dice è autorevole? Affidabile? Disinteressato?

“Per ora”, dunque, sembriamo felicemente incanalati in un copione che renderà la nostra responsabilità alle stragi del Medio Oriente ancora più esplicita e diretta. Tutto vorrebbe farci credere che questo, come tanti altri “per ora”, sia una condizione destinata a durare in eterno. Però io credo che noi, come cittadini e ancor più come genitori, abbiamo l’obbligo morale di credere che “per ora” non voglia dire “per sempre”.

Ieri sera, presa consapevolezza del momentaneo black-out del mio cervello, mi sono chiesta: se sentire raccontare falsità o mezze verità strumentali, ben condite di immagini strappacore, rincoglionisce persino me, che per lavoro ho molti strumenti di comprensione in più rispetto all’uomo della strada, quanto è grave avere abdicato del tutto a un’informazione decente e con un barlume di indipendenza?

Mi rispondo con un’ovvietà: è molto grave. Si deve fare qualcosa perché questo cambi. Come dico sempre (forse con la realistica consapevolezza che di più al momento non mi è dato fare), iniziamo per esempio a parlarne. Almeno nel nostro personale giro di conoscenze e informazione, cerchiamo di non arrenderci alle opinioni preconfezionate.

Avrete sentito che Rai 1 ha in cantiere un reality sui rifugiati il cui titolo è tutto un programma: The Mission. Anche su questo ho la mia opinione, come immaginerete. Ne vogliamo parlare? Voi avete una vostra opinione in merito? Ho rinunciato a suo tempo a scrivere uno sproloquio di facile ironia sui protagonisti della futura trasmissione e sulle varie imbarazzate e imbarazzanti dichiarazioni rese alla stampa dalle persone coinvolte. Ma penso che varrebbe la pena di capire meglio (se e) perché questo programma è una pessima idea. Vi va?

La toppa più grande dell’anno: le vacanze


Essere genitori, mettere toppe. Anche io, come molti, sono rimasta colpita dalla metafora proposta da Genitori Crescono. La prima, più clamorosa toppa che mi viene in mente è quella delle vacanze estive. Una premessa: sarò io che non so cucire, sarà lo sbrego (si dice, “sbrego”? mi sa che è un po’ veneto, ma rende l’idea più di “strappo”, solo a dirlo pare che si allarghi…) che è immenso ed eccede, per superficie, la stoffa che ho a disposizione, ma la toppa delle vacanze estive è di gran lunga la più insufficiente e insoddisfacente della mia carriera di genitore.

Non vi ammorbo di lamentazioni, ma – tanto per capirci: niente nonni fungibili (solo una nonna ottantottenne che resta a Roma), niente case al mare, in campagna o in montagna, tre settimane di ferie mie da giocarsi rigorosamente in agosto e un padre kebabbaro, che giusto stamattina mi comunica che no, boh, non lo sa se e quando riesce a liberarsi, ma più probabilmente non ci riesce affatto. E anche fosse, lo saprebbe il giorno prima.

Aggiungete le risorse economiche assai limitate e il gioco è fatto. Altro che mamma imperfetta. Mi sento la madre peggiore del pianeta. Già adesso, che sto organizzando la festa per il compleanno di Meryem (16 giugno), si inizia a sentire il ritornello: “No, sai, la/o mandiamo dai nonni al mare all’inizio di giugno, come si fa a tenere i bimbi in questa città così afosa e inquinata/come si fa a mandarli a scuola in quel forno di classi fino alla fine del mese/eccetera eccetera”. Già, come si fa? E se mi azzardassi a confessare che io Meryem in  città la tengo tutto giugno, tutto luglio e anche qualche settimana di agosto? Mi denuncerebbero ai servizi sociali? Insomma, lo so che non è colpa degli altri, che hanno più possibilità di me. Potendo, me ne avvarrei anche io. E quindi scatta – in realtà è già scattata – la ricerca del campo estivo.

Solo che non c’è ricerca di mercato peggiore di quella condizionata da svariati vincoli logistici e alimentata dal senso di colpa crescente. Che io faccia pessime scelte è quasi matematico. Quest’anno poi, alla luce delle esperienze degli anni precedenti, sono pericolosamente propensa a soluzioni al di sopra delle mie possibilità, nella speranza che Meryem non passi tutto il tempo parcheggiata davanti a dvd a prendersi i pidocchi.  Per onestà devo ammettere che lei non è mai rimasta traumatizzata dalle esperienze in questione. Il problema è tutto mio. Però lo vedo enorme, insormontabile e angoscioso.

Un pensiero mi frulla in testa: abbiamo un bell’appellarci alla scuola pubblica, ma se la scuola per un terzo dell’anno chiude, col cavolo che i bambini hanno tutti le stesse opportunità. Per quanto lo ricacci, mi continua a tormentare. E sotto la costosissima toppa, lo strappo si allarga.

Ora vi lascio: vado a staccare un altro assegno per mettere una toppa su un altro paio di settimane di luglio.

 

Orrore e bellezza


La mattina della festa della mamma non è iniziata nel migliore dei modi. Immaginavo una passeggiata senza impegno ai Fori Imperiali, complice la bella giornata di sole. Io e Meryem siamo sbucate dalla metro di Colosseo mentre iniziava a sfilare il corteo “per la vita”. Ammetto che non solo non lo sapevo, ma non ero preparata. Ho letto cartelli che erano schiaffi in pieno viso per una come me. Non ho visto la croce ornata di feti, ma ho visto striscioni dello stesso morboso cattivo gusto. E’ la prima volta che mi trovo davanti un corteo organizzato di fondamentalisti. Vederli sfilare lì, sotto il Colosseo, accanto a tanti ragazzi che partecipavano a una manifestazione sportiva, mi ha fatto molta impressione. Come sempre, in queste manifestazioni sul diritto alla vita, i titolari del diritto sembrano essere esclusivamente i feti. Dopo la nascita ciascuno può morire come meglio crede. Non mi pare una coincidenza che non si faccia mai menzione, in questi contesti, dei milioni di vittime innocenti dei conflitti del mondo, dell’iniqua distribuzione delle ricchezze del pianeta, della nostra indifferenza, dell’incompetenza e del cinismo di chi eleggiamo a governarci e amministrarci. Aggiungo solo una notazione: anche rispetto alle varie forme di disabilità, alle malattie genetiche, alle sindromi le più varie, mi pare che la preoccupazione di questi attivisti si limiti al tentativo, anche violento, di scongiurare l’aborto. Poi ognuno si impicchi come può. Si torna oggetto di interesse solo se si è ridotti allo stato vegetativo.

Questi e altri più cupi pensieri cercavo di camuffare stamattina ai Fori Imperiali. Prima che Meryem mi facesse troppe domande, mi sono rituffata nella metro e ho sfoderato il piano B: Palazzo Barberini. Sapevo che l’ingresso era gratuito e che c’erano dei laboratori. Ma confesso che non nutrivo grandi speranze né aspettative. E invece. Anche la tempistica ci ha favorito. Siamo arrivate proprio mentre cominciava una piacevolissima esibizione di ottoni: ragazzi e ragazze di varie età hanno suonato brani rinascimentali, spostandosi tra il cortile e il porticato, con le trombe che si affacciavano dalla balconata. Il maestro spiegava i pezzi in un linguaggio accessibile anche ai bambini presenti. Poi ci siamo andate a registrare per entrare.

“Per la bambina laboratorio?”. Ne iniziava uno di lì a un quarto d’ora. Era prevista un’ora e mezza: 45 minuti di visita per bambini e 45 di laboratorio didattico. Ok, la Guerrigliera era entusiasta. “E per lei visita guidata?”. Oddio, ma farò in tempo? Mi spiegano che la sincronia è assicurata: farei parte del gruppo giallo, che finirebbe la visita giusto in tempo per riprendere la fanciulla all’uscita dalle sue creative attività. Tutto gratis, ovviamente. Ok, perché no? Ci affacciamo nella stanza dei laboratori e Meryem riceve al volo una maglietta graziosissima, che ne sancisce l’appartenenza al gruppo dei gialli e viene invitata a iniziare a familiarizzare con guide e animatrici. Insomma, me la sequestrano un quarto d’ora prima del previsto. Io sono frastornata. Gironzolo incerta in attesa che inizi la mia visita. Mi rendo conto che io non so neanche cosa ci sia, a Palazzo Barberini. Ricordo confusamente una conferenza organizzata dal Circolo dell’Areonautica. Ma, appurerò poi, dal 2006 è tutto museo.

La mia guida è una giovane storica dell’arte della sovrintendenza, evidentemente un po’ provata (era la sua quarta visita consecutiva), ma comunque molto professionale. Quando si parte, finalmente, mi rilasso. Non sapere cosa mi aspettava accresce l’impatto. Certo, la visita è appena un assaggio (45 minuti), vista la ricchezza della collezione. Ma anche la piccola selezione che visitiamo è sufficiente a immergermi nella bellezza, quella vera, assoluta, universale. Quella di cui le giornate in salita hanno tanto bisogno.

Poi sono andata a prendere la Guerrigliera entusiasta, a cui è stato anche fatto omaggio di una pregevole raccolta di schede e stickers sulla Galleria Borghese dal titolo Incornicia l’arte.

Il tutto faceva parte del progetto “L’Arte si mette in gioco” realizzato da Il Gioco del Lotto-Lottomatica in collaborazione con la Galleria Nazionale di Arte Antica in Palazzo Barberini. Meryem ha molto apprezzato anche la visita: mi ha parlato di una specie di caccia al tesoro, in cui dovevano rintracciare degli elementi della scheda che avevano nei quadri di alcune sale e anche del fatto che hanno potuto saltellare tutti insieme per i gradini bassi della scalinata di Borromini. La visita era prevista anche per i bambini sordi, in collaborazione con una onlus specializzata.

Trovate qui la versione di Meryem del Ritratto di Erasmo da Rotterdam. Quella a sinistra è una libreria e quello al centro un libro (nel caso non lo aveste capito da soli).

 

Responsabilità


Davanti a una tragedia come quella di stamattina a Milano (scusate, ho cercato un link “neutro”, che riferisca i fatti, ma non sono riuscita a trovarlo) credo davvero che bisognerebbe sprecare meno parole possibili. Men che meno sfruttarla per bieca schermaglia politica infarinata di razzismo.

E’ impossibile farsi un’idea chiara delle vicende che hanno portato a questa esplosione di follia, che è costata la vita a una persona innocente e ha ferito e traumatizzato gravemente altre sette. E’ impossibile soprattutto perché quando c’è di mezzo l’immigrazione le parole si usano con fantasia e approssimazione.

Stasera farei meglio a stare zitta anche io, ma due cose non ce la faccio proprio a tenermele.

1) Quando ad Astalli diciamo che non è facendo finta di non vedere che i disagi gravi spariscono e che procedere a tagli lineari anche sui pochi servizi territoriali per il disagio mentale è una scelta vigliacca e irresponsabile, intendiamo proprio questo. La situazione è grave, sempre più grave. Lasciatemi dire che l’ardita sintesi proposta da Repubblica rispetto all’omicida ( “con un passato da richiedente asilo e un presente da balordo”) è un modo francamente un po’ troppo facile di presentare una realtà assai complessa, che implica precise responsabilità di molti (che però nell’ardita sintesi, come per magia, spariscono).

2) Evinco, dal nebuloso e pittoresco racconto di Repubblica, che l’autore del delitto era un richiedente asilo che, avendo ricevuto un diniego dalla commissione territoriale, aveva presentato ricorso ed aveva dunque indiscutibilmente diritto a restare sul territorio fino all’esaurimento del ricorso medesimo. Se le cose sono andate davvero così come sono scritte nell’articolo, non c’è stato nessun tragico errore e tanto meno clandestinità. Lo status legale della persona in questione era – se l’articolo da questo punto di vista è accurato, ripeto – assolutamente regolare. Il che, ahimè, non cambia di una virgola l’entità del dramma. Ma dire che sarebbe dovuto essere espulso è comunque grave disinformazione.

Ci sono tante, tantissime altre cose che vorrei dire. Ma credo che tutte le vittime di questa spaventosa tragedia meritino un po’ di silenzio, stasera.

Nuovo mondo


Stamattina, contravvenendo ai miei principi, ho condiviso su Facebook un articolo di Igiaba Scego che criticava assai severamente l’intervista di Lucia Annunziata al neo ministro per l’immigrazione Cécile Kyenge senza aver ascoltato il programma in questione. Non ne sono pentita, anche perché ne è nato un bello scambio tra alcune mie amiche. Ma mi metteva a disagio riportare l’opinione altrui senza essermene fatta una mia.

Stasera ho rimediato e potete stare tranquilli: condivido pienamente le critiche espresse da Igiaba. Ho ascoltato attentamente la terminologia usata dalla giornalista e davvero il linguaggio diceva tutto. Non sto a ribadire cose già dette efficacemente su Corriere Immigrazione. Ma condivido un dubbio ulteriore.

La Annunziata ha fatto ripetutamente riferimento a un “nuovo mondo”. Concetto quantomeno bizzarro, a cavallo tra lo sfasamento geografico e quello temporale. Ma cosa intendeva, di preciso? Dal “nuovo mondo” sembra, secondo la giornalista, venire la neoministra e, in quanto tale, è suo dovere chiarire i molti aspetti per cui, a suo dire, non sarebbe “in regola” e che dunque “possono esserle imputati”. Il nuovo mondo, in questa prima parte dell’intervista, parrebbe quel contesto straniero, estraneo e in qualche misura folkloristico (“intrigante”, è la parola usata) che si oppone alla nostra “regolare” realtà. Poligamia, politeismo, animismo… Di questo “nuovo mondo” parrebbe far parte in qualche misura anche il marito “calabrese” (nato e vissuto a Modena, peraltro, ma lo ius sanguinis, si sa, è una brutta bestia). Ci si chiede perché mai questo mondo sarebbe nuovo. Sospetto fortemente che il mondo sia sempre stato lì, a prescindere dalla nostra capacità di guardare al di là del nostro naso o meno.

Ma poi, nella seconda parte, sembra emergere un quadro diverso. Chiedendo ripetutamente a Davide Piccardo conto della sua fede religiosa (“musulmano PERO’ perfettamente italiano”), la Annunziata afferma con una certa enfasi: “Nel nuovo mondo dobbiamo cominciare a dare patenti molto specifiche su chi è chi”. C’è un nuovo mondo in vista, dunque. Questa di per sé non è una cattiva notizia, visto quello che ci troviamo tra le mani ora. Mi chiedo come e quando avverrà questa metamorfosi socio-politica. Resta però qualche ansia su queste patenti. Perché devono essere molto specifiche? E chi mai dovrebbe darle, o chiedere di esibirle?

La specificità della patente più che un fatto nuovo o un fatto vecchio mi pare una pretesa irrealizzabile. Chi mai, nella storia del mondo, ha posseduto una patente molto specifica? Solo i personaggi di fantasia. Sì, mi sono divertita a immaginare cosa scrivere sulla mia patente. Romana (dal luogo di nascita), o calabrese (origine di mia madre, sospetto che sia un carattere dominante), o friulana (mia padre) o addirittura slovena (mio nonno)? Cattolica (ma quanto cattolica? battezzata? sì, battezzata, cara signora Annunziata, quello è proprio il minimo sindacale mi sa), convivente con musulmano (ma quanto musulmano?). Madre di figlia unica e femmina o lavoratrice? Di sinistra? Blogger? Disordinata? Non so perché, ma tutto ciò mi suona molto poco specifico.

Fuor di celia, in quadro che emerge da questa mezzora di cosiddetto servizio pubblico è piuttosto desolante. La Annunziata dipinge politici e sindaci che “camminano sulle uova” quando si arriva a questioni che riguardano “la pelle (!), o la religione, o il cibo (?), o i soldi (?)”. Ma siamo davvero messi così male? Parrebbe davvero di sì.

Su una cosa la ministra Kyenge ha perfettamente ragione: la società civile urla perché si facciano i cambiamenti indispensabili o, almeno, li si riconosca quando sono già in atto da anni sul territorio. Se poi lei, con tutti i molti limiti del suo mandato, potrà fare qualcosa è presto per dirlo. Certo, se si iniziasse a fare del giornalismo decoroso e serio sarebbe già un contributo. A costo zero, peraltro. Perché allo stesso prezzo di un’intervista stupida e grondante razzismo e luoghi comuni se ne potrebbe realizzare una sensata. Non vi pare?

Perché sì, perché no


Ieri mio nipote doveva realizzare, per la scuola, delle interviste. Io e Nizam abbiamo avuto l’onore di essere inclusi nel campione. La sera abbiamo confrontato le nostre risposte (io mi ero già fatta riferire le sue dalla mamma dell’intervistatore, viva la fiducia… ma corrispondevano a quello che mi ha riferito lui).

La prima domanda era: “Vorresti vivere in una città diversa da Roma?”
Entrambi abbiamo risposto di sì. Io ho menzionato Berlino e Istanbul, lui Amburgo o qualche città dell’Italia del nord, tipo Aosta o Bolzano. Insomma, sulla Germania settentrionale si potrebbe trovare un compromesso.

Sui motivi per cui vivere a Roma tutto sommato ci piace risultavamo abbastanza concordi: la bellezza e straordinarietà oggettiva del luogo, il clima (non dimentichiamo il clima), per me – più che per lui – i ricordi, gli affetti, i legami familiari.

Molto di più avevamo da dire sui motivi per cui vivere a Roma non ci piace. La lista potrebbe essere lunga, ciascuno si è dovuto limitare a sole tre risposte. Trovo però che Nizam sia stato sintetico e efficace nel dire, senza esitazione alcuna: “Perché qui non funziona niente! Un’ora di attesa alla posta, sei ore di attesa al Pronto Soccorso, due ore di attesa allo sportello dell’Anagrafe…”. Magari sarà un po’ esagerato, ma certo il livello di inefficienza medio è tale che tutte le volte che ci si trova davanti a un servizio che funziona si resta basiti. Da quando ha il negozio, Nizam tocca con mano quotidianamente i disservizi che lasciano sgomenti i turisti, specialmente stranieri. Metro chiusa per sciopero praticamente un venerdì sì e un venerdì no, autobus che passano a singhiozzo, senza alcuna possibilità di prevedere l’orario di passaggio, per non parlare di tariffe di hotel truffaldine, tassisti furbi e altri disguidi.

Giusto ieri al kebab è venuta una splendida ragazza palestinese che studia medicina qui a Roma (il dettaglio estetico non ha alcun rilievo per la narrazione, ma ne aveva per il narratore e io, fedele alla verità, riferisco) con suo padre, arrivato a trovarla da Israele. Il distinto signore, che parlava scioltamente cinque lingue (francese, tedesco, inglese oltre a arabo e ebraico) e, un po’ più faticosamente, anche l’italiano, era letteralmente  sconvolto e inorridito. In uno degli autobus affollati come carri bestiame che aveva preso dopo un’attesa di un’ora e più un borseggiatore gli aveva rubato il portafogli. A parte le considerazioni sulla qualità del trasporto pubblico, dunque, il fortunato palestinese ha potuto anche fare esperienza di presentare una denuncia al commissariato. Dopo un’altra eterna attesa, ha scoperto con un certo sconcerto che nessuno parlava una parola di una lingua diversa dall’italiano. Lui dunque se l’è cavata, ma si chiedeva (non senza una certa legittimità): “Ma gli altri, come fanno?”.

Quando Nizam mi dice che giurerebbe sul fatto che la maggior parte dei turisti che vede non torneranno a Roma neanche se profumatamente pagati, io qualche volta ribatto piccata che esagera. Ma allo stesso tempo realizzo, con dolore, che come molte cose, nel nostro Paese, è solo il caso che determina se l’esperienza di uno straniero (ma anche di un italiano) da noi sarà un sogno o un incubo. Chi mi conosce sa che io di Roma sono follemente innamorata. Che sono convinta che sia davvero un luogo straordinario, non solo dal punto di vista storico-artistico (e già solo per quello, quanto ci sarebbe da valorizzare…). Mi ferisce quindi dovere ammettere queste mancanze, così come non è piacevole riconoscere che la qualità della nostra vita è abbassata da tanti fattori che potrebbero essere corretti da organizzazione, volontà e senso civico di amministratori e cittadini.

Tra i punti a favore rispetto a vivere a Roma, Nizam ha elencato, con una certa mia sorpresa, “i romani”. Gli piacciono. “Magari sono un po’ bugiardi, un po’ finti, ma sono simpatici, caldi (nel senso, presumo, di calorosi)”. Io ieri sera non ero dell’umore e ho sbottato che a me no, i romani non piacciono. Non mi piace il menefreghismo, la tendenza a farsi scivolare tutto addosso (il “m’arimbarza”, per intenderci), la sciatteria, il pressappochismo. Ma mentivo. Adoro dei romani, di molti romani, la salace saggezza, l’ironia fulminante, un certo modo di dissacrante di intendere la vita che gli storici attribuiscono alla quotidiana consuetudine con il potere (vaticano, molto prima che nazionale).

Per concludere, stamattina ho chiesto a Meryem se le piace vivere a Roma. “No”, ribatte lei decisa. No? E dove vorresti vivere? “A Pavia” (per la precisione, a casa di Chiara, anzi “di Amelia”). E cosa non ti piace di Roma? Anche in questo caso, nessuna esitazione: “Casa nostra”. Sono soddisfazioni.

Improvvisazione (una metafora)


Certe volte, anche a causa di certe mie troppo incoraggianti frequentazioni (vero, Natalia?), mi sembra quasi di essere in grado di cucinare pure io. E, regolarmente, arriva il momento in cui faccio il passo più lungo della gamba. Situazione tipo: sera, dopo cena, guardo quello che ho in dispensa. Ma sì, perché no? Metto insieme due tre cose, le mescolo bene, una mezza bustina di lievito… Facciamo un dolce per la colazione. Risultato, immancabilmente: frittatone crudo (o bruciacchiato) dal sapore improponibile.

Per fare una cosa lievitata, ma in genere una preparazione cotta in forno, l’estro paraculo che mi salva in tante occasioni non serve. Ci vuole almeno un minimo di competenza, un progetto definito – che consente poi, ma POI, variazioni sul tema – e i tempi giusti. Parlavo venerdì scorso con la ben nota Francesca Sanzo AKA Panzallaria, che ci raccontava come incasinare la preparazione dei dolci più elementari. Anche quello è un talento e, udite udite, non sempre è possibile rimediare con un po’ di fantasia. Anzi, come nel caso della sua torta yogurt e banane, ci sono delle circostanze in cui il guizzo di creatività è peggiore del male.

Perché vi racconto tutto questo? Perché con tristezza vedo il mio Paese in mano a cuochi dilettanti e presuntuosi, che ancora sono convinti (nonostante il successo planetario di Masterchef) che basti mescolare un paio di ingredienti insoliti e dare una veloce mescolata per sfornare un piatto succulento (o almeno degno di essere impiattato). A Roma siamo in piena campagna elettorale e volano guizzi creativi da tutte le parti, per non parlare di quelli sfoderati per l’elezione del Presidente della Repubblica.

A me pare che si sprechino un sacco di energie per rabberciare e improvvisare a destra e a manca. Il sociale, in questi casi, è una spezia da ritirare fuori dai cassetti, meglio se per caramellare una bella quota rosa (ingrediente irrinunciabile e di gran moda, come lo scalogno). Possibile che nessuno abbia pensato, a tempo debito, a svegliarsi presto, fare un salto al mercato, scegliere gli ingredienti, possibilmente non avariati e lavorarci il tempo necessario per potere ora, impiattare con un briciolo di onestà?

Che ne pensate, voi? Sono troppo severa?

 

Dentro, fuori


Un invito ricevuto per il prossimo sabato mi ha riportato indietro nel tempo, agli anni dell’adolescenza. Premetto doverosamente che no, non li rimpiango affatto. Guardando indietro, con il famoso senno del poi, realizzo di aver sofferto molto perché non mi sentivo parte di gruppi, non necessariamente ben definiti o realmente esistenti, che all’epoca mi parevano importanti per sentirmi realmente considerata. Ero sempre, inesorabilmente, “fuori”. Ero sempre “troppo”. Troppo alta, troppo grassa, ma anche troppo intellettuale, troppo complicata, troppo pesante e cervellotica.

Mi ero trovata, però, il mio microgruppo, un paio di amiche con cui facevo quelle cose “troppo impegnate” che ci facevano sentire adulte, ma allo stesso tempo ci divertivano: mostre, cinema seriosi, ma anche weekend e viaggi “culturali” che sono rimaste delle pietre miliari nei miei ricordi (uno era un ponte di novembre per visitare la mostra dei Fenici a Palazzo Grassi – e qui solo qualche mio ex collega orientalistica può capire che portata ebbe per me quella gita, anche se all’epoca non potevo saperlo). Il mio microgruppo, che poi era un trio, era stato definito da qualcuno “la TBC”, dalle nostre iniziali. A noi in fondo piaceva, ma credo la dicesse lunga sul nostro grado di integrazione.

Stranamente scopro che anche da adulti l’appartenenza a gruppi, gruppetti e gruppuscoli è sentita come rilevante. La piazza allargata di Facebook non fa che strizzare l’occhio a questa adolescenziale tendenza: gruppi chiusi, gruppi segreti. Di alcuni faccio parte, di molti non conosco neanche l’esistenza. Ne riconosco la funzionalità, entro certi limiti. Ma non finisce mai di stupirmi quando qualcuno sbandiera (con opportune e trasparentissime allusioni) la propria appartenenza a uno di essi, manco fosse la tessera di un club esclusivo. Peraltro mi risulta che dei club davvero esclusivi non si dovrebbe neanche conoscere l’esistenza, no? [Prima regola del Fight Club: non parlate mai del Fight Club. Seconda regola del Fight Club: non dovete parlare mai del Fight Club…. Ma quel film, confesso, non l’ho nemmeno visto].

Insomma, siamo davvero destinati a non diventare mai adulti?

Postilla. Ripensando poi al trio della mia adolescenza e alle attività a cui ci dedicavamo, realizzo oggi che alcune le trovavo noiosissime. I concerti di musica classica, ad esempio, spesso accompagnati dal pensiero ricorrente: “Ma quando finisce?”. Alcuni spettacoli a teatro,che Dio mio, ci vuole giusto l’entusiasmo dei 16 anni per lanciarcisi (ricordo distintamente la sensazione di sgomento che ha accompagnato l’annuncio “terzo tempo” a una rappresentazione, francamente non imperdibile, de “Le tre sorelle” di Checov al Teatro Argentina. Oddio, i tempi possono essere più di due?). La tendenza al masochismo culturale  è proseguita anche all’università, anche grazie all’insuperabile filone della filmografia iraniana, meglio se in lingua originale con sottotitoli in francese. Ma ricordo anche un film al cinema, più di cassetta, che era talmente lacrimevole (un trapianto al cuore, forse?) che a me e alla mia amica Marta ci prese una ridarola incontrollabile, mentre la mia amica Cristiana (che forse mi legge) si commuoveva il giusto e avrebbe voluto strozzarci (cos’era Cristiana, ti ricordi?). E allora mi chiedo pure: ma perché godevo, godevamo nel fare necessariamente scelte che non sempre pagavano in termini di appagamento reale? Era una questione di aspettative che le nostre famiglie avevano per noi? Era desiderio di differenziarci consciamente e volutamente da chi ci avrebbe comunque differenziato? Comunque, che bello essere abbastanza grandi e scafati per poter dire, con libertà, questo film è una noia mortale. Non trovate? Obietterete che avrei potuto farlo anche prima. Mah, chissà, forse. Ma non sarebbe stata la stessa cosa.

Voi mi provocate…


Lo avete visto, il manifestino di Obama che un’amica mi ha premurosamente condiviso su Facebook?

Ecco. Nel frattempo, in Italia…

Credo che chi frequenta questo blog (e la sua autrice) sappia bene cosa penso dell’attuale legge sulla cittadinanza. Quella per cui il nipote di un italiano emigrato in Australia decenni fa è tranquillamente cittadino e votante, anche se non spiccica una parola e non ha mai messo piede qui, perché è il sangue che scorre nelle sue vene ad assicurarne la piena italianità, mentre un immigrato che lavora e paga le tasse può chiedere la cittadinanza solo dieci anni di residenza continuativa e poi mettersi comodo e aspettare che qualcuno gli risponda. Esempio di vita vissuta: Nizam è per ora riuscito solo a chiedere di presentare la domanda, non a presentarla. Per far ciò (e quindi per iniziare la vera attesa dell’esito, che dura anni) gli è stato dato appuntamento tra un anno e mezzo.

La campagna L’Italia sono anch’io ha raccolto centinaia di migliaia di firme a sostegno di due proposte di legge di iniziativa popolare per riformare la legge sulla cittadinanza. Trovavo le proposte sobrie e persino caute e, infatti, largamente condivisibili e condivise. La campagna poneva molto l’accento sul più grande dei paradossi, i bambini nati in Italia o arrivati da piccolissimi (i compagni di scuola dei nostri figli) che attualmente accedono alla cittadinanza solo dopo il compimento della maggiore età. Ma non si parlava solo di quel tema. Si abbassava il periodo di soggiorno richiesto da dieci a cinque anni, in linea con altri Paesi europei. Si parlava di partecipazione e diritto al voto amministrativo, sempre in linea con le direttive europee. Pur prudenti, erano passi di civiltà importanti (e necessari).

La cittadinanza è stato l’unico pallido balenare dei temi a me cari nel dibattito per le Primarie del Centro Sinistra (ne parlavo qui, già sconsolata). Già allora, in effetti, Bersani parlava di bambini. E basta. Il 19 marzo la promessa proposta di legge è stata depositata, a firma di Bersani e di due neoeletti parlamentari,  Khalid Chaouki e Cécile Kyenge, che mi dispiace vedere definiti “i nuovi italiani portati in Parlamento dal Partito Democratico”, manco fossero pacchi (Khalid lo conosco personalmente e lo apprezzo, tanto per chiarire).

La proposta in questione ormai parla esclusivamente di minori ed è anche molto prodiga di cautele e distinguo. Tipo specificare che il minore deve essere nato in Italia o arrivato entro i dieci anni di età: “Il tetto dei dieci anni è stato individuato al fine di evitare che, nella prospettiva di poter ottenere la cittadinanza, minori stranieri, che abbiano un’età tale da consentir loro di affrontare il viaggio senza i genitori, siano inviati “clandestinamente” nel nostro Paese (dove vige la regola dell’inespellibilità dei minori stranieri non accompagnati), esponendoli in tal modo a rischi per la loro incolumità e per la loro crescita”. La preoccupazione quasi affannosa di prevenire obiezioni di questo genere, come pure la notazione rispetto all’accesso alla cittadinanza anche per i figli di stranieri non in regola con il soggiorno o soggiornanti da meno di cinque anni, dopo il compimento di un ciclo di studi (“In questo modo l’investimento nella loro istruzione non sarà ‘perduto’, perché sarà servito a creare dei nuovi italiani”), mi pare dicano chiaramente che a noi continua a parere normale che un tema come la cittadinanza continui in Italia essere argomento relativo alla pubblica sicurezza (da notare anche il termine clandestino/clandestinamente, sia pur virgolettato, che appare 3 volte in un documento di sei pagine).

E va bene il realismo, la prudenza, la ricerca del consenso trasversale, la strategia. Ma questo ulteriore arretramento che somiglia a una resa preventiva, questo giocarsi ormai solo il tema dei bambini che sono “pezzi de core” e omettere del tutto qualunque accenno a tutto il resto, personalmente mi lascia sconcertata, delusa, amareggiata. Meglio che niente, dirà qualcuno.

Ma basta! Fino a quando si deve continuare con il meglio che niente, che poi in genere somiglia molto al niente? Su, non è che pretendiamo Obama. Ma da questa palude di depressione usciamone, suvvia.

Se a qualcosa si crede sul serio, si cerca di sostenerla apertamente, con scelte e linguaggi semplici e diretti. Il che non significa essere refrattari alle mediazioni, a quella che Laura Boldrini ha definito “l’architettura” della politica. Ma per mediare una posizione di partenza esplicita deve pure esserci. Così viene il dubbio che a mancare siano proprio le idee, le convinzioni, la fiducia.

Eppure non è che occorra guardare agli Stati Uniti per capire che l’immigrazione è una risorsa immensa (e non parlo di badanti da strizzare ben bene e rimpatriare dopo l’uso, a nonno morto). Ne vogliamo parlare, per una volta, in termini seri? Economici? Demografici? Lasciando da parte i buonismi pelosi del “povero bambino, facciamo italiano anche lui” e il cinismo di chi comunque cerca braccia (meglio se “clandestine”) per raccogliere i pomodori?

Ma, per curiosità, voi come la vedete? Perché io immagino che la realtà quotidiana di tutti noi ci confronti con queste insufficienze che non sono solo burocratiche. Anzi, a volte si ha l’impressione che sono burocratiche e normative proprio perché sono insufficienze culturali. O no?

P.S. Mi casca ora l’occhio su un pertinentissimo editoriale del notiziario dell’Associazione Naga di Milano. Ve lo copio qui.

Seggi e migranti
Secondo il Censimento del 2011, sul quale si basa la distribuzione dei seggi delle recenti elezioni politiche, il totale della popolazione residente in Italia è di più di 59 milioni di individui, un dato che comprende 4 milioni di residenti stranieri di tutte le età (il 6,7% della popolazione), di cui quasi un milione nella sola Lombardia.
Mentre gli aventi diritto al voto sono soltanto gli italiani,  l’assegnazione del numero dei seggi alle circoscrizioni di Camera e Senato è data dal totale della popolazione residente – italiana e straniera – nelle singole circoscrizioni.
Nel Nord-ovest risiede il 35,4% degli stranieri, nel Nord-est il 27,1 %, nel Centro il 24 %, nel Mezzogiorno il 9,6% e nelle Isole il 3,9%. La sperequazione è evidente ed è aumentata notevolmente con la triplicazione della popolazione immigrata nel corso del decennio scorso. Le circoscrizioni con le più alte percentuali di residenti stranieri, come quelle della Lombardia, esercitano un peso territoriale abnorme per i seggi che ottengono rispetto alle circoscrizioni dove la presenza straniera è minore.
La popolazione straniera conferirebbe potenzialmente almeno 41 seggi alla Camera e 23 al Senato. Depredati del diritto di voto, i migranti dilatano e distorcono il potere elettorale degli italiani: una doppia ingiustizia.
Al ritmo delle circa 65mila nuove cittadinanze concesse nel 2010, occorrono più di sessant’anni per fare degli attuali migranti dei cittadini con diritto di voto.
Ferruccio Gambino