Inquietudine e affetti disordinati


Ricordo, anni fa, che partecipai insieme a molti volontari del Centro Astalli all’ordinazione di un giovane gesuita che era all’epoca il coordinatore della scuola di italiano del Centro. Come usa, le ordinazioni erano “di massa” (almeno una decina di “candidati”) e la liturgia da guinnes dei primati, sia per pompa che per durata. Sui banchi trovammo un libretto in cui ciascuno degli “ordinandi” aveva scritto un breve profilo di se stesso. Ricordo che prendemmo molto in giro il nostro, perché per descrivere la sua esperienza precedente all’entrata in Compagnia usava l’espressione “vita disordinata”. Capii solo molto più tardi che probabilmente il poveretto non si riferiva a indicibili bagordi e dissolutezze, ma utilizzava semplicemente il gergo dei gesuiti e, in particolare, la definizione di esercizi spirituali data da S.Ignazio: “Si chiamano esercizi spirituali tutti i modi di disporre l’anima a liberarsi di tutti gli affetti disordinati e, una volta eliminati, a cercare e trovare la volontà divina nell’organizzazione della propria vita per la salvezza dell’anima”.

Oggi, leggendo l’omelia di Papa Francesco rivolta ai gesuiti durante la Messa di stamattina alla Chiesa del Gesù, trovo un concetto apparentemente assai diverso da questa furia ordinatrice: l’inquietudine. “Dio è il Deus semper maior, il Dio che ci sorprende sempre […]  Per questo, essere gesuita significa essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto: perché pensa sempre guardando l’orizzonte che è la gloria di Dio sempre maggiore, che ci sorprende senza sosta.  E questa è l’inquietudine della nostra voragine. […] Bisogna cercare Dio per trovarlo, e trovarlo per cercarlo ancora e sempre. Solo questa inquietudine dà pace al cuore di un gesuita”.

Non vi nascondo che questo concetto mi è assai più congeniale e sono stata subito tentata di trasferirlo al di là della dimensione strettamente religiosa. In fondo la più sostanziale delle mie debolezze è probabilmente una certa incapacità di “organizzare la mia vita”. Ho sofferto e soffro ancora di questo mio vistoso limite, che negli anni non mi ha permesso di essere neppur lontanamente simile a… A cosa, esattamente? Mah, direi allo schema di massima che io stessa mi sarei aspettata per la vita di una donna della mia età.

Però, se devo essere del tutto onesta con me stessa, non posso neanche definirmi una persona volubile, frivola o inconcludente. Un po’ mobile di spirito, sì. A tratti colta da una sorta di impulso irrefrenabile a buttarmi in tutte le direzioni (probabilmente ereditario). Quando leggo che di Pietro Favre, nuovo santo gesuita, dicevano che pareva «che sia nato per non stare fermo da nessuna parte», mi fa immediatamente simpatia anche se non so nulla di lui. Non credo particolarmente agli oroscopi, ma il mio segno zodiacale, il Sagittario, segno di fuoco e di irrequietezza, mi è sempre piaciuto. Una volta un amico mi aveva regalato un profilo dei “sagittari” che curiosamente descriveva proprio quel certo non so che di mobile, di insubordinato, di irrefrenabile che ho sempre percepito in me stessa.

Recentemente un giochino di Facebook invitava a nominare dieci libri che hanno contato qualcosa per me, a prescindere dal loro valore artistico. Buttando giù la lista di getto ci ho infilato almeno tre titoli che si associano bene agli orizzonti che si spostano, all’irrequietezza e ai punti di vista in continuo aggiustamento: Flatlandia, Gli dèi dell’antico Egitto di Hornung e Chocolat (a cui, come ho spiegato altrove, associo Mary Poppins).

Un giorno, forse, vi parlerò più diffusamente di Hornung e dei limiti del principio di non contraddizione. Oggi mi limito a prendere atto che se è vero che i gesuiti praticano con tanto zelo l’inquietudine non mi meraviglia che parecchi di loro mi siano simpatici.

Capodanno


Una cosa me la devo riconoscere: negli ultimi anni della mia vita mi sono scelta meglio la compagnia per Capodanno. Da almeno un paio d’anni non concorro più all’ambito premio “Capodanno sfigato”. Insuperabile, nella mia carriera, l’anno trascorso a guardare Drive In sul divano con i miei genitori. Ma anche quello passato a russare davanti a Shrek a casa di mia sorella, in compagnia di una caritatevole amica venuta appositamente dal nord per finire l’anno in mia compagnia. La notte di San Silvestro in cui mio padre è morto non concorre nemmeno. Ne ricordo comunque svariati in cui le lancette dell’orologio parevano andare al rallentatore e la mezzanotte non arrivare mai.

L’anno nuovo è iniziato con una clamorosa innovazione nella mia routine: sono andata a correre, per ben cinque volte. Onestamente non so quanto questa riuscirà a diventare una sana abitudine, quando le vacanze finiranno. Però registro, con una certa meraviglia, che la cosa non mi annoia come pensavo. Anzi, oserei persino dire che la sensazione che mi lascia addosso per tutto il giorno è molto gradevole.

Insomma, mai dire mai. Che mi sia di insegnamento per l’anno nuovo. Vale sempre la pena di fare un tentativo. Ero convinta di essere una persona a cui il Capodanno non piace e che mai nella vita sarebbe andata a correre la mattina. E invece… Chissà quali altre scoperte mi porterà il 2014.

Sogni pallidi


Una fine d’anno un po’ affannata mi porta ad essere esitante anche nei sogni. Oggi per un attimo mi sono immaginata delle valige fatte in fretta e furia e una fuga a Istanbul. Mi sono guardata anche le previsioni del tempo.

Poi mi guardo intorno. Siamo qui, con le solite recriminazioni, i soliti binari, il solito divano. Il solito. Non c’è nulla di male, intendiamoci.

Un giorno, mi piace pensare, tornerò a sognare con maggiore decisione. Al momento mi sento come tantissimi anni fa, a una lezione di inglese: per un gioco che stavamo facendo mi chiesero di gridare forte e scoprii che non ne ero capace. Grido spesso, anche più di quanto vorrei. Ma a comando non riesco, sono come bloccata.

Così sono al momento i miei sogni. Creativi, tenaci, inopportuni, spuntano fuori anche quando non sarebbe proprio il caso. Ma poi, se voglio lasciarli liberi, se ne stanno lì, esitanti e poco convinti. Finisce che non lo so, quello che davvero davvero vorrei.

Tutto sommato (auguri e belle notizie)


Ieri sera mi trovavo al Caffè Letterario, uno spazio carino mezzo biblioteca e mezzo caffetteria, per una serata (la seconda di un ciclo) organizzata dalle Biblioteche di Roma su e con le varie comunità di rifugiati che vivono a Roma. Ascoltavo un rapper afghano (esiste anche questo) e pensavo a cosa dire in tre minuti e parole facili (non oltre un livello di comprensione A2) come “testimonianza del Centro Astalli”.

Nel frattempo, all’Auditorium Parco della Musica, il sindaco Marino attribuiva al Centro Astalli,  alla presenza dei miei colleghi e di un gruppo di rifugiati, un premio prestigioso che finora hanno ricevuti personaggi del calibro di Giovanni Paolo II, Muhammad Yunus,Ingrid Betancourt, Aung San Suu Kyi e Malala Yousafzai.

Ieri dunque, pur vivendo un momento di grande stanchezza, ho provato a pensare a cos’è questo Centro Astalli, che ormai è parte di me almeno quanto la mia famiglia. Ho testimoniato, dunque, come mi veniva chiesto, che se ci si mette a misurare le cose fatte rispetto a quelle che andrebbero fatte c’è solo da restare sconfortati. Ma se c’è una cosa che mi sento di dire che accomuna questa variegatissima carovana di persone che va sotto il “marchio” Astalli è il desiderio sincero di cercare la giustizia e la verità. Sembra una cosa teorica e altisonante, ma in realtà è molto pratica e si scompone in frammenti piccoli e quotidiani.

Oggi a riunione di staff ognuno raccontava i suoi, di frammenti: le fatiche e le soddisfazioni, i risultati e gli obiettivi, le paure e i sollievi. Il fatto che ci sia questo valore aggiunto non alleggerisce la fatica del lavoro, non sempre almeno. Ed è giusto così. Ma esistono anche questi incontri, queste comunanze, quei cammini che a un certo punto li guardi, voltandoti indietro, e ti rendo conto che sono stati la filigrana dei tuoi anni, forse persino una sorta di filo d’Arianna.

Poco fa, un mio collega ha chiuso una telefonata e mi ha detto che aveva avuto una bella notizia, una prospettiva positiva per uno dei ragazzi che segue. Io l’ho ricambiato condividendo un’altra bella notizia che mi era arrivata ieri: uno dei ragazzi che frequenta un corso d’italiano è stato accolto in uno dei nostri centri di accoglienza e ieri notte, dopo parecchi mesi, non ha dormito per strada ma in un letto.

Il mio augurio per questo Natale e per l’anno nuovo è di dare e ricevere belle notizie. Pensateci. Sono sicura che almeno una bella notizia ce l’avete nascosta da qualche parte. Se volete condividerla con me e con i lettori di questo blog, scrivetela pure qui sotto.

 

L’improbabile tester


Quando ho comunicato cautamente ai miei familiari che ero stata scelta per testare il ferro da stiro Philips Perfect Care, la notizia ha suscitato un certo sconcerto. Credo che si sarebbero sorpresi di più solo se avessi detto che avrei testato una Lamborghini. Perché io, in effetti, non stiro. E non è che non stiro perché “stendo bene”, come si usa dire in questi casi. A essere onesti, stendo pure male. Non stiro perché non sono capace, punto.

Ciò non toglie che abbia accolto con gioia un ferro ultimo modello, dal design avveniristico e dotato di tecnologie avanzatissime che paiono semplificare la stiratura al punto da farmi immaginare che presto anche io diventerò la regina delle pieghe: la temperatura la decide lui, se lo poggi incandescente sull’asse (o sulla maglietta che stai stirando) non ci si stampa sopra per sempre, il vapore fuoriesce copioso dopo pochi secondi dal riempimento della caldaia con semplice acqua di rubinetto.

Io sono un tipo coscienzioso. Non avrei mai accettato se non fossi stata certa di poter dare un contributo qualificato al test. Per questo sono qui ad elencarvi fieramente gli unici due inconvenienti (non gravi) che sono riuscita a produrre utilizzando il gioiellino dalle luci azzurre per una mezzoretta. State pur certi che se io in 30 minuti sono riuscita a combinare solo questo, una persona normodotata non avrà il minimo problema di utilizzo. E’ scientifico.

Allora vediamo:

1. Se dopo aver riempito la caldaia, peraltro abbastanza capiente e stabile ma relativamente leggera, senza nessun motivo al mondo la inclinate bruscamente di circa 60 gradi, un po’ d’acqua fuoriuscirà dallo sportellino e bagnerà il tappeto (se ne avete uno). Nulla di grave.

2. Come è abbastanza normale, prima di usare il ferro nuovo sarebbe il caso di staccare la plastichetta che ne protegge la superficie metallica. Ma se, come è stato il mio caso, ve ne scordate del tutto, non succede nulla di irreparabile. Oserei però dire, pur senza avere grande esperienza, che si stira meglio senza.

Questo è il mio contributo da utente neofita, imbranata ma entusiasta. Ringrazio di cuore chi ha avuto il coraggio di coinvolgermi in questa iniziativa. Saluti cari dal mio Philips Perfect Care, che ancora si chiede che male abbia fatto a capitare in mano mia.

Questo è un post sponsorizzato, come forse avete sospettato. 

Ma ce lo scrivi un post?


No, Gianni (che sei forse il mio lettore più attento, probabilmente più attento di quanto non sia io stessa), non ce lo scrivo un post sulla mattinata di oggi in quello che chiamano Sportello Unico della Prefettura di Roma. Non lo scrivo per molte buone ragioni. Ne elenco tre, visto che gli elenchi vanno di moda (i punti, per essere davvero cool, dovrebbero essere dieci, ma sono troppi anche per una logorroica come me).

1. In fondo non è successo niente di che. Niente che chi è straniero o conosce stranieri non sappia già. Niente di particolarmente clamoroso, se vogliamo. Nessuno scoop giornalistico. Niente di niente. Solo l’ordinaria sciatteria, disorganizzazione, approssimazione, assurdità che caratterizza molti servizi pubblici e, mi sento di aggiungere, quelli agli stranieri in particolare.

2. Non ho nulla di propositivo da aggiungere alla lamentazione. E, specialmente in questi giorni, le lamentazioni fini a se stesse mi irritano.

3. Dopo tutti questi anni dovrei aver maturato un sano distacco professionale. Ecco, appunto. Dovrei.

Quindi questo post praticamente non esiste e ticchetto su questa tastiera solo per non avere la tentazione, più tardi, di rimangiarmi i miei saggi propositi.

Però concedetemi un riferimento letterario. Almeno quello. Solo in Italia si poteva concepire un personaggio come l’avvocato Azzeccagarbugli.

Gli odierni epigoni del manzoniano leguleio oggi svolgono (a pagamento) per gli stranieri incarichi essenziali quali chiedere – per lo più invano -informazioni a questo o quello sportello pubblico, sempre rigorosamente accompagnati dagli interessati (non sia mai che essi, pagando, risparmino almeno il tempo). Trattasi di servizio linguistico, penserete voi: magari i loro assistiti non parlano italiano. Questo è possibile, ma loro, gli avvocati, non parlano una lingua diversa dall’italiano con i loro assistiti. Solo che (dietro pagamento) se riescono a scoprire qualcosa dal tizio allo sportello lo ripetono all’interessato lentamente e con una parvenza di gentilezza.

Ma i servizi non finiscono qui. Ci sono degli indubbi vantaggi a pagare un avvocato italiano (meglio se femmina). Costei infatti potrà far ricorso a tutte le sue arti e astuzie per farsi strada nei meandri impervi della burocrazia [è un post sessista? forse. Ma la realtà spesso le è]. Simulare svenimenti per riuscire a fare domande a chi si negava. Sbattere le ciglia con il funzionario maschio, affettare donnesca solidarietà con la funzionaria donna. Alla bisogna, sbraitare: “io sono un avvocato!” e fare appello alla categoria per accedere a canali dedicati, veri o presunti, per ottenere il fatidico “appuntamento”.

Mentre mi facevo la mia oretta di anticamera ho assistito a quasi tutte le prestazioni sopra descritte, mirabilmente incarnate in una persona sola. Nessuna di esse, malauguratamente, sarebbe minimamente necessaria se in un ufficio pubblico di Roma Capitale esistessero procedure chiare, personale qualificato (e operativo) in numero sufficiente, materiale informativo plurilingue e qualche minimo standard di razionalità e buona educazione.

Una sola notazione. Ciascuna pratica costa allo straniero cifre nell’ordine delle centinaia di euro in marche da bollo. Le persone che più o meno confusamente sfaccendano in uffici come quello sono pagate dai soldi delle tasse mie e di tanti italiani e stranieri. E’ proprio necessario, oltre ai vari balzelli e balzelloni delle marche da bollo, doverci aggiungere anche la tariffa dell’avvocato?

Pensando (e scrivendo) positivo


La prima influenza (mia) della stagione mi impedisce di andare, anche fugacemente, a Più libri più liberi. E’ la prima volta da molti anni e se ci penso rosico assai. Facciamo che non ci penso. Che mi rallegro di essere stata male DOPO i miei festeggiamenti di compleanno (che, a parte un pensierino inatteso da parte dell’AMA, è stato piacevolissimo) e non prima. Che mi rallegro anche di aver letto non uno, ma due romanzi che vi raccomando caldamente. Sarebbero uno l’ideale continuazione dell’altro. Io li ho letti in ordine inverso ed è andato bene lo stesso. Quando ho acquistato per il mio Kindle L’immigrato, veniva classificato come giallo scandinavo. Lo immaginavo truculento e pieno di poliziotti algidi (e forse omosessuali). Invece la sorpresa è stata notevole. Il format è in effetti poliziesco, in qualche misura. Ma il tema trattato (immigrazione, seconde generazioni, razzismo strisciante e strumentalizzazione politica dello stesso, ruolo dei media in tutto ciò) mi ha subito colpito. Maledettamente interessante, sia per avere un quadro credo piuttosto realistico della Danimarca di oggi, sia per scoprire che esistono giornalisti/scrittori perfettamente in grado di cogliere e affrontare un tema così con tutte le dovute sfumature. Con tutto ciò, vi confesso che a tratti la lettura mi ha commosso profondamente, come non mi accadeva da tempo.

Spinta dalla curiosità ho comprato anche il primo romanzo di Hergel Olav, Il fuggitivo. Anche in questo caso non sono rimasta delusa, anzi. Non a caso l’autore nel 2006 ha vinto, come giornalista, il premio Cavling di cui si parla nel romanzo, per un’inchiesta sui centri di accoglienza danesi. Che dire? Sono due letture che meritano.

Vi lascio con una dichiarazione rilasciata da Olav in occasione di un’intervista, circa un anno e mezzo fa:«Posso dirle che nelle pagine del mio romanzo, come nella mia coscienza e nella coscienza di chi consideri caso per caso le vicende che in trent’anni, da giornalista, mi sono trovato di fronte, il dubbio ha la meglio su una definizione univoca della giustizia. Capisco le ragioni dei danesi che, magari relegati nei ghetti dove abitano le classi meno abbienti, costretti a mandare i propri figli in scuole frequentate per l’80 per cento da musulmani, intimoriti dal crescente tasso di criminalità, votino il Partito popolare della destra xenofoba e antislamica. Capisco la diffidenza delle autorità, delle forze dell’ordine, dei giornalisti – perfino Rikke, la mia eroina, il mio alter ego al femminile nel romanzo – che nella maggior parte dei casi sospettano in prima battuta degli immigrati. Capisco d’altra parte il risentimento dell’immigrato, che va preso singolarmente, come individuo, affinché siano rispettati la sua condizione e i suoi diritti. Ciò che, nel repentino mutamento della nostra società, temo vada perduto è il senso civile e squisitamente occidentale del rispetto per l’altro. È questo il valore di cui, nella nuova società multicolore e multiculturale, rischio di sentire più di tutto la nostalgia».

Leggo che da Il fuggitivo è stato tratto un film. Sarei curiosa di vederlo.

Meglio che niente?


E’ arrivata la prima puntata di Mission, il “raelity” di Rai 1 sui rifugiati, ed è anche passata. A qualche giorno di distanza, voglio esprimere un parere.  Là per là era davvero difficile contrastare il fastidio profondo che provavo, ma ho preso atto anche del parere di alcuni di voi, che stimo, che mi hanno fatto notare che almeno se ne è parlato. Che nel silenzio generale sulla guerra in Siria e altrove, due ore senza pubblicità sono comunque un signor risultato. Ci ho pensato con calma e ora in tutta serenità mi sento di dire: no, non mi basta. 

Ho ricevuto oggi un comunicato stampa del CISPI che condivido in buona parte e mi aiuta a focalizzare meglio quello che più mi è parso sbagliato e controproducente di questa trasmissione.

–  L’unica preoccupazione pareva quella di raccogliere fondi per “aiutare” questa gente. Delle mie preoccupazioni relative al “marketing” a scopo fundraising ho parlato diffusamente qui. Le confermo anche in questo caso. Bambini come se piovesse, nessuno dei quali con il volto oscurato nel rispetto della privacy. A questi rifugiati, sfondo della missione dei buoni, viene al massimo concessa una certa dignità (nel caso del Mali). Ma sono assolutamente funzionali a commuovere gli italiani sotto Natale. Non tiriamo in ballo cause, né tanto meno responsabilità. Roger Waters butta lì un appello sul mercato delle armi, ma resta lì un po’ sospeso nel nulla. Anche nella valutazione a posteriori sulla riuscita del programma, visti anche gli ascolti deludenti, si è fatto riferimento ai 75.000 italiani che hanno fatto donazioni all’UNHCR. Come dire: uno spot riuscito. Ma proprio di uno spottone si trattava, senza alcuna pretesa di informazione.

– Ma quanto siamo bravi noi. I VIP, prima di tutto, che hanno affrontato questa esperienza, che hanno piantato alcuni chiodi, che addirittura – ci viene lasciato a tratti intendere – mettono a repentaglio la propria incolumità. Quelle stesse masse di poveretti assumono a tratti, sia in Giordania che in Mali, connotati di rabbia e aggressività che restano inspiegati e inspiegabili. Bisogna avere pazienza, si legge tra le righe: questi se la prendono persino con noi, non capiscono che buon lavoro facciamo, provano persino a imbrogliare (almeno in tre casi si fa riferimento a procedure di controllo e identificazione per evitare che i rifugiati ritirino indebitamente aiuti che non sono stati loro assegnati). Quanta bontà, quanto eroismo. I cooperanti (si badi bene, non i volontari, ma i cooperanti che sono altra cosa) risultano essere eccessivamente esaltati come salvatori, quando si tratta, non solo per le Nazioni Unite, di vere e proprie professioni, per di più molto ben pagate

–  Ci scordiamo un pezzo. I rifugiati sono lì, paghiamo gli eroi che sono disposti per generosità ad andarli a sfamare e a costruire tende. E i rifugiati che sono qui? E i rifugiati che ambirebbero a qualcosa di più che una razione registrata e una tenda che dura 3 anni? Ma, soprattutto: da nessuna parte si dice che i primi rifugiati siamo stati noi europei? Oggi, per caso, ho visto su Rai 3 una puntata di “Il tempo e la storia”. Il taglio è diverso, certo. Ma l’impostazione è molto più condivisibile. Questa la chiamerei informazione e sensibilizzazione. Che dovrebbe avere almeno una parte in una prima serata della rete ammiraglia. Si potevano almeno intervallare gli spot pubblicitari delle missioni umanitarie con qualche testimonianza, con qualche filmato di informazione storica. In pillole, per carità, che altrimenti il pubblico si annoia (e manda meno sms). 

 

Mi arrendo


Un post lungo e articolato sul convegno “Italia, terra d’asilo”, specialmente in queste settimane, non lo scriverò. Troppe energie sono succhiate dal lavoro ordinario e da quello straordinario, troppi gli appunti freneticamente presi sull’agendina turchese. Non mi resta che confidare nello zelo degli organizzatori e aspettare la pubblicazione degli atti, per condividere correttamente i molti contenuti.

Mi limito qui a ricordare qualche frase, qualche istantanea. Non è stata solo un’occasione di aggiornamento professionale. Mi sono sentita onorata di essere in una certa misura parte di un’Italia che mi rende fiera e che, nonostante tutto, esiste e resiste. Con azioni concrete, con caparbietà, con la giusta dose di denuncia ma senza lamentazioni sterili. Non so se tutti riuscite a cogliere il senso delle citazioni che foglio riportare qui, in ordine sparso, spigolando qua e là. Ma queste parole qui, sul mio blog, ci andavano per forza. Abbiate pazienza 🙂

“Bisogna vederla in faccia una persona che dorme in strada”. Almeno una volta. Specialmente se quella persona è fuggita dalla guerra e dalla tortura e credeva di essere in salvo, una volta arrivata qui.

“Cosa offre l’Occidente a chi arriva? Quello che si professa cristiano – ‘ama il prossimo tuo come te stesso’ – non granché. Ma anche quello laico – liberté, fraternité, égalité – non ha dato grande prova di sé”.

“L’Italia potrebbe superare gran parte delle insufficienze del sistema d’asilo se solo ci si decidesse a prendere in mano alcune riforme, in gran parte già delineate. Se solo si inserissero in un contesto complessivo le esperienze eccellenti che esistono da anni. Sono misure ragionevoli, quantitativamente modeste, che permetterebbero di superare un’immagine vergognosa che il nostro Paese dà all’estero e allo stesso tempo di risparmiare in assistenza sociale. Non illudiamoci. Generando disagio, una spesa prima o poi qualcuno la deve fare. Ogni percorso di mancata integrazione ha il suo costo”.

“Parliamo oggi di queste esperienze e di altre, altrettanto valide, che magari non conosciamo. Parliamo della competenza e della passione di operatori, compagni, amici, che non si umiliano di fare ciò che serve, con contratti che a volte hanno una durata più breve dei permessi di soggiorno dei profughi. Tutte queste sono ricchezze, che offrono prassi già consolidate, che potrebbero essere estere a chi non ne beneficia. Questa è l’altra Italia e ci permettiamo di chiedere, ora, risposte concrete. Non ci accontentiamo solo di intenzioni: ci vogliono impegni precisi e coperture di spesa. Oggi si è accesa una speranza, si sente parlare un altro linguaggio: non è poco, ma non è sufficiente. Non si devono lasciare nuovamente soli i Comuni, chiamati a far fronte alle inadempienze del Governo. E, per prima cosa, si deve controllare attentamente come si stanno spendendo quelle risorse che si dice essere così scarse. E’ vero che si addestrano in Italia, a nostre spese, anche i carcerieri del centro di detenzione libico di Kufra? O che spendiamo la maggior parte dei fondi per finanziare un pattugliamento del Mediterraneo che spesso non interviene? Sentiamo dal telegiornale di pochi giorni fa che una nave italiana non ha soccorso dei profughi che si trovavano in acque territoriali non italiane. Ma la nave era vicina. Questi sono soldi buttati via, per non parlare della complicità nella morte di tante persone”.

“Per il mio Comune [di Milano] vado a caccia di finanziamenti nazionali ed europei, entrando in diretta competizione con altri territori. Questa è una prassi logica? La competizione è normale nel mercato, ma noi non riteniamo, per questo tipo di interventi, di trovarci in un mercato, ma in un Paese che dovrebbe essere in grado di dare risposte integrate… ”

“Tra luglio e ottobre abbiamo assistito sistematicamente a una gestione cialtrona degli sbarchi e degli arrivi. Dai bivacchi all’aperto di Lampedusa (che hanno un costo), i rifugiati sono stati trasferiti in un centro temporaneo a Pozzallo, e poi a Porto Empedocle, o in una palestra di Catania, o in un Palazzetto dello sport a Messina… Così per mesi, di sperpero in sperpero. Cosa volete che pensino queste persone dell’Italia? E cosa penserà l’Italia di queste persone? Possiamo calcolare quanto costa tutta questa cialtronaggine? Oggi, mentre si parla solo di crisi, l’Italia investe 300 milioni di euro per il controllo radar della frontiera sud della Libia. Chi decide queste priorità?”

L’inferno dei viventi non qualcosa che sarà; se ce n’e uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e farlo
durare e dargli spazio.

I. Calvino, Le città invisibili

 

Grazie a Gianfranco, Giancarlo, Emilio, Luigi, Adele, Michele, Filippo, Martino, Maurizio, Isabelle, Salvatore e a tutti quelli che adesso non ho modo e testa di menzionare adesso, ma che danno sostanza ai miei anni passati e spero futuri. Insieme, ciascuno a suo modo, “trainati dalla nostalgia di ciò che ancora non conosciamo”.

Ultimo giorno


Ho in mente almeno un paio di post impegnati, ma oggi se ne impone uno più frivolo. Eccomi arrivata all’ultimo giorno, anzi all’ultima sera, da quarantenne. Domani abbandono la cifra tonda, almeno fino ai cinquanta. Non posso fare a meno di pensare che è passato già un anno dal mio luminoso compleanno social in Monferrato, a cui mi sorprendo di tanto in tanto a ripensare. Tra giovedì e venerdì, a Milano, ho riabbracciato Lorenza, Valentina, Linda, Paola, Jolanda e Veronica (con queste ultime mi sono persino trovata a disquisire di Sacher Torte, quando si dice il revival) e mi sono trovata a benedire, ancora una volta, questo strano mezzo che ci ha fatto incontrare, ciascuna al suo posto e nel suo spazio e, allo stesso tempo, così vicine quando si vuole.

Anche il convegno di sabato a Parma è stato, in qualche modo, un regalo di compleanno (senza che i protagonisti ne fossero consapevoli). Oggi mi guardavo da fuori, sotto il cielo azzurro di piazza del Collegio Romano, e mi piaceva quello che vedevo. Un lavoro in cui ancora credo, una figlia che comincia da avere la voce da grande al telefono, la capacità di entusiasmarmi per un progetto anche se non so se approderà a qualcosa di concreto. Più passa il tempo e più mi sembra che il trucco sia non paragonarsi al modello standard. Se cerco di misurarmi con il metro “degli altri”, di quello che il senso comune si aspetta da una donna di quarant’anni, mi saltano agli occhi tutte le mie mancanze e anomalie. Lo sguardo si ferma sulle voragini degli errori che non si possono recuperare e più mi affanno a inseguire la normalità più mi pare, beffardamente, allontanarsi.

Ma ora, mentre leggo i pre-auguri che mi arrivano in questo momento via mail, in simultaneità perfetta, dalla mia mamma e dalla mia sorella maggiore, mi dico che il trucco sta nel calcolare anche e soprattutto gli indicatori che solitamente non si prendono in considerazione. La capacità di commuovermi leggendo un libro o ascoltando un collega parlare del suo lavoro. Alcune idee che mi vengono e mi fanno pensare che il mio cervello, nonostante le apparenze, è ancora attivo. La curiosità, che mi ha sempre salvato. La capacità di essere felice “anche se”, e di esserlo sul serio e non per affettazione.

Sabato, a Parma, ho sentito acutamente la mancanza di una persona straordinaria e di cui sarebbe stato più che giusto sentire la voce e vedere il sorriso composto e ironico. Avrei voluto avere, in quel momento, una fede tale da pensare che era presente in spirito. Ma no, non arrivo a tanto. Purtroppo. La sento però presente in quei rapporti non formali che si sono cementati anche attraverso di lei e che mi rendono più facile la vita lavorativa quotidiana. Il primo appuntamento lavorativo di domani sarà con i colleghi della Caritas e anche questo per me è una specie di sorriso di lei.

Una volta, tanti anni fa, avevo scelto il cammello come mio totem. Del cammellino d’oro, comprato al Gran Bazar di Istanbul, ho scelto a un certo punto di liberarmi. Del cammello, quando ho aperto (nel 2004) questo blog mi colpiva soprattutto la capacità di resistere alla fatica, fino all’ultimo respiro. Oggi voglio tornare a quello che, originariamente, me lo aveva reso simpatico: il fatto di non essere un animale “bello” in senso classico, ma piuttosto una creatura piena di aspetti inattesi e non banali. Un animale che, nella storia, è stato indispensabile proprio per la sua peculiarità: se non lo avessero addomesticato, ci saremmo persi una fetta significativa del mondo conosciuto. Mai come oggi spero di essere come un cammello: capace di fare la mia parte, qualunque essa sia, senza far finta di essere qualcun altro.