Compleanno guerrigliero


Non mi pare vero che sia passata già una settimana. Ma mi ero ripromessa di parlarvi dei festeggiamenti per il compleanno di Meryem sia per fissare nella memoria una giornata piacevolissima, sia per dare un feedback ai miei lettori alle prese con l’organizzazione di feste di bambini di varie forme e dimensioni.

Come location abbiamo scelto la Città dell’Altra Economia e, in particolare, abbiamo fatto riferimento alla libreria Tana Liberi Tutti. Il posto è caro a me e anche a Meryem. Il luogo offre ampio spazio all’aperto ma anche l’uso esclusivo degli spazi al chiuso, molto piacevoli (e adatti anche a bambini più piccoli). In più, particolare che è stato assai apprezzato dagli adulti presenti, anche i genitori possono passarci piacevolmente alcune ore senza desiderare di disintegrarsi per la disperazione nella ciotola dei pop corn. Quest’anno ci è andata nel complesso bene, ma di feste in ambienti parrocchiali ne avevamo comunque tutti abbastanza.

Rispetto ai possibili pacchetti disponibili, ho optato per la rinuncia al buffet del bar, una animatrice per “giochi della tradizione” all’aperto e una truccatrice (per Meryem questo punto era cruciale).

Al buffet ho pensato io, con la collaborazione di Nizam e di un paio di invitate. E’ venuta fuori una roba monumentale e abbiamo portato a casa (e mandato ad amici) abbondanti avanzi. A futuro memoria, elenco il menu del rinfresco, per circa 20 bambini e adulti annessi e connessi:

– 36 panini tondi salati (18 philadelphia e tacchino; 18 philadelphia e formaggio) – ne sono avanzati 3-4;
– 44 panini tondi alla Nutella – spazzolati;
– 60 pizzette di pasta di pane rosse e 60 bianche – quelle bianche erano troppe;
– frittata di cipolle al curry, offerta da Marielou – spazzolata;
– 8 hotdog tagliati a rotelline + felafel e bork a pezzettini, da Istanbul Kebab – spazzolati;
– patatine (2 buste grandi) e popcorn (due buste piccole) – ne sono avanzati un po‘;
– torta casalinga al cioccolato, arrivata un po’ tardi e per questo rimasta intonsa.

Inoltre c’era la torta di compleanno: due ciambelle del tre cotte in due stampi carini senza buco (una teglia di silicone a forma di cuore e una vagamente a forma di fiore), abbondantemente coperte di glassa di cioccolato e decorate dalla festeggiata, una con un set di decorazioni di zucchero di Hello Kitty e l’altra con numerose caramelline m&m’s. Sono molto contenta della scelta fatta. Le torte sono state spazzolate a tempo di record. Meryem era fierissima di averle fatte con me e decorate da sola (la preparazione è parte della festa, è la prima volta che capisco a fondo questa profonda verità: abbiamo fatto insieme anche i panini). Ci siamo risparmiati un bel salasso di pasticceria e tra l’altro (anche se non potevamo saperlo) questo ci ha aiutato a superare l’unico imprevisto che avrebbe potuto metterci in difficoltà: contrariamente a quanto mi era stato detto, il bar adiacente alla libreria (a causa del fatto che non avevo preso il catering da loro, presumo) non ci ha messo a disposizione il frigorifero. Noi siamo sopravvissuti senza inconvenienti, ma se avessi avuto una torta gelato avrei avuto un problema.

Veniamo alla recensione dell’animazione. In passato avevo espresse varie remore sull’animazione, che però ha indubbiamente i suoi vantaggi. Quella di sabato scorso è stata proprio l’animazione che avrei voluto e dunque posso dire di esserne stata entusiasta. Ai bambini, di varie età, sono state proposte (e non imposte, anche se l’adesione era abbastanza preponderante) attività diverse: giochi con la palla, giochi di corsa, giochi scatenati, giochi più quieti inclusa la pittura di un’enorme striscione di carta che ci è stato poi dato come ricordo della festa. Lo spazio offriva inoltre affari dove arrampicarsi (non riesco ad esprimermi in modo più preciso), un biliardino che ha fatto la felicità dei padri, un tavolo da ping pong che è stato utilmente impiegato dai miei nipoti adolescenti e due spazi di sabbia bordata d’erba, dove alla fine della festa i più motivati hanno razzolato per altre due ore, godendosi la prima brezza del tramonto estivo.

La truccatrice era bravissima (non le solite due cosette propinate a tutti: si è esibita anche in un drago spettacolare su tutta la faccia di un invitato), assai paziente ed è stata apprezzata da Meryem e dai suoi amichetti.

Abbiamo trascorso un pomeriggio molto piacevole e la preparazione non è stata affatto faticosa. Qui trovate qualche foto.

Finisco con un invito: se dovete organizzare festeggiamenti, prendete in considerazione questa soluzione e, in generale, fate una visita alla libreria Tana Liberi Tutti. Propongono tante attività, laboratori, idee. Le ragazze sono gentilissime e competenti. Mi hanno confessato che, in questo periodo di crisi, le cose non vanno benissimo. Mi ha fatto quindi ancora più piacere contribuire, nel nostro piccolo, a una causa importante: mantenere in vita uno spazio di cultura, educazione e svago pensato con attenzione e cura a misura dei nostri figli.

 

Topo di città


Questo weekend mi prendo una pausa dal vortice delle iniziative per la Giornata del Rifugiato, iniziato splendidamente con il convegno di giovedì e che mi travolgerà ancora per una decina di giorni, e mi dedico a un altro piccolo vortice più privato, quello dei festeggiamenti per il sesto compleanno di Meryem.

Anche il compleanno di mia figlia, come il mio, è ravvivato dalle amicizie nate su questo blog. Giù ieri è arrivata Chiara con famiglia e oggi finalmente conoscerò Gabriella. Nel pomeriggio festeggeremo con alcune persone care e gli amichetti di classe alla Città dell’Altra Economia, un posto speciale per me e oggi anche per Meryem.

Adoro il panorama metropolitano del Mattatoio di Testaccio. E’ parte di me, della mia storia. Questo mi fa pensare a uno scambio di battute simmetriche di ieri con la mia omonima pavese. Io dicevo che, con tutto l’empito bucolico e la piacevolezza di un fine settimana nell’aia, io in Cascina non credo che potrei viverci. Chiara, in serata, pur avendo ammirato il centro di Roma con una delle luci più meravigliose che esistano e essersi rifatta gli occhi con la facciata di S. Andrea della Valle e la cupola attorcigliata di S.Ivo alla Sapienza, giustamente osservava che lei a Roma non potrebbe viverci. Come da manuale, Meryem da loro notava divertita la puzza degli animali. Amelia ieri si lamentava della puzza di smog.

Insomma, sembravamo la favola del topo di campagna e del topo di città. Questo pensiero mi diverte e allo stesso tempo mi fa apprezzare la gran fortuna di potersi frequentare e cambiare – temporaneamente – panorama e abitudini.

P.S. Comunque mia madre è entusiasta dei suoi ospiti, che trova assai simpatici. Considerando che la prossima settimana vincerà un violoncellista americano, mi sa che dall’anno prossimo possiamo inaugurare il B&B…

Attenzioni


Questi ultimi sono stati giorni molto ricchi e intensi, che mi piacerebbe fissare nella memoria in ogni dettaglio. Pieni di sorprese, di sollievo, di cose che vanno per il giusto verso. Ho trovato persino il sole a Bruxelles, per dire. Ho scoperto di sapere ancora a memoria molte canzoni di Bruce Springsteen, nonostante l’età che avanza (la mia, eh? lui sembra aver fatto il famoso patto col diavolo). Ma soprattutto sono stati giorni in cui ho ricevuto oltre misura e questo, oltre a commuovermi profondamente, mi ha fatto pensare.

Ho in mente, in particolare, due amiche che, nella loro diversità, hanno molti punti in comune.

Il primo e più facile è che senza il web non avrei avuto l’occasione di conoscerle. E scusate se è poco. Detto in altri termini, senza il web molto probabilmente non sarei andata al mio primo concerto (e che concerto!) a San Siro. Senza il web non avrei mai scoperto il volto umano di Bruxelles e il fascino di un aperitivo di nome Hugo.

Il secondo è che sono due giovani donne piene di poesia. Questo è molto più difficile spiegarvelo, mi rendo conto. Sono cose che si sentono, non so se si possano raccontare davvero. Due immagini: una mantella di cachemire ripiegata in borsa e dei tranci di pesce (pesce del Nilo? che pesce sarà mai? comunque fidatevi, è delizioso) accuratamente riposti in uno zaino. Lo vedete che non rende? Proviamo con il terzo punto, che è anche il più ricco di implicazioni.

Sono due persone piene di attenzioni per gli altri e con il gusto dei dettagli. Questo per me è stato una specie di rivelazione. La generosità istintiva, che travolge, animata dallo slancio del momento, non mi è del tutto estranea. Ma io sono un’impaziente, un’approssimativa. Tante volte finisco con il tirare via, non riesco a tenere alta l’attenzione per molto tempo. Sotto sotto ho sempre pensato che bisogna guardare alla sostanza, che è il pensiero che conta e simili trite e ritrite giustificazioni tipiche dei pecioni come me. Invece sto imparando che la bellezza è nei dettagli. Che un particolare può essere, da solo, più commovente di tutto il resto. Credo che questo abbia molto a che fare con la poesia, per cui io notoriamente non ho grande predisposizione.

Oltre a tutto il resto, Paola e Francesca mi stupiscono di continuo e mi fanno respirare le loro passioni: fiori, sapori, stile, emozioni. Ma soprattutto il loro modo meraviglioso di rendere le loro passioni un mezzo per dare felicità agli altri, di coccolare le persone care con semplicità, gratuità e tanta umiltà. Conosco grandi appassionati e grandi artisti che sono tanto presi da loro stessi da non avere alcuna attenzione per il mondo esterno, nemmeno per i propri più stretti congiunti. Figuriamoci per i viandanti incrociati più o meno per caso nelle svolte della vita. Loro invece sono delle artiste della cura, del fare spazio agli altri. Mi sento tanto, tanto fortunata ad essere stata “adottata” da due persone così.

Mamma che blog, c’ero anch’io


Lo sospettavo che quest’anno sarebbe stato diverso e infatti così è stato. Sono arrivata, stata e partita, ho visto amici, ho goduto di un paio di interessanti panel. Ma se mi guardo indietro, mi pare di aver vissuto questa esperienza con una  certa leggerezza. Forse con maggiore sicurezza di me (che a qualcuno sarà parsa spocchia, presunzione?). Certamente ero più consapevole di cosa avrei trovato e anche più selettiva e convinta nello scegliere, nella grande ricchezza della giornata, quello di cui volevo “fruire”.

Per una volta non mi sono sentita come quando mi perdo davanti a uno scaffale del supermercato e il tempo scorre mentre io passo in rassegna biscotti, salse, bagno schiuma – senza peraltro decidermi a comprare nulla. O come quando mi aggiro tra le pile di libri di Feltrinelli, o tra gli scaffali di una libreria più piccola, sfogliando qua e là. No, questa volta era come al ristorante: mi sono seduta a un bel tavolo, ho scelto i commensali (senza per questo voler snobbare nessuno, si intende), ho ordinato qualche piatto sfizioso e me lo sono gustato in tutta tranquillità, sapendo che scegliere implica rinunciare a altro e non sentendomi però né dilaniata né penalizzata.

Altri meglio di me vi hanno raccontato della fascinazione del pomeriggio, di Coderdojo e di Impara Digitale, con la generalessa Dianora Bardi che ha stregato tutti, me compresa. Io oggi, in questo post in tono minore, voglio ringraziare di cuore Fattore Mamma per l’impeccabile organizzazione e anche Anna, per avermi sorriso timidamente dalla fila dietro alla mia.

Padre Nawras


Venerdì, a Milano, ho sentito citare queste frasi intense del Cardinal Martini, che tempo fa avevo a mia volta ricordato: “Intercedere vuol dire mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto. Non si tratta quindi solo di articolare un bisogno davanti a Dio (Signore, dacci la pace!), stando al riparo. Si tratta di mettersi in mezzo.  Non è neppure semplicemente assumere la funzione di arbitro o di mediatore, cercando di convincere uno dei due che lui ha torto e che deve cedere, oppure invitando tutti e due a farsi qualche concessione reciproca, a giungere a un compromesso. Cosi facendo, saremmo ancora nel campo della politica e delle sue poche risorse. Chi si comporta in questo modo rimane estraneo al conflitto, se ne può andare in qualunque momento, magari lamentando di non essere stato ascoltato. Intercedere è un atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente, è qualcosa di molto più pericoloso. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione”. Non sapevo, però, in che occasione il Cardinale aveva pronunciato, per la prima volta, questo discorso. Era il 29 gennaio del 1991. La guerra in Iraq era appena cominciata. 

Con la cristallina sincerità che gli era propria, Martini non si accontentava di mormorare parole di circostanza. Aveva chiamato le cose con il loro nome, aveva menzionato i dubbi, uno a uno: “Io lo dico e ne do testimonianza: il mio cuore è turbato, la mia coscienza è lacerata, i miei pensieri si smarriscono. Tutti noi, senza fare eccezione tra credenti e non credenti possiamo ripetere: i nostri cuori sono turbati, le nostre coscienze: sono lacerate, i nostri pensieri si smarriscono, le nostre opinioni tendono a dividersi. Smarrimento e angoscia che non ci coinvolgono solo sul terreno del lutto per i morti, delle lacrime per tutti i feriti, del lamento doloroso per i profughi, per i senza tetto, per coloro che vivono nell’angoscia dei bombardamenti giorno e notte. Lo smarrimento e la divisione delle opinioni avvengono pure sul terreno delle riflessioni etico-politiche, che in questi giorni si succedono facendo balenare i più diversi giudizi. Vorrei dire molto di più: lo smarrimento e l’angoscia toccano persino l’ambito della fede e della preghiera, che è quello che ci riunisce questa sera, perché siamo qui per vegliare, digiunare, intercedere, facendo nostre le intercessioni e le grida di tutti gli uomini e le donne, di tutti i bambini, di tutti i vecchi in qualche modo coinvolti nel conflitto del Golfo, di qualunque parte essi siano” (trovate il testo completo di quella veglia che molti milanesi ricordano vividamente qui).

Perché se la riuscissimo a pensare davvero, la guerra, come potremmo parlarne freddamente, razionalmente, in termini statistici e strategici? Forse il punto è proprio questo. Noi la guerra non la pensiamo.

Mentre sentivo parlare di Martini in una bella e sobria sala milanese, pensavo al mio incontro del giorno prima. Padre Nawras è il direttore del JRS Medio Oriente. Siriano. Salvo piccoli viaggi all’estero, vive in Siria, ogni giorno. Ancora una volta sono rimasta spiazzata. Accoglie chiunque con un sorriso franco, aperto. Non si sente in dovere di mantenere un’aria grave, neanche quando parla di situazioni disperate. Ha la credibilità inconfutabile di chi ci sta, lì in mezzo. Di chi ogni giorno è in mezzo alla guerra, senza scampo, allargando le braccia (e dandosi incidentalmente molto da fare). “Il nostro business prospera”, scherza persino, quando viene sottolineata l’incessante crescita di servizi per rifugiati e sfollati interni nel patchwork di un territorio senza unità e senza sicurezza. “Tra un paio di settimane apriremo una piccola mensa nei dintorni di Damasco. E’ un progetto comune tra noi, Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, la parrocchia ortodossa e i comitati di quartiere, musulmani”. Piccola, per la cronaca, significa che servirà 1500 pasti al giorno. Ad Aleppo ne distribuiscono 17.000.

“Che prospettive vede per la Siria?”. “Razionalmente, non si vede nessuna prospettiva. Ma noi siamo cristiani e non perdiamo la fede, no?”. Quello che più mi colpisce, di quest’uomo determinato e coinvolgente, è la sua serenità. Non vedo in lui nessuna traccia del disperato rancore che tanto spesso finisce per attecchire in chi vede ingiustizie e tragedie indicibili. Descrive i check-in, dove in cinque secondi il militare di turno ha il potere di decidere se vivrai o morirai. Una, cento, mille volte. Aggiunge che a volte agli anziani non vengono controllati i documenti: “Un giorno, il mese scorso, un ragazzino di vent’anni mi ha detto che non c’era bisogno che mostrassi il passaporto. ‘Va bene, va bene, zio’, mi ha detto. Mi sono davvero depresso”.

La sua posizione è chiara. Il problema in Siria non è chi e come armare. Il problema è disarmare. E anche in fretta. Fermare la corsa folle a chi distrugge di più, foraggiato da chi non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare.

Quasi mi vergognavo, dopo due riunioni in cui si era parlato di questioni gravi e urgenti, di consegnare di disegni per la Siria che mi erano arrivati da Salò. Ma lui si è illuminato. “Queste sono cose molto importanti. Meravigliose. Me ne sono arrivati anche dalla Germania. Sono segni di speranza molto importanti”. Tornando in autobus ho pensato che i veri santi sono questi. Quelli che non perdono la bussola in mezzo all’inferno e hanno uno sguardo e un’attenzione speciale per tutti. Che non negano di essere turbati (“La cosa più difficile, per me”, ha detto Nawras a un certo punto della conversazione “è continuare a vedere Dio in tutto questo”), ma non si crogiolano nel turbamento. Che non consentono mai alla divisione di prevalere (“noi non lavoriamo per i cristiani di Siria, ma per tutti i siriani, che soffrono ugualmente”). E io sono fortunata di averne incrociato, almeno uno, nella mia vita.

Il tassista e Monica Bellucci


Oggi sono saltata su un taxi, per arrivare in tempo a un incontro di lavoro a cui tenevo molto e di cui certamente vi parlerò in un post a parte. Ma i tassisti romani non mi deludono mai. Questo era l’uomo più stressato del mondo. Parlava a macchinetta con me, ma credo che abbia continuato il discorso parlando da solo, quando sono scesa alla mia destinazione. Dovete capirlo: aveva attaccato alle 5:30, in una giornata di pioggia. Era stato sulla Tiburtina, sulla Nomentana, in mezzo a muraglie compatte di traffico. Ed era ansioso di condividere con me il suo punto di vista, quello di un uomo che ha viaggiato. “In altre città d’Europa, a Monaco, a Londra, a Parigi, c’è un orario in cui il traffico cala perché la gente è in ufficio. A lavorare. Io mi chiedo: ma ‘ndo va tutta ‘sta gente sulla Nomentana alle 10:30 del mattino?”.

“Guardi, mi dia retta: Roma e Napoli per guidare sono le città peggiori del mondo. E Napoli, in confronto a Roma, almeno è piccola, sta tutta lì. Signo’, noi ci lamentiamo, ma stiamo da Dio [il tassista in questione è mio vicino di casa e si riferisce al nostro quartiere]. Pensi a vivere sulla Tiburtina. Sulla Nomentana. Sulla Cassia!!! La Cassia… fanno tanto in fighi, ma non ha idea che inferno di traffico può diventare”.

Io ho tentato di difendere la mia città, che certo, non sarà la più vivibile del mondo, ma cavoli se è bella. Capitemi, mi ero appena affacciata dalla terrazza della sede di Civiltà Cattolica, sopra piazza di Spagna: in assoluto il panorama più stupefacente di Roma che io abbia mai visto. Insomma, l’ho detto anche altre volte: a Roma, forse sbagliando, noi romani perdoniamo molto. Qui il tassista mi ha sorpreso, regalandomi una metafora efficacissima, che vado a condividere con voi (oltre a una ricetta infallibile per il mal di testa: caffè espresso amaro con due gocce di limone, per la cronaca).

“Roma è come una bella donna. Tipo Monica Bellucci, per intenderci. Metti che tu la porti a cena e tutti di guardano a bocca aperta: cavoli, stai a cena con Monica Bellucci! Ti senti un grande. Poi, a un certo punto, quella apre bocca e si mette a dire una sfilza di parolacce. E tu vorresti sprofondare sotto terra. Ecco, Roma è così”.

Non avrei saputo dirlo meglio, specialmente alla vigilia di queste elezioni amministrative.

Mamma Alias


Lei ha otto mesi e lo sa benissimo chi è la sua mamma. Conosce il suo odore, il suo viso, le sue braccia. Eppure questo ai poliziotti italiani non è sufficiente. Perché la storia della sua mamma è una di quelle storie assurde, in cui la burocrazia concorre a rendere più drammatiche le tragedie della vita.

Pensate a una giovane donna. La chiameremo Awet, ma non è il suo nome. E’ una delle giovani eritree fuggite da un regime intollerabile, da un “servizio militare” che somiglia a una schiavitù a vita, in cui le donne devono “fare la loro parte” e non si tratta in genere di compiti strategici. E’ una delle sopravvissute alle odissee del nostro tempo: il Sahara, la Libia, il barcone per Lampedusa. E’ in Italia, è viva, chiede asilo e viene creduta. Ottiene la protezione sussidiaria, un permesso di soggiorno valido tre anni e… nient’altro. Niente soldi, una strada davanti.

Posso immaginare solo in parte il resto della storia. Awet si trova a vivere in quello che i giornali hanno chiamato Selam Palace, la casa della vergogna. Si trova incinta, senza lavoro, in quel contesto violento e malsano. Gli amici, i connazionali, raccontano che qualcuno è andato in Svizzera: lì sì che l’assistenza ai rifugiati è una cosa seria. Basta cambiare nome e tentare ancora la fortuna. Awet si decide, per se stessa e più ancora perché ormai è responsabile anche del futuro di qualcun altro. Va in Svizzera, chiede asilo di nuovo sotto altro nome, partorisce lì.

Ma in Europa ci sono delle regole. Le impronte digitali lo rivelano inequivocabilmente: quella donna asilo l’ha già chiesto e, nonostante le apparenze, lo ha già avuto. Quindi, qualche mese dopo la nascita della sua bimba, viene rimandata in Italia, il Paese che le ha promesso protezione. La protezione per Awet riassume la solita forma delle pareti scrostate del Selam Palace. Con un problema in più. Quando va a fare il permesso di soggiorno per la bambina le obiettano che il nome sull’atto di nascita non è il suo: è l’altro nome, quello falso, quello con cui aveva sperato di cominciare una nuova vita. E quelle stesse autorità che sono state così sicure della coincidenza delle due identità da rispedire la giovane in Italia ora che si tratta di riconoscerle la maternità della bimba non sanno più che lei e l’alias sono la stessa donna. Per uscirne, richiedono un test del DNA. Un test costoso, un test che Awet non sa come pagare, come tante altre cose che pure sarebbero tanto più necessarie.

Oggi questa madre stava seduta nell’ufficio accanto al mio, piangeva e si scusava perché sì, è vero, ha cercato di raggirare un regolamento europeo, non ha rispettato le regole. Ma io, che non invidiavo le mie colleghe che forse non potranno aiutarla, tra me pensavo: chi di noi non avrebbe fatto lo stesso? E, soprattutto: sono davvero moralmente più rispettabili uno Stato che lascia una rifugiata a vivere in uno stabile fatiscente e un altro, che la rimanda lì con una bambina di pochi mesi tra le braccia? E mi sono detta ancora (anche se qualcuno forse si scandalizzerà): dove sono, in questi casi gli zelanti sostenitori della vita a tutti i costi? Quanti funzionari e operatori in fondo (e neanche tanto in fondo) pensano che avrebbe fatto bene a abortire e restarsene buona  a Selam Palace, accontentandosi della soddisfazione di possedere un prezioso pezzo di carta che le permette di non essere “clandestina”?

 

 

Concitazione


Maggio è iniziato a un ritmo insostenibile. Da un lato torna buono, perché essere travolta e con il fiatone mi aiuta a non pensare alla mia insoddisfazione cronica. Ciò nonostante giusto ieri meditavo di aprire un secondo blog. Poi mi sono guardata negli occhi da sola e io e me stessa ci siamo sbellicate dalle risate. Mi ci manca solo questo. (Dite che sono un filino scissa? Questo è nulla, credetemi sulla fiducia).

Stamattina pensavo che più che la lista delle cose da fare dovrei mettermi in bella vista sulla scrivania quella delle cose già fatte. Non migliorerebbe la mia produttività, ma forse mi aiuterebbe a superare lo sconforto cosmico che mi assale ogni volta che guardo il calendario, o anche semplicemente l’orologio.

Non posso esimermi dal comunicarvi un importante obiettivo centrato: sono stato presente al primo saggio dell’anno. Lo so, lo so, è solo l’inizio. Ma da qualche parte si deve pure cominciare. Ok, baci a tutti, ora devo scappare.

Orrore e bellezza


La mattina della festa della mamma non è iniziata nel migliore dei modi. Immaginavo una passeggiata senza impegno ai Fori Imperiali, complice la bella giornata di sole. Io e Meryem siamo sbucate dalla metro di Colosseo mentre iniziava a sfilare il corteo “per la vita”. Ammetto che non solo non lo sapevo, ma non ero preparata. Ho letto cartelli che erano schiaffi in pieno viso per una come me. Non ho visto la croce ornata di feti, ma ho visto striscioni dello stesso morboso cattivo gusto. E’ la prima volta che mi trovo davanti un corteo organizzato di fondamentalisti. Vederli sfilare lì, sotto il Colosseo, accanto a tanti ragazzi che partecipavano a una manifestazione sportiva, mi ha fatto molta impressione. Come sempre, in queste manifestazioni sul diritto alla vita, i titolari del diritto sembrano essere esclusivamente i feti. Dopo la nascita ciascuno può morire come meglio crede. Non mi pare una coincidenza che non si faccia mai menzione, in questi contesti, dei milioni di vittime innocenti dei conflitti del mondo, dell’iniqua distribuzione delle ricchezze del pianeta, della nostra indifferenza, dell’incompetenza e del cinismo di chi eleggiamo a governarci e amministrarci. Aggiungo solo una notazione: anche rispetto alle varie forme di disabilità, alle malattie genetiche, alle sindromi le più varie, mi pare che la preoccupazione di questi attivisti si limiti al tentativo, anche violento, di scongiurare l’aborto. Poi ognuno si impicchi come può. Si torna oggetto di interesse solo se si è ridotti allo stato vegetativo.

Questi e altri più cupi pensieri cercavo di camuffare stamattina ai Fori Imperiali. Prima che Meryem mi facesse troppe domande, mi sono rituffata nella metro e ho sfoderato il piano B: Palazzo Barberini. Sapevo che l’ingresso era gratuito e che c’erano dei laboratori. Ma confesso che non nutrivo grandi speranze né aspettative. E invece. Anche la tempistica ci ha favorito. Siamo arrivate proprio mentre cominciava una piacevolissima esibizione di ottoni: ragazzi e ragazze di varie età hanno suonato brani rinascimentali, spostandosi tra il cortile e il porticato, con le trombe che si affacciavano dalla balconata. Il maestro spiegava i pezzi in un linguaggio accessibile anche ai bambini presenti. Poi ci siamo andate a registrare per entrare.

“Per la bambina laboratorio?”. Ne iniziava uno di lì a un quarto d’ora. Era prevista un’ora e mezza: 45 minuti di visita per bambini e 45 di laboratorio didattico. Ok, la Guerrigliera era entusiasta. “E per lei visita guidata?”. Oddio, ma farò in tempo? Mi spiegano che la sincronia è assicurata: farei parte del gruppo giallo, che finirebbe la visita giusto in tempo per riprendere la fanciulla all’uscita dalle sue creative attività. Tutto gratis, ovviamente. Ok, perché no? Ci affacciamo nella stanza dei laboratori e Meryem riceve al volo una maglietta graziosissima, che ne sancisce l’appartenenza al gruppo dei gialli e viene invitata a iniziare a familiarizzare con guide e animatrici. Insomma, me la sequestrano un quarto d’ora prima del previsto. Io sono frastornata. Gironzolo incerta in attesa che inizi la mia visita. Mi rendo conto che io non so neanche cosa ci sia, a Palazzo Barberini. Ricordo confusamente una conferenza organizzata dal Circolo dell’Areonautica. Ma, appurerò poi, dal 2006 è tutto museo.

La mia guida è una giovane storica dell’arte della sovrintendenza, evidentemente un po’ provata (era la sua quarta visita consecutiva), ma comunque molto professionale. Quando si parte, finalmente, mi rilasso. Non sapere cosa mi aspettava accresce l’impatto. Certo, la visita è appena un assaggio (45 minuti), vista la ricchezza della collezione. Ma anche la piccola selezione che visitiamo è sufficiente a immergermi nella bellezza, quella vera, assoluta, universale. Quella di cui le giornate in salita hanno tanto bisogno.

Poi sono andata a prendere la Guerrigliera entusiasta, a cui è stato anche fatto omaggio di una pregevole raccolta di schede e stickers sulla Galleria Borghese dal titolo Incornicia l’arte.

Il tutto faceva parte del progetto “L’Arte si mette in gioco” realizzato da Il Gioco del Lotto-Lottomatica in collaborazione con la Galleria Nazionale di Arte Antica in Palazzo Barberini. Meryem ha molto apprezzato anche la visita: mi ha parlato di una specie di caccia al tesoro, in cui dovevano rintracciare degli elementi della scheda che avevano nei quadri di alcune sale e anche del fatto che hanno potuto saltellare tutti insieme per i gradini bassi della scalinata di Borromini. La visita era prevista anche per i bambini sordi, in collaborazione con una onlus specializzata.

Trovate qui la versione di Meryem del Ritratto di Erasmo da Rotterdam. Quella a sinistra è una libreria e quello al centro un libro (nel caso non lo aveste capito da soli).

 

Nuovo mondo


Stamattina, contravvenendo ai miei principi, ho condiviso su Facebook un articolo di Igiaba Scego che criticava assai severamente l’intervista di Lucia Annunziata al neo ministro per l’immigrazione Cécile Kyenge senza aver ascoltato il programma in questione. Non ne sono pentita, anche perché ne è nato un bello scambio tra alcune mie amiche. Ma mi metteva a disagio riportare l’opinione altrui senza essermene fatta una mia.

Stasera ho rimediato e potete stare tranquilli: condivido pienamente le critiche espresse da Igiaba. Ho ascoltato attentamente la terminologia usata dalla giornalista e davvero il linguaggio diceva tutto. Non sto a ribadire cose già dette efficacemente su Corriere Immigrazione. Ma condivido un dubbio ulteriore.

La Annunziata ha fatto ripetutamente riferimento a un “nuovo mondo”. Concetto quantomeno bizzarro, a cavallo tra lo sfasamento geografico e quello temporale. Ma cosa intendeva, di preciso? Dal “nuovo mondo” sembra, secondo la giornalista, venire la neoministra e, in quanto tale, è suo dovere chiarire i molti aspetti per cui, a suo dire, non sarebbe “in regola” e che dunque “possono esserle imputati”. Il nuovo mondo, in questa prima parte dell’intervista, parrebbe quel contesto straniero, estraneo e in qualche misura folkloristico (“intrigante”, è la parola usata) che si oppone alla nostra “regolare” realtà. Poligamia, politeismo, animismo… Di questo “nuovo mondo” parrebbe far parte in qualche misura anche il marito “calabrese” (nato e vissuto a Modena, peraltro, ma lo ius sanguinis, si sa, è una brutta bestia). Ci si chiede perché mai questo mondo sarebbe nuovo. Sospetto fortemente che il mondo sia sempre stato lì, a prescindere dalla nostra capacità di guardare al di là del nostro naso o meno.

Ma poi, nella seconda parte, sembra emergere un quadro diverso. Chiedendo ripetutamente a Davide Piccardo conto della sua fede religiosa (“musulmano PERO’ perfettamente italiano”), la Annunziata afferma con una certa enfasi: “Nel nuovo mondo dobbiamo cominciare a dare patenti molto specifiche su chi è chi”. C’è un nuovo mondo in vista, dunque. Questa di per sé non è una cattiva notizia, visto quello che ci troviamo tra le mani ora. Mi chiedo come e quando avverrà questa metamorfosi socio-politica. Resta però qualche ansia su queste patenti. Perché devono essere molto specifiche? E chi mai dovrebbe darle, o chiedere di esibirle?

La specificità della patente più che un fatto nuovo o un fatto vecchio mi pare una pretesa irrealizzabile. Chi mai, nella storia del mondo, ha posseduto una patente molto specifica? Solo i personaggi di fantasia. Sì, mi sono divertita a immaginare cosa scrivere sulla mia patente. Romana (dal luogo di nascita), o calabrese (origine di mia madre, sospetto che sia un carattere dominante), o friulana (mia padre) o addirittura slovena (mio nonno)? Cattolica (ma quanto cattolica? battezzata? sì, battezzata, cara signora Annunziata, quello è proprio il minimo sindacale mi sa), convivente con musulmano (ma quanto musulmano?). Madre di figlia unica e femmina o lavoratrice? Di sinistra? Blogger? Disordinata? Non so perché, ma tutto ciò mi suona molto poco specifico.

Fuor di celia, in quadro che emerge da questa mezzora di cosiddetto servizio pubblico è piuttosto desolante. La Annunziata dipinge politici e sindaci che “camminano sulle uova” quando si arriva a questioni che riguardano “la pelle (!), o la religione, o il cibo (?), o i soldi (?)”. Ma siamo davvero messi così male? Parrebbe davvero di sì.

Su una cosa la ministra Kyenge ha perfettamente ragione: la società civile urla perché si facciano i cambiamenti indispensabili o, almeno, li si riconosca quando sono già in atto da anni sul territorio. Se poi lei, con tutti i molti limiti del suo mandato, potrà fare qualcosa è presto per dirlo. Certo, se si iniziasse a fare del giornalismo decoroso e serio sarebbe già un contributo. A costo zero, peraltro. Perché allo stesso prezzo di un’intervista stupida e grondante razzismo e luoghi comuni se ne potrebbe realizzare una sensata. Non vi pare?