Lettere da Gerusalemme 1 – Un quadro di insieme


Rimandando a altro momento un post serio su un libro di cui nel mio ambiente si inizia a discutere abbastanza, inizio il promesso special vintage da Gerusalemme con una lettera, datata 20.8.1995, che più di altre si presta a dare un quadro di insieme della condizione della sottoscritta, all’epoca borsista squattrinata della Hebrew University. La lettera è indirizzata a mia sorella Marina ed era evidentemente destinata, fin dalla scrittura, a una lettura collettiva. Mi accorgo solo ora, a posteriori, che è stata scritta il giorno immediatamente precedente all’attentato. Forse per questo, di tutte le lettere, è la più scanzonata.

Disclaimer: La lettura, pur non riservata a un pubblico strettamente femminile, presenta alcuni passaggi potenzialmente imbarazzanti che, per ragioni narrative, non possono essere espunti. Me ne scuso con i miei lettori maschi.

Caro Cucciolo (e cari tutti gli altri!),

ti scrivo dal dormitorio di Givat Ram, ribattezzato dagli americani Givat-Nam (per ovvia assonanza con Vietnam) a causa della piacevolezza dell’ambiente e dell’abbondanza di confort che lo contraddistinguono. Immagino che sia studiato per liberarci dai nostri turpi pregiudizi occidentali, quali ad esempio che sia necessario lavarsi la mattina (l’acqua manca sistematicamente) o addirittura tenere un tavolo più pulito di un pavimento (un numero indefinibile di gatti randagi usa indistintamente l’uno e l’altro per ogni sorta di attività). Nelle stanze la temperatura raggiunge facilmente i 40°, fuori cala rapidamente già nel pomeriggio e sugli autobus arriva intorno allo 0 a causa di una meravigliosa aria condizionata a cui gli israeliani non rinuncerebbero per nulla al mondo.

Sono arrivata alla conclusione, da vari indizi, che gli israeliani sono un popolo che assomma in sé tutte le nevrosi americane (è impossibile trovare del latte che abbia più del 1,5% di grassi e molto difficile trovare uno yogurt che salga sopra lo 0%) e tutte le inefficienze tipicamente mediterranee. Il risultato è che si corre freneticamente qua e là per le più svariate ragioni per ottenere, quasi sempre, nessun risultato. Ci hanno fatto memorizzare il nostro indirizzo fin dal primo giorno che siamo qui, dicendoci che era importante – anzi, VITALE – che le nostre famiglie sapessero subito dove scriverci e poi nessuno fino ad oggi è stato in grado di dirci DOVE arriva la posta (un telegramma spedito mercoledì mattina alla mia compagna di camera è stato misteriosamente trovato oggi, domenica, sotto la porta della nostra camera).

Cerchiamo comunque di sopravvivere. Da questa mattina sono felicemente proprietaria di un bancomat della Bank Discount di Gerusalemme (il nome è tutto un programma) e mi sento di toccare il cielo con un dito (se non è troppo blasfemo, qui non si sa mai). Ho preso parte ad alcune escursioni di un vantaggiosissimo package deal, per cui mi hanno scucito ben 260 dollaroni. Consistono in una specie di trekking (mai estenuante, finora) con l’unica differenza che il gruppo è aperto e chiuso da sorridenti ragazzoni armati di mitra (una semplice misura precauzionale, dicono). Del resto capita spesso di trovarsi sull’autobus un pistolone puntato sulla schiena perché un soldato viene spinto contro di te da una curva: è tutta una questione di nervi saldi e loro evidentemente li hanno, visto che giocherellano continuamente con i grilletti.

A parte questo, la gita lunga che ho fatto questo weekend è stata molto carina, pur con qualche pecca dal punto di vista culturale. Il titolo della gita era: “On the tracks of Nabateans” e l’unica volta che i poveri nabatei sono stati nominati è stata nella frase che riporto testualmente: “Questa cisterna è stata scavata da un popolo chiamato nabatei, ma il nome non importa, è un po’ difficile da ricordare”. Probabilmente i giovani americani pensano che sia il nome di un kibbuz. L’unico a gemere con me è stato un tedesco molto tedesco di nome Peter Stein che con la sua sistematicissima guida tedesca (un mattone di centinaia di pagine) stava controllando dettagliatamente tutti gli importantissimi siti archeologici accanto ai quali siamo passati prima di fermarci alla casa in mezzo al deserto dove Ben Gurion ha passato gli ultimi anni della sua vita.

Comunque abbiamo fatto una bella scarpinata nel deserto, in un parco naturale pieno di stambecchi (che non vivono solo sulle montagne innevate, come credevo io, ma stanno benissimo in mezzo al Negev), di falchi egiziani (enormi e bellissimi, con grandi ali bianche e nere) e pernici (e, di notte, pare che ci siano un sacco di volpi, leopardi e vipere cornute! Grazie a Dio solo di notte…). Abbiamo passato la notte in una specie di tenda beduina vicino Masada (l’unico sito archeologico che ci è stato concesso, in quanto grondante di ideologia giudaica e di eroismo nazionalista) e il giorno dopo – shabbat – erano previste tranquille attività ricreative in un posto chiamato Mizpe Ramon, per non turbare con viaggi il dovuto riposo del sabato.

Dopo aver assistito alle funzioni serali (gli unici tre infiltrati eravamo io, un’altra italiana – avventista – e il tedesco, luterano), abbiamo dormito il sonno del giusto e a me, durante la notte, sono giustamente venute le mestruazioni con qualche giorno di anticipo. Per il giorno seguente il programma prevedeva: piscina “OR” mountain bike nel deserto “OR” un misterioso “repelling to the crater”. Scartate le prime due opzioni con decisione, ho ripiegato sulla terza, pensando che si trattasse di una passeggiata (assumendo “repelling” come sinonimo di “hiking” per innocua variatio stilistica). Indipendentemente da me, anche il tedesco ha fatto lo stesso ragionamento e ci siamo trovati nello stesso gruppo.

Abbiamo a quel punto scoperto due cose: a) Le tre opzioni non erano alternative, ma successive. L’unica scelta era l’ordine in cui fare le cose; b) “repelling”, come forse tu con il tuo Proficiency saprai, consiste in questo:

20130117_203356cioè camminare all’indietro con i piedi aderenti alla roccia e il corpo più o meno proteso nel vuoto. Ebbene, ho fatto anche questo, oscillando a mo’ di pendolo un po’ a destra e un po’ a sinistra e con tremendi saltoni qua e là, ma arrivando felicemente in fondo alla scarpata di questa specie di canyon.

Quello che ho trovato atroce è stata la mountain bike nel deserto. Io non sono una gran ciclista e non so bene come abbia fatto a reggere un’ora, catapultandomi scoordinatamente su e giù dalla bici, prendendo TUTTI i sassi (dal brecciolino allo sperone roccioso) e ansimando come una vaporiera a ogni pendenza. Mi hanno dovuto aspettare una mezzoretta, ma ce l’ho fatta anch’io. Non so se riesci a immaginare come mi sia ridotta, anche in considerazione del mio stato e non so nemmeno se sia possibile prodursi lividi in alcune particolari parti del corpo, ma ancora oggi – a più di 24 ore di distanza – cammino a gambe larghe. Ho boicottato però almeno la piscina e sono andata a vedermi panorami in vari punti strategici (uno spettacolo effettivamente notevole).

Gerusalemme vecchia è pure molto bella, anche se il fatto che il sabato non ci siano autobus taglia un po’ le gambe ai nostri programmi. Il resto della città però non brilla per particolare piacevolezza e bisogna fare attenzione a non capitare per sbaglio nel quartiere ultraortodosso perché se sei una donna e indossi a) pantaloni; b) gonne corte; c) magliette a maniche corte; d) vestiti colorati (per non parlare di canottiere, pantaloncini e minigonne!) qualche simpatico chassid potrebbe tirarti dalla finestra una pentolata di acido, Comunque incontrare (e sono tanti!) questi, tutti addobbati come polacchi del ‘700 con grossi cappelloni di pelliccia nera e tuniche di seta, oppure quelli con cappelli neri a falde larghe, boccoloni e camicione nero è uno spettacolo piuttosto suggestivo. Anche tra gli studenti stranieri c’è qualche osservante con regolare kippah in testa. La mia compagna di camera, Antonella, il primo giorno a lezione sedeva accanto a uno di questi (un ragazzino francese) e le sono caduti gli assorbenti dallo zaino: il poverino ha fatto un balzo indietro e non le ha rivolto parola per 5 o 6 giorni. Poi, passato il periodo a rischio, ha ripreso a parlarle. 

Bene, mi sembra che il bollettino sia abbastanza aggiornato, per ora. Salutami tutti e scrivetemi, perché se un giorno troverò tutte le lettere che mi saranno arrivate sarà una vera pacchia….

Ma si sceglie davvero?


Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l’intelligenza di saperle distinguere (Tommaso Moro).

In ufficio, dal momento che aleggia la cicogna (due colleghe e un consulente in dolce attesa), mi è capitato di ascoltare, senza esserne parte, una animata conversazione in merito all’opportunità o meno delle vaccinazioni. Confesso che l’argomento, ad oggi, non mi appassiona molto, ma di riflesso mi è sorta spontanea una riflessione che, come ogni rimuginamento che si rispetti (e come il mio giro vita dopo le abbuffate festive), si è allargata in tutte le direzioni.

I neogenitori o futuri genitori spesso si accaniscono rispetto ad alcune scelte che influirebbero gravemente sul futuro dei figli: ad esempio ieri l’enfasi era appunto sulle vaccinazioni e sul battesimo. A prescindere dalle mie scelte in merito, mi colpisce come sempre la convinzione sincera con cui questi futuri genitori argomentano che non sarebbe legittimo fare scelte che condizionano la vita del figlio, che se si può è meglio rimandarle a quando potranno farle autonomamente, etc.  Quello che mi sorprende è che in realtà difficilmente il dibattito e i dubbi esistenziali dei genitori si appuntano su altri elementi, che se vogliamo ben di più condizionano il presente e il futuro dei nostri figli.

Facciamo un esempio? Dove viviamo. Il particolare non è irrilevante. Compulsiamo statistiche tra i presunti legami tra vaccinazioni e autismo e poi magari abitiamo in una delle regioni in cui le percentuali di tumori sono straordinariamente sopra la media (vedi Taranto e dintorni, giusto per fare un esempio). Penseremmo davvero di pianificare un trasferimento dell’intera famiglia su queste basi? Direi che solitamente nessuno ci pensa sul serio. Sarebbe irrealistico, insostenibile nella stragrande maggioranza dei casi. O magari ci facciamo mille problemi su battezzare o meno, su far frequentare l’ora di religione o meno, preoccupati di non influenzare la libera scelta dei nostri figli, e non pensiamo che li influenziamo eccome, con le nostre risposte alle domande (del cavolo o meno) che ci pongono, e più ancora con il nostro comportamento quotidiano. Senza voler sminuire una scelta formale (o, per chi ci crede, un sacramento), mi piacerebbe sapere come immaginiamo che i nostri figli possano svegliarsi un giorno “quando saranno grandi” e fare una scelta propria, indipendente da cosa abbiamo fatto o non fatto noi.

I genitori, si sa, non si scelgono. Lo abbiamo imparato tutti, a nostre spese. E ora che siamo genitori, noi alcune scelte possiamo sì farle (guai se così non fosse), ma tante altre no. Mettere le priorità è un compito non ovvio di ogni giorno, che richiede una visione d’insieme che non sempre abbiamo la lucidità di avere. Credo che l’aforisma con cui ho aperto il post dovrebbe essere incorniciato e dato in omaggio a tutti i genitori fin dal corso pre-parto. Credo che ogni tanto faccia anche bene chiedersi se le scelte che ci paiono tanto vitali da paralizzarci o da farci combattere aspre battaglie lo siano davvero. A volte è davvero così. Tante altre, onestamente, no. O meglio: non è davvero il benessere dei nostri figli a essere in gioco. E’ piuttosto la nostra necessità di tranquillizzarci, di affermarci, di conformarci o di distinguerci, o magari anche solo di provare a noi stessi che stiamo facendo del nostro meglio come genitori. Il che, intendiamoci, non è condannabile: quasi tutti, in un modo o nell’altro, lo facciamo. La domanda da porsi, semmai, è dove sta il confine tra quello di cui abbiamo bisogno noi e quello di cui hanno bisogno loro (e possibilmente anche il resto del mondo).

Ma sto un po’ divagando dall’idea originaria di questo post. A proposito di scelte, si avvicina il momento del voto. Qui sì che si è sopraffatti da una sconfortante sensazione di non poter scegliere. Tale sensazione è acuita dal disagio di vedere, qua e là sul web, le reazioni alle candidature che sono state decise in questi giorni. C’è chi è stato escluso e se ne lamenta, c’è chi è stato inserito, stappa lo spumante e riceve felicitazioni. Certo è che la maggior parte dei giochi per il futuro Parlamento sono stati fatti in questi giorni e dipendono abbastanza marginalmente dal voto degli elettori. Perdonatemi se sono impropria: la politica non è il mio campo, spero che qualcuno possa smentirmi. Ma certo che è questa l’impressione. E non è bello.

Se si volesse rincarare la dose, aggiungerei che nelle reazioni dei candidati (ormai forse fin troppo visibili, vista la presenza nei social) non traspare, come vorrei, il peso e l’urgenza di mettersi a servizio di un Paese che vive un momento delicato e difficile. Non si può fare di tutta l’erba un fascio, intendiamoci. Ma dalla prospettiva di noi modesti operatori del sociale c’è ben poco da stare allegri. In certi casi ci troviamo ad augurarci che candidati, pur abbastanza blindati, non riescano nell’intento, che li strapperebbe a un buon lavoro finora fatto e oggi non meno necessario. In altri, francamente, ci viene solo da sospirare amaramente. Ma forse, anche qui, sbagliamo prospettiva. Difficile non pensare che l’affermazione e, in un certo senso, il tornaconto personale abbiano un peso in alcune nuove candidature. Anche questo, intendiamoci, è legittimo – in un certo senso. Non mi sento davvero di biasimare qualcuno che, dopo una vita passata a sbattersi variamente con scarsa gratificazione, magari provi una via in cui tale sbattimento possa essere messo a profitto con serenità e molto minor fatica. Io stessa, quando ho provato fuori tempo massimo il concorso da ricercatore non sono stata estranea a tali ragionamenti (fatte, si intende, le debite proporzioni).

E anche lì, sono stata io a scegliere virtuosamente di restare una operatrice del sociale un po’ sfigata? No, andiamo, non è stata una scelta mia. Non solo. Un po’, come tutti, ho scelto, un po’ ha scelto il mio inconscio, molto sono state le circostanze a scegliere per me. Per cui, piuttosto che predicare, mi verrebbe da chiedere come posso contribuire, nel mio piccolo, a portare il mio Paese fuori da questo pantano di sconforto.

Qualche domanda del cavolo


Cito la mitica Barbara Summa per fare il punto delle recenti conversazioni con la Guerrigliera, la cui attenzione, in questi giorni di festa, si è fissata su alcuni argomenti in particolare.

In pole position, decisamente, la morte. Forse tutto è cominciato con un piccione sanguinosamente spiaccicato nel nostro vialetto condominiale. O forse no, chi può dirlo. Comunque le domande sono arrivate, precise e martellanti come non mai. Alla nonna, la mattina che è stata sola con lei, ha chiesto dettagliate spiegazioni su come si capisce, esattamente, quando uno è morto. Il cuore cessa di battere, il respiro viene meno… la nonna si è difesa come poteva. A me ha chiesto come è morto Gesù (dal momento che è nato, suppongo che la domanda venisse consequenziale). Io, con la tipica tattica del genitore definibile come “a risposte successive e concatenate” (tipiche di quando credi di cavartela con poco e invece lei insiste, in una successione implacabile di approfondimenti), ho imbastito una versione così riassumibile: Gesù lo hanno ammazzato le persone che comandavano nel posto dove abitava che no, non erano del suo stesso popolo, ma erano romani. Perché? Beh, perché credevano che volesse cacciare l’imperatore e fare lui il re, però non era vero, non era quello che lui intendeva quando andava in giro a insegnare alla gente come secondo lui era giusto vivere. A questo punto la Guerrigliera obietta: “E non poteva restarsene a casa buono con Maria, così non lo ammazzava nessuno?”. Ecco, io suppongo che questo pensiero sarà venuto in mente alla Madonna, almeno qualche volta.

Esaurito il vangelo, siamo passati ai santi paleocristiani. Complice il nome dell’oratorio frequentato per il pattinaggio, voleva sapere come fosse morto San Pancrazio. Io già ero fiera del fatto di sapere che era un martire, ma questo a Meryem pareva una risposta troppo generica. Stasera, dopo due giorni di tergiversamenti, siamo finite su wikipedia. Abbiamo così appreso che era nato in Turchia (wow!), che era venuto a Roma con lo zio e che a 14 gli hanno tagliato la testa perché non voleva cambiare religione. Ecco, io non so quanto questi elementi siano consoni all’educazione di una bambina di cinque anni, ma non sono riuscita proprio a scansarli.

Alla morte è abbinato il pensiero del nonno che non ha mai conosciuto, che per lei si salda in qualche modo al concetto di Dio. Cantando Tu scendi dalle stelle mi spiegava che le piace quando si canta “O mio Signore”, perché potrebbe riferirsi anche a nonno Vittorio. Non ho indagato oltre. Mi ha spiegato poi che il cuginetto le ha detto che quando si è morti pare che si dorma (“ma con gli occhi aperti o con gli occhi chiusi?”), “ma tanto poi a un certo punto ci si risveglia tutti insieme, lo ha detto la maestra Marina”. Ah, ok. Benvenuti al giudizio universale. Ma anche su questo punto per ora ho glissato.

Sul concepimento ce la caviamo benino. L’idea che papà ha messo un semino nella pancia della mamma, dove ha trovato un ovetto, per ora funziona senza ulteriori domande sul processo. Aspettavo trepidante una qualche imbarazzante domanda successiva, quando la Guerrigliera mi ha chiesto: “E quindi, siccome ero femmina, nella tua pancia ero rosa. Altrimenti, se ero un maschietto, sarei stata blu”. Cosa? “Ma no, tesoro. Tu eri rosa, perché tutti i bambini sono rosa”. Lei mi ha guardato con evidente condiscendenza: “Ma certo che quando nascono sono tutti rosa. Ma quando sono nella pancia sono rosa oppure blu. Altrimenti il dottore come farebbe dalle fotografie a dirti se nascerà un maschio o una femmina?”. Ehm, gasp. Mi sono difesa dicendo che io le ecografie le ho sempre viste in bianco e nero e che il dottore non mi ha mai spiegato questa cosa dei colori, che quindi non potevo confermare. “Beh, ora lo sai. Si vede che il dottore aveva fretta e forse pensava che lo sapessi”. Punto. Per ora finiamola qui, che è meglio.

Storia delle Religioni – una teoria di genere


Disclaimer: il malumore io lo sfogo anche così. Prendete questo post per quel che è, un divertissement politicamente scorretto.

I betili sono tra le più antiche forme di culto attestate nella storia dell’umanità. Chiunque abbia letto Asterix ne conosce la forma: grosse pietre verticali ben piantate nel terreno (se non le trasporta Obelix, che però le chiama menhir). Lo sapete che vuol dire betilo, secondo l’etimologia? bet-il(i), “casa del dio”. Ora ci si chiederà: che cavolo di casa è un macigno piantato nella terra? Beh, è una casa adattissima allo spirito di un morto, che così resta ben chiuso dentro la terra, riceve tanto rispetto e onore e non rompe troppo le scatole a chi è rimasto vivo. Semplificando molto si può dire che siccome gli antichi spesso dei morti avevano una fifa blu, li veneravano. E così le divinità più antiche spesso erano immaginate come (spiriti di) morti da placare in vario modo.

Questa premessa colta ma non troppo serve a illustrarvi meglio il mio colpo di genio storico-religioso di stamani. Si dice (chissà quanto fondatamente) che le culture mediterranee molto antiche – lo so, è un po’ generico, ma passatemela – venerassero una grande divinità femminile, una sorta di Grande Madre, rappresentata spesso in forma di donna ben fornita di tette, pancia, cosce e sedere. “Ma è logico, è tutto chiaro!”, mi sono detta oggi. Cosa c’è di temibile quanto e più dello spirito di un morto? Una madre mediterranea, è chiaro. Onnipresente, onnipotente, dall’ira terribile e dalle manifestazioni d’affetto altrettanto temibili. Nell’immaginario di un antico uomo mediterraneo una figura simile doveva apparire oscura e minacciosa e non possiamo biasimarlo se attribuiva a lei anche le più disastrose calamità naturali. Una madre è meglio tenersela buona, si sarà detto anche il nostro povero uomo mediterraneo (come dicono del resto ancora oggi molti uomini, mediterranei e non). Se proprio non si può piazzarle un betilo in testa, almeno veneriamola.

Quindi, vedete, i culti della dea madre sono vistosamente il prodotto di una cultura di genere. Ma non testimoniano, come sostengono alcune ottimiste e candide antropologhe americane, un maggior protagonismo delle donne nella religione. Anzi. Oserei dire che rivelano una visione prettamente maschile (pur probabilmente condivisa da più di una nuora mediterranea).

Augh, ho detto.

Indignata


In una bozza precedente avevo scritto che stavo aspettando di sbollire per poter scrivere più lucidamente cosa penso del Messaggio per la Giornata della Pace 2013, il cui testo integrale trovate qui (non è mai buona norma reagire solo ai lanci di agenzia). Sono arrivata però alla conclusione che non sbollirò. E’ un paragrafo solo di un testo relativamente lungo, ma non mi andrà mai giù.

Marco, comprensibilmente, sul suo blog esprime il suo punto di vista di padre e marito omosessuale, nel suo stile e nei suoi registri (che chiaramente non sono i miei). Mi sento però di condividere pienamente la sostanza di questa frase: “se Mario sposa Gino, nel mondo non succede proprio nulla (a parte avere due persone felici in più), ma quando invece lui apre bocca e dice certe cose, da qualche parte là fuori, un bigotto col quoziente intellettivo di un mandarino si sente autorizzato nella sua omofobia, un pazzo impugna una spranga e va ad ammazzare il vicino di casa che pomicia col compagno sul terrazzino, una classe intera spinge un adolescente al suicidio attraverso il bullismo omofobico”.

Io, d’altra parte, non posso che notare che, come sempre, nei casi di difesa della vita non si citano i migranti respinti nel deserto, quelli morti in mare, quelli imprigionati e torturati per specifica decisione dei governi europei, meglio se in luoghi geograficamente lontani e attraverso una apparentemente pulita firma in calce a un accordo bilaterale con un Paese terzo. Vogliamo parlare ai morti di Lampedusa, ricordati incessantemente dal Sindaco dell’isola? La Chiesa Valdese di Milano ha mandato una lettera al Sindaco Nicolini rimarcando quanto una simile strage di sconosciuti innocenti interpelli come cittadini, ma anche come cristiani. Non potrò mai avere la stessa considerazione di chi si adopera per la salvezza e la dignità di figli e padri di famiglia, di madri e di bambini già nati e di chi invece si trincera dietro l’obiezione di coscienza per lavarsi le mani delle tragedie altrui e, magari, fare anche carriera. Eppure sono i secondi, non i primi, che il Papa ricorda nel Messaggio per la Pace.

Ma più di qualunque altra considerazione, non riesco davvero a digerire l’arroganza di questo paragrafo: “Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace.” Non so se una posizione del genere mi faccia più ridere, per la sua vistosa inadeguatezza e piccineria, o piuttosto indignare, perché trasuda volontà di potere da ogni congiunzione. Cioè, lo so. La seconda, senza dubbio.

Aprire un messaggio del genere con il ricordo dei 50 anni del Concilio Vaticano II suona come un deliberato insulto. Di una cosa sono certa. Queste affermazioni sono un lampante caso in cui si è nominato il nome di Dio invano.

La renna dell’Avvento


I calendari dell’Avvento erano una costante della mia infanzia. Basici, rigorosamente di tema religioso. Una rappresentazione della grotta, con poche varianti stilistiche di anno in anno. Le finestrelle contenevano pastori, stelle comete, profeti biblici, talora accompagnati da citazione evangelica. La casella del 24 era doppia e conteneva, surprise surprise, Gesù con o senza Maria e Giuseppe. Ricordo vagamente che un anno alle finestrelle era abbinato una specie di contenitore con microscopico giocattolino in plastica, talmente piccolo da risultare pressoché non identificabile. Pezzetti di plastica colorata, insomma.

Io dal calendario dell’Avvento di primo acchitto mi asterrei. Certamente non mi verrebbe mai la fantasia di produrne uno artigianale, cosa che vedo essere ormai un must delle mamme 2.0. Ma mia madre finora si è imposta. Il calendario dell’Avvento lo procura lei. E niente Babbi Natale, scoiattolini e altre naturalistiche raffigurazioni. Il tasso minimo di liturgicità deve essere garantito e accertato. Sulla tradizione (praticamente l’unica sopravvissuta ai colpi d’accetta di mia madre, che ha già abolito il pranzo di Natale e di S.Stefano, la tombola e, fosse per lei, rinuncerebbe senza remore anche al parco buffet in piedi che continuiamo a fare la sera della Vigilia) non si discute.

Quest’anno però è sorto un imprevisto alla nostra consueta routine del calendario cartaceo acquistato all’ultimo minuto. Per circostanze un po’ difficili da giustificare, mi sono trovata ad acquistare una costosa renna di legno rosso con 24 cassettini (ovviamente tutti da riempire). Ineludibile. “In fondo è un investimento”, hanno avuto il coraggio di dirmi. Vabbè, la renna rossa ormai ci sta. Ma non potevo provvedere di persona a riempirla. Come sanno anche le pietre, io e Meryem eravamo strategicamente fuori Roma dal 30 novembre al 3 dicembre.

Il bello di una famiglia come la mia è che per le cose inutili ci si attiva con straordinaria solerzia. Il caso della renna è stato prontamente sposato da mia sorella Marina e dai suoi figli Giulia e Luca. “Compra qualche cioccolatino”, ho suggerito io. Ho pensato per un attimo alla possibile delusione di mia madre per il nostro discostarci dalla solita prassi. Ma, come spesso avviene, la sottovalutavo.

“Carina, molto carina”, ha infatti commentato la nonna. Che ha prontamente suggerito la soluzione perfetta: nei cassettini si potevano facilmente introdurre 24 piccoli personaggi del presepe. Un affare. Messaggio religioso salvo, due gadget natalizi in uno. Bastava solo trovare 24 personaggi congrui, anche per dimensione, e posizionarli nei cassettini. Una missione ideale per Marina & co.

A un certo punto ricevo una telefonata concitata dai riempitori di cassettini. “Non c’entrano”. “Chi?”. “Maria e Giuseppe”. Davanti al problema, i radicali (mia nipote Giulia) sostenevano che non importava, un paio di personaggi si potevano eliminare. Io mi sono trovata a concordare con l’ala moderata (mia sorella), che sosteneva che la loro presenza nel presepe era auspicabile. Conveniamo infine che all’inizio di ogni raccolta che si rispetti viene dato un bonus iniziale. “Possiamo farli affacciare da dietro le corna”, mi è stato infine proposto. Senza riferimenti, beninteso, alla natura un po’ particolare del nucleo familiare in questione. Così è stato. Io, in un rigurgito di senso di colpa, ho incastrato pazientemente nelle fessure rimaste all’interno dei cassettini delle caramelle (per lo più tic tac, visto lo spazio a disposizione).

Ed ecco a voi il risultato finale.

renna

P.S. A proposito di calendari dell’Avvento. Quest’anno ho dato il mio contributo al Calendario dell’Avvento di Piccolini Barilla. Ogni giorno un racconto illustrato e tra qualche giorno troverete il mio. Potete aprire le finestrelle virtuali qui.

 

Questo post partecipa al blogstorming

Che fine hanno fatto i morti?


Piove. La pista di pattinaggio è bagnata. Così decade l’ultimo baluardo che avevo eretto per declinare inviti a merende in stile “dolcetto o scherzetto” (“Sai, preferisco che non salti lo sport, ora che si va verso l’inverno…”). Non ho simpatia per Halloween. Tuttavia ci siamo dentro, la scuola di Meryem pullula di zucche di cartapesta e improbabili pipisterelli cosparsi di porporina. Stamattina, con l’arte dell’improvvisazione che caratterizza le madri sgarrupate, ho estratto dall’armadio una specie di mantello nero spiegazzato, ricavato l’anno scorso da una mia gonna a ruota. Il cappello non c’era, ma ho convinto Meryem che sarebbe stata una favolosa strega anche così. Ho rincarato la dose con un pipistrello disegnato sulla guancia e una passata di colore blu sulle labbra.

Per carità, non è che le rivisitazioni della festa in chiave cristiana fondamentalista (“travestitevi da santi”) mi stiano più simpatiche di streghe, vampiri e zombie. Se possibile mi fanno ancora più orrore. Sapete cosa mi manca, in questa festa? I morti. Quelli veri. Le memorie, il legame misterioso e anche un po’ pagano. Oggi, quando ho letto questo bel post di Veronica sono riuscita a mettere meglio a fuoco il fastidio che provo.

Secondo me non sarebbe affatto male rispolverare le molte tradizioni italiane della festa dei morti. Ricordo un bellissimo libretto comprato a Napoli, che illustrava le usanze locali, centrate sul concetto di nutrire i defunti. Ma anche e soprattutto questo bel volume, da cui si può scoprire e imparare moltissimo. Credo che sarebbe molto istruttivo, per i nostri bambini, ritornare al contenuto originario, ormai talmente trasfigurato da risultare irriconoscibile. Questa festa di passaggio in cui i morti tornano a visitare i vivi, o almeno i vivi vanno a visitare i morti, racconta di un senso di continuità tra passato e futuro. Accostare i più piccoli al mistero della morte, anche attraverso colori e sapori, era un’usanza piena di saggezza. La paura, inevitabile, si imparava a gestirla, a esorcizzarla di persona e collettivamente. Magari anche il dolore e la malinconia. Tutti questi valori educativi vengono meno, se ricorriamo direttamente al vampiro di gomma e al sangue finto. E poi ci troviamo in grandissima difficoltà davanti al primo funerale. Mi pare che per molti genitori la morte provochi più imbarazzo del sesso. Non è un argomento facile, evidentemente. Ma una festa istituzionalizzata dava una bella cornice, poetica, consolatoria e persino gioiosa, in cui affrontare, implicitamente o esplicitamente l’argomento.

Ho paura che cercare di riportare i morti veri nella festa sia una battaglia persa, purtroppo. Di questi tempi temo non siano molte le persone convinte del valore di una tradizione “paganeggiante” (più facile infatti è vedere parrocchie e oratori tentare di contrastare la tendenza con anatemi vari o con gli artifici di dubbio gusto a cui si faceva riferimento prima). Peccato. Però non posso che condividere la speranza di Veronica: “Ma sì, arriverà poi il giorno in cui ce ne andremo tutti insieme nella nebbia della Bassa, a mangiarci un piatto di cappelletti fumanti”. O il torrone dei morti a Napoli. O qualunque altra squisita ricetta si adatti ai luoghi stupendi di cui è ancora pieno questo nostro Paese bistrattato.

P.S. Se a qualcuno va di raccontare tradizioni a riguardo che ha vissuto o che conosce, mi fa molto piacere.

La bauxite, l’ora di religione e i confini della mente


“Ma secondo lei”, mi fa un giovane californiano del gruppetto di universitari a cui ieri parlavo di rifugiati a Roma “questa storia dei confini degli Stati sempre più impenetrabili è in qualche modo collegata alle nostre mentalità sempre più ristrette e impaurite della diversità?”. Oddio, magari non l’ha detto proprio con queste parole, ma l’idea era quella. Ecco, in quel momento ho pensato che tutta la mia lezioncina, gli aneddoti scelti ormai anche con un po’ con mestiere, compreso il ricordo sempre vivo di quando da adolescenti ci parlavano dell’Europa senza frontiere (interne) e nessuno ci raccontava che razza di blindatura invece stavano mettendo in piedi su quelle esterne, qualche effetto lo aveva sortito. Io ieri proprio quello volevo dire. Che ci farà il californiano nella sua vita non lo so, ma io su questo argomento ci rimuginavo anche per tutto il can can nato dalle dichiarazioni del ministro Profumo sulla riforma dei programmi scolastici e, in particolare, dell’ora di religione.

In Italia, si sa, “ora di religione” è una di quelle cose che non si può nominare senza suscitare immediatamente una fastidiosissima ondata di polemiche (avete presente quel film in cui il protagonista ha una specie di crisi di nervi tutte le volte che sente pronunciare “donna delle pulizie”? Ecco una roba del genere). Allora mi tolgo il pensiero e dico subito le cose ovvie: quell’ora dovrebbe essere pienamente parte del programma scolastico, non facoltativa, insegnata da insegnanti reclutati con lo stesso identico sistema di tutti gli altri e senza patenti e imprimatur di autorità religiose, quali che siano. Ma cosa si dovrebbe insegnare in questa materia? Qui casca l’asino. Solitamente il fronte laici/liberi pensatori/persone evolute-moderne-civili qui risponde “storia delle religioni”. Così, di default, avrei forse risposto così anche io. Ma in questi giorni mi rendo conto che è una risposta che a sua volta non sta in piedi. Storia delle religioni? E cioè, di preciso? Il pensiero corre al mondo accademico e all’omonimo dipartimento. Siamo sicuri che è questo che serve, nelle scuole? Una disciplina che vive ancora oggi in perenne crisi di identità, persino nel chiuso ambiente della ricerca universitaria, notoriamente poco incline a considerare la propria utilità educativa? Nei migliori dei casi a me noti (e parlo per aver vissuto ancora in qualche modo il riflesso della famosa scuola romana di gloriosa e meritata fama) la storia delle religioni è un’affascinante scienza storica, tesa a sviscerare attraverso articolate ipotesi (e spesso impantanandosi in esse) uno o più aspetti della tradizione culturale delle società, specialmente antiche. Comparativisti versus fenomenologi, con le tribù esquimesi sempre dietro l’angolo perché utilissime per essere usate come raffronto (sufficientemente ignoto ai più) per suffragare qualunque teoria. Non fraintendetemi, io amo la storia delle religioni. Sono persino convinta che entro certi limiti possa essere una cosa seria. Ma onestamente non mi pare ci interessi per dare contenuti sensati a una materia scolastica.

Ma no, mi direte voi: noi con storia delle religioni intendiamo la conoscenza delle varie religioni del mondo. Ah. Ma siete sicuri? A parte che spesso, in un certo qual modo qualcosa del genere durante l’ora di religione si finisce per farlo, è questo che ci serve? Studiare presentazioni pseudo oggettive del buddhismo, dell’induismo, dell’ebraismo e dell’islam? E a che pro? Qui si insinuano le voci a favore dell’ora di religione così com’è (considero solo quelle in potenziale buona fede): ma come si fa apprezzare l’arte, la letteratura la tradizione di un Paese largamente cattolico se i nostri ragazzi non sanno nulla manco di cristianesimo? Posso testimoniare per esperienza diretta che, in effetti, un mio compagno del liceo, quando gli fu chiesto dalla professoressa di storia dell’arte di descrivere il Battesimo di Cristo di Piero della Francesca si soffermò con grande afflato a precisare quanto fosse centrale nella composizione “il grosso gabbiano” sopra la testa del soggetto principale. E non era un caso isolato. Tuttavia, pur riconoscendo a questo argomento una punta di verità, non sono disposta a sostenere che l’ora di religione così com’è serva a qualcosa, tanto meno a capire meglio la Divina Commedia o i cicli pittorici dell’arte antica. Salvo lodevoli eccezioni determinate da sforzo individuale e autogestito di insegnanti particolari, durante l’ora di religione ci si dà alle varie ed eventuali, combattuti tra la necessità di astenersi dal catechismo e l’incertezza sostanziale di cosa insegnare di preciso. Io solitamente vedevo film, per dire. Oppure parlavo di educazione sessuale (avevo una giovane insegnante di religione molto aperta e entusiasta, ma un po’ ondivaga e molto poco presa sul serio da noi studenti).

Credo che, per una volta, la chiave stia nelle parole del ministro. Il discorso in effetti si riferiva in modo ampio alla riforma di programmi scolastici che ormai non sono più adeguati alla società plurale, multiculturale, multietnica in cui vivono i nostri figli. E non si tratta della stantia spruzzatina di intercultura facilona che ogni tanto riaffiora qua e là tra le proposte didattiche di questo o quel territorio. E’ proprio questione di affrontare responsabilmente un’urgenza culturale. Se leggete questo articolo, davvero notevole, di Ilvo Diamanti capirete meglio cosa intendo.

Per formulare proposte su come riformare l’ora di religione, il discorso deve partire dall’ora di geografia. Anche qui i miei ricordi scolastici sono emblematici. A parte confuse memorie appiccicaticce di nomi di catene montuose della Germania, la geografia per me si collega mentalmente alla bauxite. Compariva tra le risorse minerarie di molti paesi (addirittura a un certo punto mi pareva che non ci fosse luogo al mondo privo di un giacimento di bauxite) e, a tutt’oggi, non so come sia fatta. A cosa serva. Ora sarebbe facile, cercherei su Google. Ma quello che più mi sorprende, oggi, è che in tanti anni non me lo sono mai chiesto. Il che la dice lunga su quanto mi abbia dato la materia in termini di stimoli intellettuali. Ed ecco che il ministro Profumo nota un’ovvietà: oggi gli studenti la geografia potrebbero impararla, molto più efficacemente, dal compagno di banco. Certo, detta così è un po’ troppo facile. Ma certamente oggi l’esigenza più evidente è quella di orientarsi meglio tra luoghi, relazioni economiche e politiche, lingue. Avere le coordinate per spiccare il volo in un mondo di opportunità. Ma, prima ancora, di condividere, di incontrarsi con gli altri con la consapevolezza di dove si è, e possibilmente di chi siamo e chi stiamo diventando (o, ancor più interessante, chi potremmo diventare). Cogliere le possibilità infinite del tessere relazioni, imparare a farlo con gli strumenti più utili.

E qui veniamo all’ora di religione. Facciamo per un attimo finta di essere un Paese normale? Ci scordiamo per un momento di vescovi, concordati e radici cristiane dell’Europa (almeno nell’accezione restrittiva del termine)? Io credo che l’ora di religione potrebbe utilmente essere trasformata in qualcosa che, chissà perché, mi viene da definire in inglese: (Multi)Cultural Awareness. In soldoni? Dare agli studenti le conoscenze indispensabili per rapportarsi in modo costruttivo con la diversità. Alla base ovviamente dovrebbero esserci elementi di decostruzione del pregiudizio e di gestione del conflitto. Ma poi ci vanno, a complemento, anche molte nozioni pertinenti. Il capitolo sull’identità religiosa potrebbe essere lungo, ad esempio. Ma non importerebbe tanto fare la storia dell’espansione dell’islam o della diffusione del buddhismo in Cina. Piuttosto mi piacerebbe si affrontassero le questioni che più facilmente possono portare a fraintendimenti e incomprensioni, grandi e piccole (salta agli occhi la questione delle rappresentazioni sacre, ma anche le norme alimentari, su cui ho un gustoso aneddoto che racconterò come bonus a chi ha il coraggio di arrivare fino in fondo al post). I temi che ancora devono essere oggetto di riflessione, anche normativa, perché non del tutto metabolizzati dalla società.

Ma ovviamente la religione è solo un aspetto di questa materia di supporto per la gestione della pluralità. In questa ora troverebbero ottimamente spazio approfondimenti a prevenzione di tutte le più comuni forme di discriminazione: un lavoro sulle questioni di genere, a partire dallo smontare criticamente gli stereotipi sulle donne; un approfondimento sulle identità sessuali e su tutte le questioni connesse alle libertà fondamentali; un percorso documentato sull’antiziganismo in Europa (così magari la piantiamo di essere convinti tutti che le zingare rubano i bambini)…. Vi pare che ci sia abbastanza carne al fuoco? Direi di sì. La bella domanda, evidentemente, è dove pescare insegnanti di una materia che non c’è (oltre che come fare eventualmente inghiottire Oltretevere il rospo multi-identitario). Non vi preoccupate troppo. Ora potete riaprire gli occhi. Siete in Italia, ricordate? Il problema (ahimè) probabilmente non si porrà mai.

P.S. Ah, l’aneddoto esemplificativo che vi avevo promesso, ma che se lo infilavo prima mi faceva perdere il filo dell’argomentazione. Dunque, mi trovavo a fare una lezione sull’ebraismo a una classe di un istituto superiore di un paese dei Castelli Romani. Si parlava di norme alimentari e, in particolare, del divieto di mischiare in un pasto derivati da carne con derivati da latte, da cui consegue la divisione piuttosto frequente nei piccoli ristoranti e locali tra quelli che servono cibi a base di carne e quelli (solitamente bar e pasticcerie) che servono latticini. Qui una ragazza ha un’illuminazione: “Ah, ma allora era per questo!”. E mi racconta che alcune settimane prima lei e la sua famiglia erano capitati a mangiare in un ristorante kasher (“molto buono, tra l’altro!”), ma che a un certo punto il fratello piccolo aveva iniziato un capriccio per avere un gelato. Appurato che nel locale non se ne vendevano, il padre si era alzato e aveva comprato un cono alla vicina gelateria. A quel punto però i proprietari del locale li avevano pregati con garbo di non sedersi nuovamente a tavola con il gelato, ma di consumarlo su una panchina di fronte. La richiesta, motivata da banali regole tecniche (a partire dal necessario rispetto dell’osservanza degli altri clienti, a garanzia della quale il rabbinato certifica peraltro l’idoneità o meno dei locali), era apparsa alla famiglia digiuna di ebraismo assolutamente incomprensibile e persino sgradevole. “Abbiamo pensato che fosse per ripicca per il fatto che non lo avevamo comprato da loro. E dire che avevamo mangiato in cinque, quindi ci pareva proprio una meschinità”. Da qui all’ebreo avaro (con naso adunco) voi capite che il passo è breve. Eppure basterebbe fornire un po’ di banali informazioni quantomeno per decifrarsi gli uni con gli altri (il che, ovviamente, lascia chiunque libero di pensare che le norme alimentari e le religioni in genere siano enormi fesserie: ma almeno sgombra il campo da infondate ipotesi interpretative, che hanno peraltro la ben attestata tendenza a estendersi a macchia d’olio a popolazioni intere).

Ci credo?


Quest’estate ho dedicato alcune settimane a lavorare intensamente per produrre dei materiali didattici di approfondimento per questo progetto, un percorso per studenti delle scuole sulle diverse identità religiose presenti nel nostro Paese. Avevo poco tempo (e a dirla tutta qualche piccola incrinatura nella motivazione), ma vi dico senza falsa modestia che ho fatto un ottimo lavoro, secondo me (presto sarà on-line e giudicherete voi stessi).

Credo molto nell’importanza di questa azione di prima alfabetizzazione sulle religioni. Non per puro gusto accademico (anche se ovviamente il tema mi interessa anche intellettualmente, per dir così), ma perché nella mia esperienza ho provato che i fraintendimenti più grossolani, evitabili e, ahimé, spesso davvero capaci di compromettere un rapporto finiscono per dipendere da questioni legate magari non alla religione in senso stretto, ma all’identità religiosa sì. Mi rendo conto che affrontare un tema così, oggi, dopo quello che è successo in Libia e altrove, è più difficile che mai. Eppure credo che fatti del genere non siano solo, come pure viene giustamente rilevato, indice della barbarie del fanatismo (di tutti i fanatismi, si intende: anche di quello del cowboy bruciaCorani). Penso che questa storia, ancora piuttosto ingarbugliata e poco chiara nei suoi mandanti, ci insegni soprattutto che il senso di crescente estraneità tra le identità religiose nel mondo viene oggi sfruttato come arma di distruzione di massa. Quindi chi ha cuore la pace e la giustizia dovrebbe interrogarsi a fondo su cosa si possa fare per cambiare le carte in tavola.

Non sono di quelli della scuola irenica che sostiene che “in fondo crediamo tutti nelle stesse cose, chiamate con nomi diversi”. Balle. Cioè, a livello di meri valori magari ci sono più consonanze di quanto si creda (giustizia, solidarietà, fratellanza, etc etc). Ma ciò che si crede alla fin fine è parte relativamente piccola di ciò che entra in gioco quando ci si incontra (e ci si scontra). Ciò che alla fine conta è ciò che si fa, o si riterrebbe importante fare, ogni giorno e quanto questo potenzialmente urti la sensibilità non solo religiosa, ma più ampiamente valoriale di chi mi vive accanto. Secoli di convivenza avevano creato delicati equilibri di maggioranze e minoranze, di osservanze e di trasgressioni tacitamente sdoganate, di compromessi creativi che però possono essere spazzati via in trenta minuti netti da un predicatore smaliziato, da un fatto di cronaca sapientemente raccontato (o addirittura creato ad arte), da un improvviso variare di condizioni anche apparentemente estranee ai fatti in sé. Guardatevi E ora dove andiamo? e vedrete un’esemplificazione efficace di questo processo di sfaldamento di convivenze, purtroppo ormai quasi generalizzato.

In questa ultima parte di storia dell’Occidente che si fa bello, a proposito e a sproposito, della propria laicità, mi pare si assista – contrariamente a quel che spesso sento affermare – non a una relativizzazione dei valori, ma piuttosto alla loro assolutizzazione. Laici e credenti, o almeno una fetta importante dei due gruppi, sembrano accomunati da una analoga certezza di avere le risposte giuste (dalla ricetta della democrazia ai requisiti di una coppia accettabile). Alla luce di queste risposte, fioriscono processi, giudizi, etichettature di massa in buoni e cattivi. Le sfumature vanno di moda solo nei polpettoni editoriali, pare.

Che c’entra questo con le religioni? C’entra. E qui torniamo al progetto nelle scuole, che dopo vari anni quest’anno, almeno per certi aspetti, è ritornato in mano mia tipo boomerang e quindi, ancora una volta, mi toccherà cercare di spiegare perché lo ritengo importante e utile (finora non sono stata molto convincente, almeno con i colleghi). Non voglio che i ragazzi delle scuole assistano a una parata di prodotti diversi per scegliere il migliore. Neanche che capiscano o imparino qualcosa di un’altra o di altre religioni. Mi basterebbe che si tolgano dalla testa qualche certezza sulla religione altrui e diano una chance a chi quella religione la vive di presentarsi per ciò che è, senza essere a priori chiuso in un cassettino a chiusura ermetica. Gli equilibri sono arte delicata: ci vuole molto tempo e ingegno a costruirli e basta un pizzico di stupidità (o di malizia) a infrangerli. Eppure cos’è il vivere civile se non una ricerca attiva di equilibri tra le diversità che compongono le nostre società? Ma soprattutto: non trovate che cogliere la complessità possa essere entusiasmante? E’ il primo passo verso quella libertà di pensiero che predichiamo molto, ma pratichiamo sempre meno, abbrancati alle sicurezze dei nostri schemini mentali. Speriamo che le generazioni che vengono dopo di noi siano un po’ più spericolate. La libertà reale di pensiero (e non la libertà di tifare per una parte o per l’altra con qualunque mezzo) è forse la prima forma di educazione civica. (Bum. Forse questo è troppo. Ok, cancellate mentalmente l’ultima frase, se vi pare pretenziosa).

Ci credo, dunque, nonostante tutte le delusioni del passato e del futuro? Ci credo. E quindi tra le tante cause perse a cui sono votata continuo a sposare anche questa, a cui non riesco neppure a dare un nome.

Aggiornamento: adesso sono on-line. Li trovate qui.

Un blog “straniero”


Per la seconda volta temo di forzare un po’ le regole della Caccia al Tesoro di Barbara: quello che vi presento oggi è un blog con pochi post, che non viene aggiornato costantemente e che certamente non emoziona per stile, foto o design. Emoziona me, però, per più di una ragione che vado a spiegarvi.

Qui e là, sul mio blog, ho fatto menzione di un incontro molto particolare che ho fatto all’università (non mi fate ricercare i post nel marasma dell’archivio: se li rintraccio ve li linkerò): un incrocio fugace con una persona notevole sotto più di un aspetto, che in un periodo di tempo incredibilmente breve mi ha dato moltissimo. Il blog che vi presento oggi è scritto da lui, e questa è la prima ragione per cui mi emoziona. Questa però è una ragione personalissima, che temo che per voi non significhi granché.

Andiamo col secondo motivo, il titolo, che mi dà l’occasione di introdurre poi il vero punto di forza del blog di Antonio: la padronanza straordinaria di più culture, lontanissime tra loro. Il titolo, dicevamo: Gefilte Sushi. Chi ha un po’ di dimestichezza con l’ebraismo forse saprà che il Gefilte Fish è il piatto tipico degli ebrei dell’Europa dell’Est (una sorta di carpa ripiena, se non vado errata). Ecco, chiamare le avventure di un rabbino in Giappone Gefilte Sushi mi pare un innegabile colpo di genio.

Terzo motivo. I post, come si è detto, non sono moltissimi, ma sono densissimi, mai banali, a tratti strazianti, ma spesso e volentieri divertenti, addirittura esilaranti. La maggior parte hanno un titolo tratto da una citazione biblica. Se non la riconoscete, non sentitevi in soggezione: poche persone al mondo conoscono la Bibbia come Antonio. E intendo proprio fino all’ultimo puntino (le virgole nel testo ebraico non ci sono).

Quarto motivo. Il Giappone è uno dei pochi Paesi al mondo che non ha su di me alcun appeal. Non mi ispira. Di più: mi incute un vago senso di disagio. Ora non dico che il blog di Antonio me lo stia facendo amare (a tratti, anzi, aggiunge inquietudine a inquietudine, come nel caso della descrizione di questa cena): ma certamente è per me, e potrà essere anche per voi, occasione di cogliere aspetti che nessun servizio giornalistico o visita turistica potrebbe offrirci.

Concludo solo riportandovi un brano dal primo post di Gefilte Sushi. Mi ha commosso profondamente e, pur non avendo incontrato le persone citate se non una volta di sfuggita, mi sento di testimoniare che la loro capacità di essere accanto al figlio nel suo percorso, certamente assai insolito, è stata straordinaria. Potessi io, come genitore, riuscire a far lo stesso, mi riterrei soddisfatta.

This first entry in my mind is also little tribute to my mom and dad who, unfortunately, given their complete ignorance of English will never be able to read it. My parents are two of the most amazing individuals I have ever met. They have showered with love my sister and me, and made the biggest sacrifices to take us where we are. They have accepted me in all my different permutations and with all my revelations, and, most of all, they have never clipped my wings and let me fly freely since I was eighteen.