A mente fredda, sulle mucche danesi


L’altra sera mi sono ritrovata nel mezzo di una discussione su Facebook che ero impreparata a gestire perché mi faceva davvero arrabbiare, oltre ogni misura. Me la sono cercata. Quando si condividono notizie su argomenti sensibili bisognerebbe essere preparati alle reazioni. Quelle dei miei amici, peraltro, erano civili, educate, composte e non prive di ragionevolezza. Però mi sono resa conto che non riuscivano proprio a vedere il mio punto e questo mi ha rattristato assai.

La notizia era questa. Il Governo danese ha vietato la macellazione senza preventivo stordimento dell’animale, il che è generalmente considerato in contrasto con quanto prescritto dalle norme della macellazione rituale, sia ebraica che musulmana. Dopo essermi un po’ documentata, soprattutto qui, apprendo che non solo la Danimarca non è un caso unico (già da anni la questione si pone in Svizzera e mi pare di capire anche in Svezia), ma che soprattutto esisterebbe, con un po’ di ragionevolezza, la possibilità di mediare, trovando delle forme di stordimento dell’animale non in contrasto con la salvaguardia dell'”integrità fisica” prescritta dalla religione (a una lettura veloce mi pare che in Malesia si sia già proceduto in questo senso).

Concordo che in primo luogo è necessario sgombrare il campo dalle posizioni troppo ideologiche, a partire dalle facili battute sui cuccioli di giraffa. Quello che davvero mi ha disturbato è la frase “I diritti degli animali vengono prima della religione”, che pare il ministro dell’agricoltura danese abbia pronunciato a commento del provvedimento. Dovrei probabilmente andarmi a leggere tutto il contesto dell’intervista. Certo che, riportata così, mi pare un’affermazione aggressiva, violenta e potenzialmente discriminatoria. Io credo che la civiltà imporrebbe di trovare modi che riducano il più possibile le sofferenze di tutti gli esseri viventi. Ma un’affermazione come questa sembra trascurare il fatto che la religione non è un vuoto orpello, ma parte importante dei valori irrinunciabili di molti esseri umani. Ci sono molti uomini al mondo, anche oggi, disposti a morire per la propria fede. Detesto quando la semplice ignoranza (perché di questo molte volte si tratta) si autoproclama metro di civiltà.

La frase del ministro danese è decisamente infelice. Il provvedimento magari è giusto, ma solo se implica la volontà concreta di dialogare con le comunità religiose, composte da cittadini di pari dignità degli altri (animali compresi), per soluzioni condivise e migliori per tutti. Altrimenti è un civilissimo atto di prevaricazione. IMHO.

Ricordi difficili


Ricevo abbastanza raramente mail da parte di lettori di questo blog (non sono poi così tanti), ma il messaggio di Antonella conteneva un invito e una amichevole “sfida”, che raccolgo volentieri. Non avevo consapevolezza che oggi è la Giornata del Ricordo dell’esodo istriano e dalmata. Antonella lo sa, perché quella storia è la storia della sua mamma e, per riflesso, della sua famiglia. Lo sarebbe un pochino anche della mia, almeno trasversalmente. Il cognome sloveno di mio nonno è uno di quelli modificati per legge durante la politica fascista di italianizzazione. Mio padre non ha mai potuto imparare la lingua madre di suo nonno: parlarla a Gorizia sarebbe stato, a quel tempo, pericoloso. Non ho mai parlato con mio padre di tutte queste storie complesse, che hanno i loro strascichi ancora oggi, con un’unica eccezione: un viaggio in treno tra Roma e Gorizia che facemmo insieme e durante il quale lui, inaspettatamente, tirò fuori un racconto ininterrotto, di cui purtroppo non mi sono appuntata nulla e che istantaneamente mi si è confuso in testa in un guazzabuglio di particolari inestricabili l’uno dall’altro. Peccato.

Ma torniamo a Antonella. Sua madre ha passato la sua infanzia in un campo profughi, in Italia. Spesso dico che in Italia non esistono campi profughi. Ho sempre omesso di dire, perché non ci ho mai davvero pensato a fondo, che però sono esistiti. Ed erano come tutti i campi profughi del mondo: inadeguati, sprovvisti dell’essenziale, durissimi, in luoghi inospitali e inadatti alla vita umana. Lì, nel Carso, ad esempio, è successo che dei bambini morissero di freddo.

Questa pagina di storia è una di quelle che non siamo stati in grado né di scrivere né di raccontare. Forse perché, come emerge chiaramente dalle polemiche in un senso o nell’altro, che puntualmente si scatenano sui numeri, sulle responsabilità delle eventuali vittime, sul significato da attribuire a un episodio o all’altro, quella guerra è in un certo senso ancora in corso, sotto traccia. E’ esattamente così che, anche dopo decenni, si riaccendono le guerre civili. Ancora una volta dal mio lavoro imparo che i processi di pace da soli non bastano: serve un lungo, paziente e certosino lavoro di riconciliazione, che va ben oltre il livello politico e affonda nella cura dello spirito delle persone coinvolte.

Lasciatemi parlare da ignorante (nel senso che davvero ignoro molto di quel periodo storico). Io credo che le persone debbano essere messe al centro, sempre. Se delle persone hanno subito trattamenti degradanti e delle violenze gravi (come è il caso, ovviamente, in tutte le guerre), io non accetto di fare classifiche o di dare giustificazioni. Il che significa, ovviamente, che ci provo. Non è una cosa facile. Mi viene in mente un esempio che non farò, perché aumenterebbe di molto il tasso di potenziale polemica di questo post, che davvero vorrei evitare. Ma penso adesso al mio lavoro. Le storie dei rifugiati sono considerate, sempre,  su base individuale, caso per caso (o almeno, così dovrebbe essere). Questo aiuta a prendere le distanze dalla tentazione di far scontare al singolo,  i cui diritti umani sono stati violati, la responsabilità vera o presunta della collettività a cui appartiene.

Se penso ai conflitti attualmente in corso, la Siria in primis, nei report ONU è frequente leggere la frase: “gravi violazioni dei diritti umani sono state perpetrate da tutte le parti in conflitto”. Questo vuol dire, in pratica, che in tutti e due gli “schieramenti” ci sono vittime da difendere e tutelare, ma che soprattutto (come è il caso in Siria) certamente ci sarà una maggioranza silenziosa e politicamente ininfluente che subisce due volte: per quello che soffre e per il fatto che la narrazione contemporanea ignora le persone che non può etichettare come “buoni” o “cattivi”. Credo davvero che l’esperienza della Siria contemporanea possa aiutarci a guardare con maggiore giustizia anche all’esodo istriano e alle foibe.

Certo è che ci sono persone che dopo un’esperienza dolorosa e grave non ha avuto nessun riconoscimento e anzi hanno vissuto con vergogna la propria condizione di esule, perseguitato e vittima. Antonella mi scrive che il campo profughi sorto a Trieste, sul Carso, è ora un museo. Quando ha raccontato alla sorella di sua nonna, che ora vive in Canada, di averlo visitato, Antonella intendeva esprimere la sua emozione, la sua solidarietà e la sua vicinanza per qualcosa che lei aveva vissuto e di cui lei invece non aveva mai ben capito la portata. Invece si è sentita raccomandare che “non era necessario che raccontassi in giro che anche noi eravamo stati là”.

“È molto difficile parlare di ricordi che in realtà non ci appartengono perché nessuno ce li ha fatti vivere”, racconta la signora Luciana, madre di Antonella; “la mia famiglia come la maggior parte degli Istriani ha tenuta nascosta la propria vicenda perché l’esodo è stata vissuto dai più come una sconfitta, un’umiliazione, l’istriano come asociale e reietto; l’esilio nell’accezione più dura del termine, quello dell’anima. Per cinquant’anni ho sentito sussurrare la parola ‘foibe’, ‘portato via di notte’, ‘sshh, a Pisino… mai più tornato’, ‘i fioi no devi saver se li cariga e poi lassa star più tardi la sa meio è’. Il capofamiglia, mio bisnonno ha lasciato assieme alle sue terre ed alla sua casa di contadino anche due figlie e ben sette nipoti; a nessun battesimo né cresima né matrimonio c’è stata la sua presenza; e come lui tutta la famiglia ha tagliato il cordone che ci legava a quelle terre ed ai nuovi padroni. Quello che mi ricordo della mia famiglia è la dignità con la quale hanno accettato la povertà, i sussidi, la promiscuità. Non ho mai sentito dal bisnonno o dalla nonna una lamentela o una parola di rimpianto, corrispondente all’educazione che mi è stata data: pensa e pondera bene ma quando prendi una decisione quella è la strada giusta, prosegui senza ripensamenti. Di noi profughi posso dire che ho scoperto molto da sola, da adulta, proprio come loro desideravano: gli occhi della maturità vedono con maggior calma e saggezza non lasciando spazio ad estremismi. Il discorso potrà continuare ma quello che vorrei raffigurare è la dignità del popolo istriano e lo illustrerò meglio con un episodio di vita vissuta (da me); quando nel ’69 al maresciallo Tito fu insignita la croce di cavaliere della Repubblica Italiana, io lo dissi a mio bisnonno non per sfida ma soltanto per curiosità: lui mi fissò con gli occhi slavati di vecchio miope cercando il mio sguardo e mentre il mento cominciava a tremargli disse: ‘Vol dir che anca Dio ne gà ‘bandonà’. L’Associazione che frequento ha presentato una richiesta di revoca di tale onorificenza (ed è per questo che quell’episodio si è rifatto vivo nella mia mente) ma da parte mia non c’è e non ci potrà mai essere quella veemenza e rabbia che vedo in altre realtà; noi Istriani siamo stati vilipesi dalla madre patria, costretti a rinunce ed umiliazioni e troppo stanchi nello spirito per gridare il nostro inutile dolore. Ogni nome che sento, vedi Vergarolla, mi fa sentire in mente la mia famiglia, quando parlavano sottovoce ed io li sentivo ma non capivo: stare in questa Associazione è come continuare a vivere con loro ma non da protagonista, bensì da spettatrice”.

Vi lascio con un contributo scritto dalla signora Luciana. E’ apparso in forma rimaneggiata, su “Umago Viva”, periodico dell’associazione di esuli con sede a Trieste con cui collabora. Parla di un film, “La città dolente”, che trovate anche su Youtube.

La città dolente.
Te parti? No, mi resto. Mi no so.
Tempo fa, è stato trasmesso su una rete privata un film in bianco e nero che attirava l’attenzione per le riprese essenziali e buie degli interni, molti i primi piani ed espressivi i volti dei protagonisti, tipico del neo-realismo italiano di quegli anni. Un film che annunciava la sua drammaticità già dall’incipit con la prua di una nave che solca un mare scuro, minaccioso e la scena finale sullo stesso mare ma quieto, statico come gli animi dei protagonisti placatisi soltanto alla fine di quei drammatici eventi storici che noi Istriani conosciamo bene: tesi ed indecisi all’inizio della vicenda fino al tragico finale con quattro scelte diverse ma tutte travagliate ed infelici. Il film è stato selezionato tra i 100 film italiani da salvare, restaurato dall’Istituto Luce e proiettato in varie sale in occasione della giornata del Ricordo.

Due sono le particolarità di questa pellicola: non presenta alcuna retorica, il realismo è accentuato se possibile da documentari che riguardano proprio l’esodo dalla città istriana (Pola) e che vengono inframmezzati a supporto della scenografia del film. Troviamo così le immagini dei documentari di Vitrotti e Moretti alternate alle scene del film, didascalie efficaci di spiegazione dei fatti (non da ultimo il coprifuoco della città in seguito all’attentato di cui fu protagonista la Pasquinelli). Questo è in assoluto l’unico film sugli esuli istriani che sia mai stato fatto, iniziato quasi in tempo reale su canovaccio di una storia vera. ‘La città dolente’ venne girato tra il 1947 ed il 1948 mentre la città di Pola si stava svuotando via via dei suoi cittadini, che vediamo appunto nei documentari mostrare il loro sguardo vuoto ed angosciato e la disperazione dei profughi che partono. Si intrecciano ai documentari ormai famosi sull’esodo della città, le vite dei protagonisti a stigmatizzare i diversi comportamenti dei nostri connazionali in quel momento: Berto indeciso se partire o meno, diviso tra la moglie impaurita e condizionata dall’esodo di quasi tutta la popolazione e l’amico che lo lusinga a rimanere paventando un futuro di libertà e di prosperità; Silvana la moglie preoccupata per il loro bambino ed intimorita dalla spavalderia degli slavi arrivati in città; Sergio che grazie al comunismo spera di riscattarsi e di diventare il padrone ed infine Lubiza, funzionaria comunista, che sarà l’unica tutto sommato a perseverare convinta sulla propria strada ideologica fino alla fine del film.

Tutti subiranno la tragedia della storia ma ciò che conta è che il regista, Mario Bonnard volle ammonire il popolo italiano a vigilare sulla nuova dittatura incombente ai confini orientali, sull’utopia comunista, sui lager conosciuti anche da connazionali non istriani, sulla differenza tra il popolo slavo che balla e si diverte, e gli Italiani costretti ad andarsene; ma….. inutilmente. Anche se ultimato in breve tempo, la distribuzione del film rimase bloccata per un anno e la pellicola uscì nel circuito parrocchiale soltanto il 4 marzo 1949; fu subito ritirato, e ne intuiamo a pieno il motivo, e poi cadde nell’oblio come lo siamo stati d’altra parte anche noi Istriani. Non meritano alcun commento, né tanto meno citazioni, le critiche fatte nel 1949 al film in se stesso soprattutto dai giornali di certa parte: i nostri vecchi dicevano che ‘Il tempo è galantuomo’ ed i fatti hanno dimostrato da soli la validità ad esempio degli sceneggiatori, uno dei quali fu Federico Fellini per il quale non occorrono commenti o delucidazioni; un altro fu Anton Giulio Majano di cui ricordiamo tra gli innumerevoli sceneggiati di mamma Rai, ‘La freccia nera’ con una giovanissima Loretta Goggi ed Aldo Reggiani oppure ‘David Copperfield’ con Ubaldo Lay e Giancarlo Giannini e tanti altri tutti firmati da lui; infine la protagonista femminile Constance Dowling (attrice statunitense) che fu amata da Cesare Pavese che le dedicò alcune sue poesie (Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi) e che godette di una certa fama nel suo paese.

Oggi basta molto meno per ottenere maggior successo di questi validi professionisti che fecero l’errore di girare un film non consono ai diktat politici del tempo, un film inopportuno che non fece epoca (oggi verrebbe osannato e catalogato nel cosiddetto cinema contro); spiace constatare che oggi come allora la politica continua ad influenzare la cultura e soprattutto la verità, quella che viene ricordata dai fatti e non dalle parole (o bugie) espresse al momento o sessant’anni dopo. Abbiamo anche noi occhi, cervello e ….memoria. Potrà sembrare un paradosso, ma il popolo italiano (notoriamente indisciplinato per quanto riguarda l’osservanza alle leggi) ha avuto bisogno di una legge per riconoscerci; soltanto con l’istituzione del Giorno del Ricordo, (legge n. 92, 30 marzo 2004), è stato tolto il paravento dietro al quale ci avevano relegati per oltre sessant’anni ed il film ‘La città dolente’ da opera scomoda è diventato un’opera addirittura da salvare. Ben venga questo riconoscimento ma a noi non serviva una legge né per ricordare né per conoscere la verità.

 

Ispirazione


La passeggiata per il Gianicolo mi ha messo di buon umore. Mi dispongo dunque alla mia “presentation” con una certa rilassatezza. Mi hanno chiesto di presentare l’attività del Centro Astalli a un gruppo di religiose anglofone, normale amministrazione. Ho le mie slide e una breve scaletta. Poi mi scatta qualcosa. La Sister che mi accoglie mi è simpatica, la sua voce suona piacevole e gentile. Il gruppo che mi trovo davanti è eterogeneo, per età e nazionalità. Non piccolo, non enorme. Mi siedo alla scrivania, aziono il Power Point, ma prendo un’altra via.

Racconto di cosa significa questo lavoro per me. Delle mie aspettative giovanili, della casualità (della serie di casualità) che mi ha messo dove sono ora. Parlo di alcune persone che ho incontrato. Cerco di spiegare quali, secondo me, sono i drammi meno ovvi. Illustro in cosa andiamo bene e in cosa ancora noi tutti zoppichiamo. Vado a braccio, racconto la storia del JRS come io la percepisco. Mi sento parlare dell’esperienza rimossa della guerra in una società che dà per scontata la pace. Finisco raccontando del Papa ad Astalli e, inaspettatamente, mi commuovo anche (ancora????).

Funziono. Non so come mi sia venuto in mente di fare così, ma ho la sensazione precisa di aver colto nel segno. A questo gruppo servivano a poco i dati statistici e i chiarimenti legislativi. Vado a farmi un caffè, nella pausa. Una suora del gruppo si avvicina e mi racconta di sé.

Ruandese, è cresciuta in un campo profughi in Uganda. Mi descrive sua madre, abituata ad avere la servitù e a mangiare piatti ricercati, che si è trovata costretta, da un giorno all’altro, a cucinare per i suoi figli con materie prime scarse e povere. “Non era capace. Non l’aveva mai fatto. Noi bambini, spesso, avevamo la diarrea, perché lei sbagliava a cucinare gli alimenti. Poi, poco a poco, ha capito come fare. Ma per lei era come vivere in un pianeta sconosciuto”. Mi è grata perché ho sottolineato alcuni aspetti meno scontati. “Se guardo indietro, ripenso ai miei genitori. Allo sforzo immane che hanno fatto per proteggerci, per sollevarci da quella situazione. Ho visto mio padre piangere. Non tanto per la povertà, quanto per la preoccupazione di non avere la possibilità di farci studiare. Comunque andavamo a scuola. Il maestro insegnava all’aperto, sotto un albero. I nostri quaderni erano la sabbia su cui disegnavamo con un bastoncino”.

Lei alla fine ci è riuscita, a studiare. Le suore che lavoravano nel campo le hanno dato questa possibilità e lei è entrata, giovanissima, nel loro ordine. Presto è stata mandata a Roma. “Ho fatto la mia tesi sull’apostolato sociale. Oggi mi chiedo perché non ho scelto come argomento, specificamente, i rifugiati. Quell’esperienza è una parte di me che non mi abbandona mai”. Si vede che per te non è solo un lavoro, mi hanno detto molte. Già, forse si vede. Non saprei se sia un bene o un male, in generale. Oggi però, per loro, sono stata utile. Almeno credo.

Molti di più


Questo più che un post è un messaggio alla me stessa che oggi vede tutto nero. Ogni tanto anche qui nel blog si affaccia un dolore che se ne sta lì, in un angolo, e ogni tanto subdolo riemerge. Lo scrupolo, il rimpianto, la tristezza per il fatto che le mie scelte poco avvedute, sia in campo lavorativo che sentimentale, non potrà che scontarle anche Meryem. Come ogni genitore, vorrei poterle dare tutte le possibilità e le opportunità del mondo. Invece ogni tanto mi scontro contro la realtà dei fatti: ne avrà certamente meno di altri, anche a lei vicini. La matematica non è un’opinione. Avere disponibilità economica, certo, non è sufficiente a fare le scelte giuste. Però non averla rende matematico non poterne fare alcune. Cerco di non pensarci, di fare di necessità virtù, di darmi giustificazioni e spiegazioni più o meno oneste. Però periodicamente ci penso e oggi ci sto pensando maledettamente tanto.

Stamattina ero precipitata in questo ormai familiare buco nero quando sono arrivata con il fiato in gola all’ufficio internazionale del JRS. Dovevo scegliere delle immagini per una pubblicazione e sono letteralmente sprofondata nei file di fotografie. Il primo pensiero è stato di immensa meraviglia e rispetto per l’infinita ricchezza del mondo, davanti a cui qualunque colonialismo appare in tutta la sua meschina piccineria. Dalle verdi colline di Masisi alle sabbiose pianure di Dollo Ado, dalle acque cristalline dell’Afghanistan alle onde grigiastre dell’Oceano indiano, ogni angolo del pianeta pullula di bellezza, naturale e umana.

Poi sono arrivate le immagini dei bambini. Straordinariamente belli, ridenti o struggenti, speranza nel futuro che si fa largo comunque, sotto le tende dei terremotati di Haiti o in un’aula a cielo aperto in Ciad. Il vero potenziale del mondo. Quanti di loro non ne avranno nessuna, di quelle preziose opportunità che mi figuro nella mia testa?

Una volta ho letto che crisi è sentirsi poveri, a prescindere da quello che realmente si possiede. Non dubito che ci sia del vero e che ci si possa sentire molto poveri e molto infelici anche conducendo una vita relativamente agiata. Ma continuo a credere che ogni tanto riportare le sensazioni a valori assoluti faccia bene. Quindi continuerò a pensare che i rimorsi, i rimpianti e soprattutto l’invidia che provo e proverò in futuro non tolgono comunque nulla all’oggettiva fortuna, mia e di Meryem. Per questo stasera guardo mia figlia che sorride e voglio credere che, insieme, cercheremo la felicità senza farci spaventare dall’incertezza.

Ma ce lo scrivi un post?


No, Gianni (che sei forse il mio lettore più attento, probabilmente più attento di quanto non sia io stessa), non ce lo scrivo un post sulla mattinata di oggi in quello che chiamano Sportello Unico della Prefettura di Roma. Non lo scrivo per molte buone ragioni. Ne elenco tre, visto che gli elenchi vanno di moda (i punti, per essere davvero cool, dovrebbero essere dieci, ma sono troppi anche per una logorroica come me).

1. In fondo non è successo niente di che. Niente che chi è straniero o conosce stranieri non sappia già. Niente di particolarmente clamoroso, se vogliamo. Nessuno scoop giornalistico. Niente di niente. Solo l’ordinaria sciatteria, disorganizzazione, approssimazione, assurdità che caratterizza molti servizi pubblici e, mi sento di aggiungere, quelli agli stranieri in particolare.

2. Non ho nulla di propositivo da aggiungere alla lamentazione. E, specialmente in questi giorni, le lamentazioni fini a se stesse mi irritano.

3. Dopo tutti questi anni dovrei aver maturato un sano distacco professionale. Ecco, appunto. Dovrei.

Quindi questo post praticamente non esiste e ticchetto su questa tastiera solo per non avere la tentazione, più tardi, di rimangiarmi i miei saggi propositi.

Però concedetemi un riferimento letterario. Almeno quello. Solo in Italia si poteva concepire un personaggio come l’avvocato Azzeccagarbugli.

Gli odierni epigoni del manzoniano leguleio oggi svolgono (a pagamento) per gli stranieri incarichi essenziali quali chiedere – per lo più invano -informazioni a questo o quello sportello pubblico, sempre rigorosamente accompagnati dagli interessati (non sia mai che essi, pagando, risparmino almeno il tempo). Trattasi di servizio linguistico, penserete voi: magari i loro assistiti non parlano italiano. Questo è possibile, ma loro, gli avvocati, non parlano una lingua diversa dall’italiano con i loro assistiti. Solo che (dietro pagamento) se riescono a scoprire qualcosa dal tizio allo sportello lo ripetono all’interessato lentamente e con una parvenza di gentilezza.

Ma i servizi non finiscono qui. Ci sono degli indubbi vantaggi a pagare un avvocato italiano (meglio se femmina). Costei infatti potrà far ricorso a tutte le sue arti e astuzie per farsi strada nei meandri impervi della burocrazia [è un post sessista? forse. Ma la realtà spesso le è]. Simulare svenimenti per riuscire a fare domande a chi si negava. Sbattere le ciglia con il funzionario maschio, affettare donnesca solidarietà con la funzionaria donna. Alla bisogna, sbraitare: “io sono un avvocato!” e fare appello alla categoria per accedere a canali dedicati, veri o presunti, per ottenere il fatidico “appuntamento”.

Mentre mi facevo la mia oretta di anticamera ho assistito a quasi tutte le prestazioni sopra descritte, mirabilmente incarnate in una persona sola. Nessuna di esse, malauguratamente, sarebbe minimamente necessaria se in un ufficio pubblico di Roma Capitale esistessero procedure chiare, personale qualificato (e operativo) in numero sufficiente, materiale informativo plurilingue e qualche minimo standard di razionalità e buona educazione.

Una sola notazione. Ciascuna pratica costa allo straniero cifre nell’ordine delle centinaia di euro in marche da bollo. Le persone che più o meno confusamente sfaccendano in uffici come quello sono pagate dai soldi delle tasse mie e di tanti italiani e stranieri. E’ proprio necessario, oltre ai vari balzelli e balzelloni delle marche da bollo, doverci aggiungere anche la tariffa dell’avvocato?

Pensando (e scrivendo) positivo


La prima influenza (mia) della stagione mi impedisce di andare, anche fugacemente, a Più libri più liberi. E’ la prima volta da molti anni e se ci penso rosico assai. Facciamo che non ci penso. Che mi rallegro di essere stata male DOPO i miei festeggiamenti di compleanno (che, a parte un pensierino inatteso da parte dell’AMA, è stato piacevolissimo) e non prima. Che mi rallegro anche di aver letto non uno, ma due romanzi che vi raccomando caldamente. Sarebbero uno l’ideale continuazione dell’altro. Io li ho letti in ordine inverso ed è andato bene lo stesso. Quando ho acquistato per il mio Kindle L’immigrato, veniva classificato come giallo scandinavo. Lo immaginavo truculento e pieno di poliziotti algidi (e forse omosessuali). Invece la sorpresa è stata notevole. Il format è in effetti poliziesco, in qualche misura. Ma il tema trattato (immigrazione, seconde generazioni, razzismo strisciante e strumentalizzazione politica dello stesso, ruolo dei media in tutto ciò) mi ha subito colpito. Maledettamente interessante, sia per avere un quadro credo piuttosto realistico della Danimarca di oggi, sia per scoprire che esistono giornalisti/scrittori perfettamente in grado di cogliere e affrontare un tema così con tutte le dovute sfumature. Con tutto ciò, vi confesso che a tratti la lettura mi ha commosso profondamente, come non mi accadeva da tempo.

Spinta dalla curiosità ho comprato anche il primo romanzo di Hergel Olav, Il fuggitivo. Anche in questo caso non sono rimasta delusa, anzi. Non a caso l’autore nel 2006 ha vinto, come giornalista, il premio Cavling di cui si parla nel romanzo, per un’inchiesta sui centri di accoglienza danesi. Che dire? Sono due letture che meritano.

Vi lascio con una dichiarazione rilasciata da Olav in occasione di un’intervista, circa un anno e mezzo fa:«Posso dirle che nelle pagine del mio romanzo, come nella mia coscienza e nella coscienza di chi consideri caso per caso le vicende che in trent’anni, da giornalista, mi sono trovato di fronte, il dubbio ha la meglio su una definizione univoca della giustizia. Capisco le ragioni dei danesi che, magari relegati nei ghetti dove abitano le classi meno abbienti, costretti a mandare i propri figli in scuole frequentate per l’80 per cento da musulmani, intimoriti dal crescente tasso di criminalità, votino il Partito popolare della destra xenofoba e antislamica. Capisco la diffidenza delle autorità, delle forze dell’ordine, dei giornalisti – perfino Rikke, la mia eroina, il mio alter ego al femminile nel romanzo – che nella maggior parte dei casi sospettano in prima battuta degli immigrati. Capisco d’altra parte il risentimento dell’immigrato, che va preso singolarmente, come individuo, affinché siano rispettati la sua condizione e i suoi diritti. Ciò che, nel repentino mutamento della nostra società, temo vada perduto è il senso civile e squisitamente occidentale del rispetto per l’altro. È questo il valore di cui, nella nuova società multicolore e multiculturale, rischio di sentire più di tutto la nostalgia».

Leggo che da Il fuggitivo è stato tratto un film. Sarei curiosa di vederlo.

Meglio che niente?


E’ arrivata la prima puntata di Mission, il “raelity” di Rai 1 sui rifugiati, ed è anche passata. A qualche giorno di distanza, voglio esprimere un parere.  Là per là era davvero difficile contrastare il fastidio profondo che provavo, ma ho preso atto anche del parere di alcuni di voi, che stimo, che mi hanno fatto notare che almeno se ne è parlato. Che nel silenzio generale sulla guerra in Siria e altrove, due ore senza pubblicità sono comunque un signor risultato. Ci ho pensato con calma e ora in tutta serenità mi sento di dire: no, non mi basta. 

Ho ricevuto oggi un comunicato stampa del CISPI che condivido in buona parte e mi aiuta a focalizzare meglio quello che più mi è parso sbagliato e controproducente di questa trasmissione.

–  L’unica preoccupazione pareva quella di raccogliere fondi per “aiutare” questa gente. Delle mie preoccupazioni relative al “marketing” a scopo fundraising ho parlato diffusamente qui. Le confermo anche in questo caso. Bambini come se piovesse, nessuno dei quali con il volto oscurato nel rispetto della privacy. A questi rifugiati, sfondo della missione dei buoni, viene al massimo concessa una certa dignità (nel caso del Mali). Ma sono assolutamente funzionali a commuovere gli italiani sotto Natale. Non tiriamo in ballo cause, né tanto meno responsabilità. Roger Waters butta lì un appello sul mercato delle armi, ma resta lì un po’ sospeso nel nulla. Anche nella valutazione a posteriori sulla riuscita del programma, visti anche gli ascolti deludenti, si è fatto riferimento ai 75.000 italiani che hanno fatto donazioni all’UNHCR. Come dire: uno spot riuscito. Ma proprio di uno spottone si trattava, senza alcuna pretesa di informazione.

– Ma quanto siamo bravi noi. I VIP, prima di tutto, che hanno affrontato questa esperienza, che hanno piantato alcuni chiodi, che addirittura – ci viene lasciato a tratti intendere – mettono a repentaglio la propria incolumità. Quelle stesse masse di poveretti assumono a tratti, sia in Giordania che in Mali, connotati di rabbia e aggressività che restano inspiegati e inspiegabili. Bisogna avere pazienza, si legge tra le righe: questi se la prendono persino con noi, non capiscono che buon lavoro facciamo, provano persino a imbrogliare (almeno in tre casi si fa riferimento a procedure di controllo e identificazione per evitare che i rifugiati ritirino indebitamente aiuti che non sono stati loro assegnati). Quanta bontà, quanto eroismo. I cooperanti (si badi bene, non i volontari, ma i cooperanti che sono altra cosa) risultano essere eccessivamente esaltati come salvatori, quando si tratta, non solo per le Nazioni Unite, di vere e proprie professioni, per di più molto ben pagate

–  Ci scordiamo un pezzo. I rifugiati sono lì, paghiamo gli eroi che sono disposti per generosità ad andarli a sfamare e a costruire tende. E i rifugiati che sono qui? E i rifugiati che ambirebbero a qualcosa di più che una razione registrata e una tenda che dura 3 anni? Ma, soprattutto: da nessuna parte si dice che i primi rifugiati siamo stati noi europei? Oggi, per caso, ho visto su Rai 3 una puntata di “Il tempo e la storia”. Il taglio è diverso, certo. Ma l’impostazione è molto più condivisibile. Questa la chiamerei informazione e sensibilizzazione. Che dovrebbe avere almeno una parte in una prima serata della rete ammiraglia. Si potevano almeno intervallare gli spot pubblicitari delle missioni umanitarie con qualche testimonianza, con qualche filmato di informazione storica. In pillole, per carità, che altrimenti il pubblico si annoia (e manda meno sms). 

 

Responsabilità e decadenza


Una delle occasioni più belle del mio lavoro è incontrare classi di giovani studenti e parlare di rifugiati. Meglio ancora se riesco a parlare insieme a un rifugiato, che può raccontare la sua esperienza. Ho un debole per gli studenti di diritto internazionale, italiani e stranieri. Se mi immaginassi studente oggi, probabilmente sarei una di loro. Oggi con Franck, giornalista camerunense, eravamo alla LUISS.

Si alza una mano dal fondo dell’aula. Franck ha appena finito di raccontare, con la misura e l’efficacia che gli sono proprie, le torture e gli abusi subiti al suo Paese per aver svolto con coscienza la sua professione, quella di giornalista.

“Ma oggi, alla luce di tutto quello che ha subito, in Camerun e qui, rifarebbe quello che ha fatto? Li riscriverebbe quegli articoli? Oppure scenderebbe a qualche compromesso, per tutelare la sua incolumità e quella della sua famiglia?”

Franck sorride. “Me lo chiedono spesso. Onestamente ti rispondo che forse cinque anni fa ti avrei detto: no, non lo rifarei. Ma poi vedo che in Camerun non è cambiato nulla. Che ancora oggi un collega è stato arrestato illegalmente e torturato solo per aver scritto la verità. E mi dico che, se tornassi lì, non potrei fare diversamente da come ho sempre fatto. Immagina che un sindaco riceva un finanziamento dall’Europa per scavare un pozzo. Che, per risparmiare e intascarsi i soldi, scavi un pozzo profondo 3 metri invece che 60, cosicché l’acqua di quel pozzo è inquinata e la gente che la beve muore. Tu lo sai e stai zitto. Come potresti dormire la notte? Lo capisci da solo, è inevitabile. Se uno fa il giornalista non avrebbe altra strada. Se, come spero, un giorno tornerò, non potrei fare nulla di diverso dal mio lavoro”.

Io, tra me e me, pensavo a quanti sconti ci facciamo, ogni giorno, per proteggere non solo la nostra incolumità, ma anche la nostra comodità, il nostro interesse, i nostri piccoli e grandi privilegi. Pensavo alla “decadenza” di oggi pomeriggio e a quella, ben più grave, che avvolge l’Italia in un abbraccio mortale. Spero che i giovani professionisti di domani che erano presenti oggi abbiano avuto occasione di riflettere sulla testimonianza semplice e cristallina di Franck. Diciamo spesso che dai rifugiati abbiamo molto da imparare. Domande così ci danno modo di dimostrarlo.

Quei bambini che piangono


Oggi su Facebook è nata una discussione costruttiva a partire da un video che avevo postato come esempio negativo di comunicazione sociale: si tratta di uno spot, non tanto recente di Save the Children e, in particolare, questo. La questione non è banale come sembra. Io oggi mi volevo limitare a condividere il fastidio e l’irritazione per uno stile di comunicazione che non apprezzo, poi Floriana mi ha stimolato a pensarci meglio. Guardando con attenzione i discorsi in ballo sono più di uno. Cerco di estrapolarli ordinatamente.

Lo spot in effetti non si può definire di comunicazione sociale. E’ uno spot di fundraising, un messaggio fondamentalmente – passatemi il termine – commerciale. Qui mi pare pertinente l’obiezione di Floriana: “Le varie declinazioni nazionali [di una ONG internazionale] scelgono un po’ gli spot come meglio credono per la audience del luogo (e l’audience italiana la conosciamo bene)”. Vero, troppo vero. Il bambino in pubblicità funziona. Il bambino in comunicazione funziona. “Bisogna parlare alla pancia degli italiani”, ci ripetono allo sfinimento i giornalisti con cui interagiamo. Save the Children, come l’Unicef, hanno come mission i bambini, in particolare quelli che abitano a una certa distanza di sicurezza dal donatore. Partono bene, insomma.

Ok, usi i bambini. Può avere senso. Ma questi bambini, banalizzando un po’, devono piangere o devono ridere? Beh, dipende. Se facciamo un discorso di mero fundraising, dipende dal tuo target. Il tuo target è una persona che si vuole sentire efficiente, attiva, che vuole vivere la gratificazione del sostegno a distanza senza essere troppo aggredita da immagini disturbanti? In altre parole, è una persona già sensibile e ben disposta, che non ha bisogno di forzature per fare una donazione e al limite ne è disturbata, anche parecchio (come nel caso dei miei amici Barbara e Nestore)? In quel caso, immagini positive, che mostrino – come dice l’anglosassone Floriana – un achievement, sono certamente le più adatte. Ma se invece puntiamo al grande pubblico? A quello che fa zapping, che parla per lo più di gossip e di calcio, e che comunque è molto ben focalizzato sugli affari propri? Qui con l’achievement ci fai la birra. Serve un’immagine forte, che parli dritto alla pancia, meglio se accompagnato da un’istruzione immediata: un sms solidale, un clic su un sito, qualcosa che si possa fare subito, travolti dall’emozione del momento (perché probabilmente a quel bambino in lacrime, che geograficamente non sa nemmeno bene come collocare, il donatore non ripenserà mai più – o almeno fino al prossimo spot).

E se tu, ONG o organizzazione internazionale,  non ti occupi solo di bambini? Pigliamo ad esempio l’UNHCR, l’Alto Commissariato della Nazioni Unite per i Rifugiati. Quest’estate l’agenzia è stata oggetto di critiche abbastanza precise per il suo stile di comunicazione: addirittura si è parlato di “pubblicità ingannevole”. In poche parole, si notava che sul sito e negli spot UNHCR i rifugiati erano per lo più africani (e in buona misura anche bambini), quando a rigore il numero maggiore dei rifugiati proviene, attualmente, da Afghanistan, Cina e Russia. Ma l’africano bisognoso funziona meglio e consente una comunicazione più chiara: quanti abbinerebbero il concetto di rifugiato a un cinese? Il donatore poi, idealmente, deve essere soggetto agli stessi stimoli di pancia, per cui pochi uomini, abbondanza di donne indifese e pargoli sotto le tende blu, con il logo UNHCR chiaramente leggibile in ogni scatto. La finalità sono le donazioni, no?

Ecco, qui entro io e la mia irritazione. Vedete, le ragioni del marketing e del fundraising le conosco e le capisco pure. Il problema è che secondo me nessuna di queste ONG, Agenzie ONU o simili (mettendo dentro anche noi del Centro Astalli) può avere come unico obiettivo il fundraising quando fa comunicazione. Tutti noi abbiamo anche dei chiari obiettivi di advocacy e di sensibilizzazione nelle nostre mission. Quindi non si può fare uno spot in un certo stile solo perché funziona, disinteressandosi delle ricadute che ha in termini di messaggio indiretto e di immagine delle persone coinvolte. Non si può limitarsi a difendere i diritti delle persone in sede istituzionale, con ricerche, rapporti e iniziative politiche e poi, per sollecitare le donazioni, lavorare disinvoltamente con gli stessi stereotipi che in altre occasioni sosteniamo di voler scardinare.

Noi di Astalli, ne scherzavo in varie occasioni con alcuni di voi, abbiamo un prodotto assai difficile da vendere. Rifugiati, spesso adulti, in buona parte mediorientali e discretamente malridotti, che hanno per giunta il torto di vivere in Italia, nelle nostre città. Qui dove con 50 euro non si ottengono” achievements” spettacolosi, ma una decina di pasti a mensa o al limite un paio di occhiali per una persona che faticosamente cerca di imparare una lingua ignota dopo una dolorosa cesura esistenziale e magari, tra le altre cose, è anche miope. Essere miopi non ha niente di eroico, ma può essere un impedimento sufficiente per molte cose, quando non si ha nulla per vivere. Noi per giunta siamo convinti che sostenere queste persone non abbia a che fare con la bontà, ma con la giustizia. Persino, reggiamoci forte, che spesso siano i rifugiati che possono aiutare noi italiani, qui, in questo Paese. E non tanto perché “ci pagano le pensioni” oppure perché “fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare”. Purtroppo anche queste due cose, al momento, sono verissime. Ma noi pensiamo piuttosto ai valori che portano: combattere per un ideale; pagare un prezzo alto per la propria integrità; avere il coraggio di superare prove indicibili, nonostante tutto; la resilienza; la speranza.

Leggevo, sempre su Facebook, in un’altra discussione che avrei volentieri fatto dal vivo (si parlava di “diritto alla maternità”), una frase che mi ha colpito: “ Dove si mangia in 3 si mangia in 4 per me non esiste. Non esiste tanto Dio vede e provvede.” Chiaramente qui la decontestualizzo per amore di argomentazione, ma forse il punto è anche questo. Siamo davvero di essere tanto sicuri di aver ragione noi? Io tutte le volte che mi sono trovata a vivere, nei fatti, quelle frasi tanto vituperate, ho sperimentato una grande gioia. Una sensazione di liberazione e di grazia. Ma, come al solito, quando penso all’esperienza con i rifugiati, la testa se ne va per conto suo. Se potessi, forse sarebbe questo che vorrei comunicare: non sapete cosa ci perdiamo, rendendo la vita impossibile a queste persone. E poi, ancora: ma vi pare normale che con la nostra ignoranza e indifferenza facciamo morire tutta questa gente? Questo, va da sé, non sollecita le donazioni.

Tante cose che dico, che diciamo, non sollecitano le donazioni. Dei cari amici che non sono tanto imparziali perché spesso e volentieri sono nostri alleati diretti (e loro sì che ci capiscono di comunicazione) oggi hanno scritto sulla mia bacheca che noi di Astalli comunichiamo ” per contribuire alla costruzione di un mondo dove le persone abbiamo voglia di rimboccarsi le maniche per le ingiustizie”. C’è del vero, sicuramente. Ma ho la sensazione che così facendo parliamo assai poco alla pancia (e al portafoglio).

Finisco con una domanda. E il fantomatico reality Mission,  che a fine anno la RAI manderà in onda, come si collocherà rispetto a quanto detto sopra? Per chi non ha seguito il dibattito agostano in merito, vi riassumo brevemente che si tratta di una trasmissione  in alcuni volti noti televisivi italiani affiancheranno gli operatori umanitari di due importanti organizzazioni umanitarie, l’ong italiana Intersos e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), nel lavoro di assistenza ai rifugiati in campi profughi in Africa e in Medio Oriente. L’ennesima spettacolarizzazione del dolore o un progetto innovativo di “social TV”? Il dibattito è destinato a restare aperto, almeno fino alla prima puntata (qui uno status quaestionis).

Too #BAD


A volte avere splendide expat come amiche aiuta a venire a sapere, seppure in corner, di iniziative interessanti e pertinenti come quella di oggi: il Blog Action Day 2013, dedicato addirittura ai diritti umani.

Ci sarebbe l’imbarazzo della scelta riguardo agli argomenti da affrontare. In questi ultimi giorni si è parlato soprattutto di diritti delle salme, da quella di Priebke a quelle, assai più numerose, delle vittime del naufragio del 3 ottobre scorso a Lampedusa. Non starò qui a sminuire l’importanza di una degna sepoltura, né a gettarmi in uno sterile dibattito rispetto alle valenze che essa può avere (per i vivi): rimando senz’altro i miei lettori a due classici senza tempo, l’Antigone di Sofocle e I sepolcri di Foscolo. Sono letture di gran lunga più arricchenti e stimolanti di tutti gli editoriali di dubbio gusto che tocca sorbirsi in queste occasioni, per tacere dei dibattiti televisivi.

Ma se si parla di diritti umani credo che sia in primo luogo di vivi che ci si debba interessare. E uno dei diritti che più mi sta a cuore, come cittadina (del mondo) e come genitore, è quello all’istruzione. Non ricordavo che uno degli Obiettivi di sviluppo del Millennio (che mi paiono spariti dai radar degli interessi politici, almeno qui nell’Italietta dei dibattiti sull’indulto e sulla legge elettorale) è raggiungere l’istruzione primaria universale entro il 2015.

Sì, vabbè. Secondo un recente rapporto di Unesco e Save the Children, nel mondo circa 50 milioni di bambini, dai 5 ai 15 anni, non vanno a scuola perché colpiti dagli scontri o arruolati nei corpi armati. Nel 2012, sono stati 3.600 gli attacchi di vario tipo per impedire ai bambini l’accesso all’educazione, tra i quali si contano violenze, bombardamenti di scuole, reclutamento dei minori in gruppi armati, torture e intimidazioni contro bambini e insegnanti sfociate in morti o ferimenti gravi. Inoltre, prosegue il rapporto, “resta scandalosamente bassa la quota di fondi destinati all’educazione nelle emergenze umanitarie, che è passata addirittura dal 2% del totale dei fondi umanitari in emergenza del 2011 all’1,4% del 2012”.

Ne ho parlato tante volte: purtroppo nelle emergenze si tende a considerare l’educazione come un accessorio di lusso, il cui acquisto è rimandabile. Per questo mi piace tanto come lavora il JRS. Chiudo questo post quindi con qualche bella storia di impegno concreto, di resistenza e anche qualche successo da alcuni Paesi del mondo in cui il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati opera. Sono storie che, anche se dolorose, fanno bene a tutti: condividiamole.

Kenya, un sogno diventato realtà

Congo: libri, non armi

Siria: un disastro senza fine