Giugno è il più infame dei mesi. Lo dico con cognizione di causa. Lavorativamente parlando, gli eventi della giornata del rifugiato moltiplicano l’impegno, rendendolo variegato e imprevedibile. Le nostre flessibili job description ci trasformano, anche nella stessa mattinata, in autori di testi e facchini, social media manager e assistenti di sala, conferenzieri e fotografi.
La cosa implica di per sé una buona dose di energia (anche di adrenalina, spesso). Ma non finisce qui. È ormai tradizione, infatti, che il 30 giugno si concludano simultaneamente tutti i progetti finanziati con i Fondi Europei. Ciò implica conclusione delle attività, monitoraggi, pubblicazioni finali, altri eventi e rendicontazione. Per darvi un’idea, nel nostro caso i progetti erano tre.
Fatalmente, proprio quando cominci a vedere la luce in fondo al tunnel, ti approvano i progetti dell’anno successivo, da avviare all’inizio di luglio. Belle notizie, per carità. Ma qui scattano gli adempimenti da compiere entro cinque giorni improrogabilmente (e la successione epica di sfighe e imprevisti che ogni scadenza porta con sé).
Fin qui il lavoro. La scuola intanto ha chiuso il 6 di giugno. Tranquilli, non riparto con la solita filippica. Resta il fatto che quest’anno mi era rimasto un buco di una settimana (questa) tra un campo e l’altro. Per il periodo fin qui coperto ho dovuto assicurare pranzo al sacco ogni giorno, partecipare a un saggio finale alle 15.30 e a due diverse riunioni per prenotare e pagare i campi di luglio.
Aggiungiamo en passant un saggio del coro, un concerto e un picnic di classe (gli ultimi due cancellati per pioggia. La c’è la Provvidenza).
Mia figlia è nata il 16 giugno. Per il compleanno la zia le ha regalato un corso di nuoto due volte a settimana tra le 18 e le 19. Poi c’è stata ovviamente l’organizzazione della festa di compleanno (altro picnic) comprensivo di acquisto di regali e allestimento (per fortuna condiviso con altre due famiglie) di giochi e buffet. La torta fatta con le mie manine non era un obbligo, ma ci tenevo e l’ho fatto.
Ho tentato di portare Meryem a due degli eventi di lavoro che mi parevano più potabili per lei. La visita guidata alla chiesa di S . Andrea al Quirinale la ha detestata. La definisce la cosa più noiosa di tutta la sua vita. Il concerto serale, con qualche espediente, lo ha retto meglio (ho modificato al volo le parole di Moliendo Cafe per intrattenerla) ma nell’ora scarsa dello spettacolo le è caduto un dente. Lascio alla vostra immaginazione. Domenica scorsa ne avevo ben due, di eventi. Saggiamente l’ho parcheggiata tra negozio di Nizam e tata.
Capitolo salute. La visita ortopedica di Meryem mi è costata un giorno di ferie, ma almeno era una tantum. La mia fisioterapia alla caviglia, invece, è tre volte a settimana. Non mi sono risparniata neanche tre giorni di febbre a 39. Per fortuna dal venerdì alla domenica, altrimenti non so come avrei fatto.
La sera del concerto siamo rientrate abbastanza tardi. Ebbene, pioveva copiosamente nel mio bagno. Oltre ai balletti notturni che hanno coinvolto l’intera palazzina, è stato necessario anche essere presenti alla venuta dell’idraulico (rigorosamente dalle 10 del mattino, domani si replica).
Chicca finale. Abbiamo finora collezionato tre trattamenti antipidocchi in un mese, due dei quali mi hanno visto co-protagonista. E non ne siamo ancora usciti.
Devo aggiungere altro? Vi giuro che potrei, ma non voglio essere più prolissa di così. Mi capirete però se vi dico che, nell’ipotesi che sopravviva davvero fino alla fine del mese, ho deciso che mi merito un riconoscimento. Una medaglia, una coppa, una targa. Insomma, devo dirmelo forte da sola, dandomi una vigorosa pacca sulla spalla: “Brava! Ne sei uscita, un po’ ammaccata forse, ma riducendo il danno al minimo. Sono fiera di te”.
La noia è creativa solo d’estate
Non credo che non sappiate come la penso sull’argomento calendario scolastico. Ma è sempre utile riassumerlo e ribadirlo, anche perché mi pare davvero incredibile che in questo Paese non si possa neanche iniziare un dibattito sull’argomento senza levate di scudi surreali.
Provo ad andare per punti, così non mi perdo.
– Per molti anni il calendario scolastico è stato organizzato così. Bene. Ma ciò non vuol dire che sia immutabile per principio. Molte cose sono cambiate negli ultimi venti anni. La didattica, sperabilmente (non sempre), il mondo in cui i nostri figli vivono e anche e soprattutto le dinamiche familiari.
– La scuola pubblica così organizzata oggi non dà le stesse opportunità a tutti i bambini. Il che è vistosamente in contraddizione con il suo mandato. Perché? Perché una scuola che si disinteressa di un quarto dell’anno (a essere buoni) e lo lascia alla privata iniziativa e al libero mercato (chi più ha meglio si arrangia) è una scuola ipocrita. Punto. Le scuole private possono lasciare il calendario che credono, le scuole pubbliche dovrebbero riorganizzarlo tenendo conto della realtà sociale e delle necessità delle famiglie.
– Necessità delle famiglie significa, a scanso di equivoci, necessità di tutti i componenti della famiglia. Dei genitori che lavorano con difficoltà sempre crescenti e non possono mettersi in ferie per tre mesi e mezzo consecutivi; dei genitori come coppia, perché le ferie separate non sono certo una soluzione ideale; degli studenti, sia nell’immediato (un calendario più razionale, con pause cadenzate, come è uso in molti Paesi del mondo è secondo molti esperti un approccio più adeguato anche didatticamente) che forse in prospettiva (andiamo verso un mondo del lavoro maggiormente integrato, non farebbe comodo anche avere un sistema educativo meno eccentrico?). Ma anche necessità dei nonni, se e quando ci sono, che magari sono felici di trascorrere del tempo con i nipoti, ma si godrebbero certo di più intervalli di tempo più ragionevoli, senza rischiare di vedersi degradati a babysitter a costo zero per mesi e mesi.
– Ma le settimane di vacanza scaglionate durante l’anno (come il calendario ipotizzato nell’immagine sopra) vanno comunque “coperte”, mi si obietterà. Certo. Ma volete mettere? Intanto per una parte dei lavoratori prendersi ferie non consecutive è più facile. Per chi può partire si eviterebbe l'”effetto agosto” e quindi sperabilmente ci sarebbe meno speculazione rispetto ai prezzi dei soggiorni. Ci si potrebbe godere meglio tutte le potenzialità del nostro territorio, che non è bello solo d’estate. E per chi resta, un campo di didattica alternativa di una-due settimane ha molte più probabilità di avere un senso. Per un periodo più breve si potrebbero anche organizzare soluzioni a turnazione tra famiglie dello stesso quartiere o soluzioni informali più efficaci. Insomma, tutta un’altra storia.
Non mi venite a dire, vi prego, che i tre mesi e mezzo di vacanze non sono un problema dei bambini, ma solo un problema dei genitori. Ma che messaggio educativo è questo? Io a dividere problemi dei genitori da problemi dei bambini non ci sto. Nella mia famiglia, tutt’altro che esemplare, le difficoltà si ripercuotono su tutti e quindi, ciascuno secondo quello che è in grado di contribuire, sono di tutti. Sono di tutti le gioie, sono di tutti le fatiche.
E risparmiatevi anche i vagheggiamenti sul periodo più bello dell’anno e sulla noia creativa. Mi sono sempre chiesta perché la noia sia creativa solo d’estate (soprattutto, diciamocelo, quando tu genitore hai sbolognato i tuoi figli a qualcun altro alla tua casa al mare/lago/montagna). Piuttosto, da genitori, diamoci una regolata sulle attività extrascolastiche durante l’anno e non esageriamo con i ritmi. Le opportunità sono molte, resistere ad alcune proposte bellissime è difficile. Ma se alcune di queste attività, almeno quelle che non richiedono strutture mirabolanti, trovassero maggiore spazio in una scuola molto più aperta, che sia davvero un riferimento per tutti?
Sette anni
In questo tangram folle di giugno, domani Meryem compie sette anni. Oggi, sulle scale di S. Andrea, la sentivo rispondere un po’ timida a padre Giovanni e ho pensato a quel concerto di Natale a S. Ignazio, quando gli ho detto che ero incinta. E lui che poi raccomandava di farla nascere in un giorno “giusto”, ad esempio quel 12 giugno in cui è nato anche lui. Quella, come tantissime altre cose, non ho ovviamente potuto sceglierla.
Sette anni fa salutavo due donne che mi hanno dato, ciascuna a suo modo, un grande e immeritato affetto: Antonella Spanò e suor Maria Teresa.
Sette anni, intervallo temporale dei miti e delle favole. Proprio una magia mi ha portato la compagnia di questa ragazzina dalle ciglia lunghe e dalla battuta pronta, capace di essere timida con chi non conosce (ma anche di lanciarsi in lunghe e inattese conversazioni con perfetti sconosciuti) e di credere a Babbo Natale e al topo dei denti.
Sette anni non tutti scintillanti, certo. Ma sette anni di vita vera, pienamente vissuta, con immensi squarci di luce che compensano ogni cono d’ombra.
Sette anni da celebrare. Sette anni per cui essere profondamente grati.
Auguri, Guerrigliera.
Reminder
Lo dicevamo nel post precedente: è momento di saggi, picnic, scampagnate, incastri e progetti. Tuttavia credo sia importante, a costo di suonarvi fuori registro, di ricordare a me e a voi – ancora una volta – la Siria. L’ho fatto relativamente spesso, in questi tre anni, da questo blog. Ma converrete forse con me che, considerata la situazione, non se ne parla mai abbastanza.
Dai miei colleghi sul campo so che circa 242.000 siriani vivono attualmente in aree assediate dalle forze governative o dall’opposizione. In queste zone ai civili è negato l’accesso al cibo, alle forniture sanitarie e ai beni essenziali. I tassi di malnutrizione sono in crescita e il rischio di morte per fame è concreto: alcune persone hanno solo olive e lenticchie per sopravvivere.
In appena tre anni il numero degli sfollati è pari a quasi tre volte la popolazione della città di Parigi. Più di un quarto della popolazione siriana ha bisogno di assistenza – rifugiati, sfollati interni e alter persone che vivono in condizioni tragiche.
Finora la guerra ha costretto più di 2,7 milioni di siriani a cercare asilo nei Paesi vicini, ha causato oltre 150.000 vittime e reso sfollati più di 9 milioni di siriani.
Non credo si possa davvero immaginare una situazione del genere. Però credo sia anche importante sapere che decine di migliaia di siriani, mettendo a rischio la propria incolumità e superando le loro diversità di religione, etnia e classe sociale, stanno lavorando insieme incessantemente per fornire assistenza a chi ne ha bisogno e con il preciso intento di costruire una cultura di incontro e di dialogo, gettando semi di pace, di riconciliazione e di futuro per il loro Paese. Questa è la maggioranza silenziosa dei siriani che rifiuta la violenza e che resiste, giorno dopo giorno. Sono profondamente fiera di conoscere personalmente alcuni di loro. A Aleppo, Damasco e Homs il JRS, lavorando così, riesce ad aiutare oltre 300.000 persone.
Oggi vi chiedo di firmare una petizione importante, questa. Dall’Italia le firme sono ancora poche, pochissime, meno del numero dei miei amici di Facebook. Questo mi rattrista un po’. Mi piacerebbe che entro la fine di questo mese, alla chiusura della campagna, il numero fosse di molto superiore.
Giugno
Giugno è un mese infuocato, più di agosto. Il lavoro è una specie di delirio ininterrotto. C’è la fine della scuola, l’inizio dei campi estivi, il compleanno di Meryem. E’ un mese di incastri degni di un tangram, ma anche (in genere) di soddisfazioni, appuntamenti significativi, emozioni.
Ho vari post in canna, ma li devo rimandare per il momento.
Però vi lascio due link di post scritti per altri: una riflessione sulla giornata straordinaria dell’8 giugno scorso sul blog del Centro Astalli e un post sul friendsurfing per Genitori Crescono. Su questo secondo mi concedo un sospiro: che vacanze l’anno scorso! Cercate su Instagram #friendsurfing e rigustate con me che bei posti abbiamo visto, in ottima compagnia.
Mi conforta il pensiero che il 1 agosto si ricomincia la giostra. Ho già un biglietto per Palermo e due biglietti Milano-Zurigo. Tutto sta a riempire ciò che sta in mezzo…
Sfastidiata
Tanto prima o poi questo post lo riscriverò, anche se sull’argomento mi sono già espressa chiaramente lo scorso anno. Quindi tanto vale farlo oggi, che sono comunque di pessimo umore. Quest’anno la scuola chiude la prossima settimana, dopo un numero x di giorni di vacanza e di chiusura dovute a elezioni, festività e ragioni imprecisate.
Non vi ripeto tutta la lamentazione, mi limiterò all’essenziale: una scuola pubblica che chiude per tre mesi abbondanti (un terzo dell’anno) non si preoccupa di fatto di offrire a tutti quelli che la frequentano le stesse opportunità. In quei tre mesi il divario tra chi ha i soldi e chi non li ha (perdonatemi la distinzione terra terra) è di per sé immane. A questo si aggiunge quello tra chi ha i nonni e chi non li ha, tra chi ha un lavoro flessibile e chi non lo ha, eccetera eccetera.
Non è l’unico problema della scuola pubblica, certo. Non è l’unico problema della scuola in generale. Ma è quello di stagione, questo me lo concederete, nonché uno di quelli che più mi brucia, in assoluto.
Qualunque creativa attività che (pagando) si possa avere, migliore o peggiore che sia, ha comunque la caratteristica di essere per sua natura temporanea, disorganica, a volte assolutamente settoriale. Non so se nell’attuale offerta di attività, pur ammettendo di avere budget illimitato e nessun vincolo di luogo e di orario, si potrebbe rintracciare qualcosa che abbia un senso e continui ad averlo per 11 settimane (cioè le settimane di chiusura della scuola meno le tre settimane di ferie di cui posso disporre). Se poi ci si cala nella realtà e si applicano i filtri del pagabile (sia pur con fatica, buffi, rinunce e collette) e del logisticamente compatibile, la scelta si orienta decisamente sul meno peggio.
Paradossalmente il format di famiglia ideale per affrontare le vacanze scolastiche è quello dei genitori separati. Chi non lo è, a volte lo simula prendendo ferie in periodi diversi. Chi è “fortunato” e può disporre dei nonni, provvede a manovre di affido ai limiti dello sbolognamento del pacco ingombrante. Posso dire che tutto questo? A me pare una follia. Una follia pura.
Quello del calendario scolastico mi pare uno dei molti tabù ideologici che esistono in questo Paese. Ah, come era bello quando nella nostra infanzia ci si apriva un periodo spensierato di lunghi mesi senza scuola, di noia creativa, di socializzazione e contatto con la natura… Beh, mi permetto di dire che non tutti l’hanno vissuta così, già allora. Io, che pure potevo contare su una madre insegnante che (salvo esami di maturità) era più libera di altri lavoratori (si può dire almeno questo?), non ricordo vacanze particolarmente straordinarie e memorabili (il budget era quello che era). Ma che, cosa più rilevante, io ritengo che la percentuale di bambini che la vive così adesso non sia la maggioranza. E se anche lo fosse, mi piacerebbe molto che uno Stato civile si preoccupasse un minimo anche di ciò che si prospetta per le minoranze.
Un pizzico di ottimismo
Non ho avuto il minimo dubbio, ieri, sul fatto che a votare ci sarei andata. Vi ho messo a parte di molti miei dubbi e dei miei tormenti, ma forse non ho espresso con abbastanza chiarezza che per me astenersi, ieri, non era un’opzione. Non lo era proprio perché era un voto per l’Europa: le implicazioni nazionali mi sono sforzata di non considerarle.
Per una volta, infatti, è proprio l’Europa che vorrei cambiare. Vorrei un Europa diversa, meno artefice e complice di stragi di rifugiati. Andare a manifestarlo ufficialmente nel modo in cui mi è ancora consentito mi sembrava doveroso.
Oggi, davanti a questi risultati, mi vengono a caldo alcune domande.
Ci sentiamo europei?
La mappa qui sotto fa pensare. Noi in Italia non siamo nemmeno tra quelli che si sono astenuti di più, forse perché abbiamo un po’ l’idea di votare sempre per la nostra politica interna (del resto ce la raccontano così). Ma è inevitabile pensare che forse l’Europa si è smesso di costruirla davvero parecchi anni fa. Slovenia, Ungheria, Polonia, Croazia… Che significa per questi Paesi essere entrati in Europa? Decisamente qualcosa non ha funzionato, o non ha funzionato del tutto.
Eppure pare che il trend di astensionismo, che in passato cresceva a ogni votazione, si sia invertito. Una bella notizia, dunque. A me pare abbastanza sconfortante, ma consoliamoci pensando che poteva andare peggio.
Cosa è successo davvero?
Confesso che ci ho messo un po’ a capirci qualcosa sul parlamento che esce effettivamente dalle urne (grazie al Sole24ore, a proposito). I risultati nazionali, le sorprese e i colpi di scena veri e presunti sembrano attrarre l’attenzione della stampa ben più dei noiosi quadri d’insieme, che però alla fine sono quelli che ci dovrebbero interessare di più.
Alla fin fine, per riassumere in modo un po’ approssimativo, mi pare che i margini estremisti siano cresciuti, ma il solito assetto in qualche modo tenga. Inaspettatamente il risultato del PD in Italia ha contribuito alla tenuta del gruppo socialista e 3 italiani siederanno nei banchi della Sinistra Unita. Ora si deve nominare il Presidente della Commissione. Vedremo.
Siamo anche alla vigilia del semestre di presidenza italiana (un semestre che durerà, di fatto, circa due mesi e mezzo). Ce la facciamo ad interessarcene un po?
Lapo Pistelli, quando è venuto al Centro Astalli, ha giustamente osservato che in un tempo così ridotto non ci si può aspettare grandi rivoluzioni. Ma potrebbe essere un’occasione importante per contribuire con decisione a fissare l’agenda per i prossimi anni. Una finestra preziosa, perché poi il Mediterraneo sparirà dalle turnazioni per un bel po’.
Cosa vedo io?
Io, come dicevo nel titolo, non sono del tutto pessimista. E non tanto o non solo per i risultati elettorali del mio Paese, che facilmente potevano essere assai peggiori. Soprattutto mi conforta quello che vi raccontavo già qua e là per questo blog (per esempio qui): mi pare che si racconti tanto la xenofobia, ma qui e là i cittadini comuni inizino a realizzare quanto disumane e alienanti siano certe pretese ideologiche e a combattere le loro piccole, ma significative rivoluzioni. La solidarietà, la condivisione e l’empatia sono gesti sempre più rivoluzionari. Quando poi si mettono in rete tra loro possono diventare interessanti.
Aspettiamo e vediamo, insomma. Ma non dimentichiamoci mai che la nostra dimensione è il mondo. Lo “squallore provinciale quotidiano”, come lo definiva ieri assai efficacemente un’amica su Facebook, non deve mai avere la meglio. Nessuno di noi desidera crescere i propri figli nello squallore, non è vero? Ecco perché la politica in qualche modo fa inevitabilmente parte della dimensione di un genitore (secondo me).
Rifugiati: ce li possiamo permettere?
Oggi chiedevo a un gruppo di ragazzi in servizio civile in formazione: “Secondo voi quanti rifugiati arrivano in Italia? Tanti o pochi?”. Una ragazza ha risposto prontamente: “Troppi. Ne arrivano troppi”.
Le grandezze, si sa, sono relative. E allora forse è il caso di farla, qualche comparazione.
Quanti sono i migranti forzati nel mondo? Dati UNHCR: 45,2 milioni di migranti forzati. 10,5 milioni di rifugiati registrati (giugno 2013, oggi sono certamente aumentati).
Dove sono i rifugiati nel mondo? Per i 4/5 nei Paesi cd “in via di sviluppo”. La metà in Paesi dove il reddito medio è inferiore a 5 dollari al giorno. A giugno 2013 il Paese che accoglieva il più alto numero di rifugiati era il Pakistan. In termini assoluti e in termini relativi (rispetto al PIL, rispetto alla popolazione, rispetto a qualunque cosa) il carico maggiore grava su Paesi poveri, instabili, già molto provati. Praticamente nessuno di questi Paesi chiude le frontiere davanti a civili in fuga dalla guerra.
Un esempio. Prendiamo il Libano? I rifugiati registrati in Libano sono 1,4 milioni su una popolazione totale di 4,3 milioni. Fatte le debite proporzioni, sarebbe come se in Italia in 3 anni fossero arrivate 20 milioni di persone.
Ancora convinti che arrivino tutti da noi?
Sì, ma quanti arrivano in Europa? Nel 2013 in tutta l’Unione Europea sono state presentate 398.200 domande d’asilo (non tutte accolte, evidentemente). Sono tante o sono poche? Di queste, 109.600 sono state presentate in Germania.
E in Italia? Nel 2013 in Italia ci sono state 27.830 domande d’asilo. Sono tante o sono poche? Una cosa straordinaria la facciamo, e la facciamo solo noi in Europa: da ottobre a oggi le nostre navi militari hanno salvato in mare 30.000 persone. Persone civili, famiglie, bambini in fuga dalla guerra e da dittature spaventose. La responsabilità del soccorso in mare non dovrebbe essere nazionale, ma europea.
Ce lo possiamo permettere? Ci sono cose che vanno fatte perché non è possibile non farle, tipo salvare vite di persone innocenti che peraltro, per il diritto internazionale, hanno assolutamente titolo alla protezione internazionale. Non ci nascondiamo dietro l’alibi economico. I soldi si spendono già, in abbondanza. Si spendono per il contrasto, per la detenzione, per le misure di accoglienza emergenziale rabberciate e inefficaci, e tuttavia non più a buon mercato di interventi di qualità che sarebbe sufficiente progettare. E non stiamo contando molte altre spese ancor meno trasparenti nei Paesi di origine e nei Paesi di transito. No, non è una questione di soldi. Il punto è solo per cosa si decide di spenderli.
Manca un passaggio importante a questo ragionamento. Ma mi spiegano che i post così lunghi sono poco leggibili. Credo che per ora sia sufficiente questo per farci un esame di coscienza e per smontare qualche luogo comune. Il resto alla prossima puntata. Stay tuned.
Disobbedire
Ieri ero, con caparbia testardaggine, alla riunione del comitato dei genitori della mia scuola, per motivazioni analoghe a quelle di cui parlavo a proposito del voto europeo: sostanzialmente, una fede cieca nel fatto che un giorno anche questa assemblea al momento incomprensibile tornerà ad avere un senso. Si è venuto a parlare degli Invalsi e, di conseguenza, del tema più ampio del rispetto delle leggi quando sono, più o meno palesemente, ingiuste.
Il primo pensiero corre, inevitabilmente, a Antigone. Strano come il primo serio pensiero sulla disobbedienza civile mi sia stato insegnato da una professoressa severissima e vecchio stile, che non aveva nulla di sessantottino. Una professoressa che un giorno, traducendo un verso dell’Iliade con la sua vocina tremolante, aveva avuto un’uscita indimenticabile: “Qui in realtà la traduzione letterale sarebbe un po’… un po’… un po’ forte, ecco. Il testo dice infatti: …e tu, ficcatelo…” L’intera classe restò con il fiato sospeso, completando mentalmente la frase interrotta con ogni sorta di colorite immagini. Ma poi la prof riprese: “…ficcatelo… bene in testa!“. Risata omerica (e dunque pertinentissima al testo in questione). Dicevo però che questa donnina temutissima da tutti, facendoci comprendere fino in fondo la pienezza di un classico come la tragedia di Sofocle, ci ha creato in testa quel fondamento teorico che distingue una azione semplicemente illegale da un gesto etico.
Il mio secondo pensiero è andato invece al nocciolo del mio problema attuale: come insegnare a un bambino la disobbedienza? Mi obietterete che non ce n’è alcun bisogno, dato che gli viene assolutamente spontanea. Ecco, appunto.Disobbedienza non significa fregarsene delle regole: al contrario, io credo che abbia valore se chi la pratica crede in un sistema regolato da leggi e lotta per migliorarlo. L’esperienza di un bambino è forse troppo breve per riuscire a spiegare in modo efficace questa differenza. Soprattutto la differenza tra violare una regola per il proprio personale tornaconto e farlo invece in nome di un bene maggiore, universale. O forse sono io che sono troppo limitata?
Il mio terzo pensiero derivava direttamente dal secondo e non era troppo allegro: non credo che sarei davvero capace di violare la legge per un bene più alto. L’ho desiderato molte volte, ma in fin dei conti non ce l’ho mai fatta. Mi piace pensare che forse, in circostanze estreme… Ma poi mi ritrovo sempre, elveticamente ligia. Pago persino il canone RAI, per dire… Evidentemente i miei genitori e i miei educatori sono stati più efficaci nell’insegnarmi il rispetto della norma che nell’incoraggiarne i alcun modo la trasgressione. Ma anche il carattere conta, immagino.
Ma proprio mentre mi crogiolavo in questo semicupo pensiero, stamattina mi si è presentata la straordinaria opportunità di rendermi complice di un gesto di disobbedienza che condivido profondamente. Un gesto dovuto, che denuncia tutta l’ipocrisia delle leggi e delle politiche sull’immigrazione contro cui mi sentite tuonare spesso e volentieri su questo blog. La realtà è la strage di persone innocenti a cui assistiamo inebetiti e persino commossi. La realtà è la cappa di impermeabile indifferenza che gettiamo sui sopravvissuti, che evidentemente non ci commuovono altrettanto. Io stessa, alla Stazione Centrale di Milano, non ho faticato a individuare i siriani in transito, fuggiti dalla guerra e in attesa di altre rocambolesche e disperate fughe qui, a casa nostra.
Per questo, la compassione non è il sentimento giusto. Perché noi siamo soggetti politici, e il non farci carico delle questioni europee perché riguardano “gli altri” per i quali ci commuoviamo è ipocrita, e immorale come le azioni per le quali ci indigniamo.
Per questo, un gruppo di folli ha deciso di cambiare registro. Non più la lacrima come veicolo politico, deresponsabilizzante, ma la festa come strumento di battaglia. Disobbedire con sorrisi, abiti di gala, e situazioni rocambolesche. Perché nulla è più potente per esorcizzare la morte e la sofferenza, di un legame festoso.
Non stare da questa parte, e compatire, ma stare dalla parte giusta. Con la sposa.
Io sto con la sposa nasce così.(Valeria Verdolini, Io sto con la sposa)
Un’avventura iniziata il 14 novembre 2013 a Milano da 23 ragazzi e ragazze, convinti che in questo caso disobbedire si può e si deve. Loro, trafficanti improvvisati per coscienza e per arte, hanno rischiato e rischiano molto. Io non rischio affatto, ma mi piace pensare di essere parte di essere parte di quella “comunità di persone, in Europa e nel Mediterraneo, che come noi sognano che un giorno questo mare smetta di ingoiare le vite dei suoi viaggiatori e torni ad essere un mare di pace, un mare dove tutti siano liberi di viaggiare, e dove nessuno divida più gli uomini e le donne in legali e illegali”. Immaginate di offrire un caffè o una pizza a questi ragazzi, di ospitarli per una notte. Rendetevi complici, nel vostro piccolo. Magari così questa storia arriverà al Festival di Venezia e, da lì, anche ai posti dove questa vergogna può essere cambiata. Potete fare un’offerta, anche piccolissima, qui.
Mamma, chi voti?
“Mamma, ma tu voti?” Sì, Guerrigliera, rispondo sospirando. Un sospiro che è tutto un programma. “E papà?” No, Guerrigliera. Paga più tasse lui da 14 anni a questa parte di buona parte delle persone che conosco, eppure no, lui non è europeo. Ergo non vota.
“E chi voti?”. Oddio. Non lo so, sono indecisa. “Ma devi decidere!”. Temo proprio di sì. “Sei indecisa tra due?”. Sì. “Ti piacciono tutti e due?”. Non esattamente, Guerrigliera. Vuoi la verità? Allora sarò brutale. Se elimino tutti quelli che mai e poi mai potrei sopportare di votare, ne restano due. Però ci sono cose che non mi piacciono anche in questi due. E allora il mio problema è capire quali siano le più importanti. “Ti dò un consiglio, mamma: fai una lista delle cose che ti piacciono di uno, poi una lista delle cose che ti piacciono dell’altro e a quel punto conti chi ne ha di più”. Ecco, non è un’idea malvagia. Quasi quasi… Però il mio problema sai qual è, Guerrigliera? E’ che questa volta ho la sensazione di non avere abbastanza informazioni. E quindi leggo, leggo, e ogni volta che sto per decidermi leggo qualcosaltro che mi fa dubitare di nuovo.
Giorni fa ho letto questo, e quasi mi ero convinta. Oggi leggo questo e il mio cuore vacilla ancora, più che mai. Perché, ve lo confesso, io sono di sinistra. Una sinistra tutta mia, forse. Una sinistra ideale, una sinistra che crede nelle utopie come sguardo che si alza sopra l’orizzonte delle beghe piccole e dei privati interessi. Una sinistra impastata di bene comune, giustizia sociale, Europa e mondo. Ma esiste, questa sinistra?
A anni 41 suonati, 15 dei quali trascorsi nell’arena dell’immigrazione, la disillusione è ai massimi livelli. Conosco e stimo alcuni (pochi) che hanno fatto politica, così come conosco e stimo alcuni (pochi) che hanno trovato nell’università o nella scuola un’occasione di lavorare seriamente. Ma poi lo sguardo cade sul carrozzone, sulle dichiarazioni qualunquiste, sugli slogan infelici. E mi imbarazzo. Mi cascano le braccia. Mi scoraggio.
“Mamma, ma tu voti?”. E certo che voto. Come potrei non votare? Fosse solo per manifestare il mio profondo dissenso, voterò. Anzi, di più. Voterò immaginando che a qualcosa serva. Voterò sperando di capire, un giorno, come restituire un senso a questo mio voto.
P.S. No, non ho ancora deciso al 100%. Se vi sentite di aggiungere consigli, argomentate pure.
