Scatole


Stamattina mi sono svegliata animata da una rara ondata di zelo ordinatore. Ieri pomeriggio un amichetto di Meryem è venuto a giocare e la visione della sua mamma sofisticata seduta un po’ in pizzo sul divano del mio salone che fissava sconcertata il caos primordiale che pareva brulicare tutto intorno a lei deve aver avuto una parte nel mio improvviso impulso a migliorare le cose, sia pur quel minimo.

Alle nove avevo già preparato un bustone di roba da buttare. Alle nove e mezza, dopo aver provato invano a convincere Nizam ad andare da Ikea, gli avevo comunque intimato di smontare il lettino di Meryem. Lui, senza battere ciglio, ha rimandato l’impresa a lunedì o martedì, ottenendo il duplice vantaggio di placarmi sul momento (se si fosse rifiutato avrei insistito fino allo sfinimento) e anche di consentire a sua figlia di non dormire sulla nuda terra per un altro paio di giorni.

Dopo pranzo mi sono dedicata ai vestiti di Meryem. Ho comprato dal cinese sotto casa due bauletti “Angelo”, al vantaggioso presso di 2,90 euro cadauno. Andavano montati ciascuno con 28 affaretti di plastica tipo chiodini. Quaranta minuti dopo avevo il pollice viola e due contenitori troppo piccoli con puttini stucchevoli su ogni lato. Torno dunque dal cinese e acquisto altre quattro scatole, da montare chiudendo grossi automatici già attaccati alla superficie (prezzo 3,20 euro: a questo punto mi viene solennemente consegnata una tessera fedeltà del negozio Yin con il primo timbrino – chissà che si vince). Smadonnando altri dieci minuti ottengo altri quattro contenitori di più agevole montaggio, ma ugualmente brutti e assai più sbilenchi.

A quel punto sono pronta a domare il caos. Rinuncio all’impresa di provare i vestiti a Meryem, che è di umore assassino già dopo il secondo. Vado a occhio. Butto tutto fuori e divido in quattro categorie: estate sì (da riporre nel cassettone), estate no (vestiti da scartare), inverno sì (da tenere per l’anno prossimo), inverno no (da scartare). Non posso permettermi mezze stagioni, ma lo sanno tutti che non esistono.

Due ore dopo sono fierissima di me. Una volta riempite, chiuse (a volte tamponando di nastro adesivo) e inguattate le scatole, la stanza ha esattamente lo stesso aspetto di prima. Però in un certo senso ho realizzato, sia pur parzialmente, un cambio di stagione. Queste sì che sono soddisfazioni.

Quel che è mio


Stamattina leggo questo post di Anna e mi scopro a pensare un’ovvietà, proprio da frase di Gibran trita e ritrita, gettonatissima a battesimi e matrimoni: i figli non sono nostri. Per me questa è stata una delle poche certezze della maternità, tanto che mi imbarazzo persino quando mi fanno i complimenti per lei (mica è merito mio se è bella!) o quando, da piccolina, mi chiedevano a chi somigliasse. A me pareva infatti che somigliasse a se stessa e a nessun altro.

Altra cosa, chiaramente, è la responsabilità. Io mi sento responsabile di quasi tutto quello che riguarda Meryem e, in particolare, di tutti i suoi “non ancora” (pochi, a dire il vero). Ad esempio non nuota ancora con sicurezza senza braccioli: non va in piscina e i nostri soggiorni al mare non sono mai stati degni di questo nome. Stamattina mi è sembrata improvvisamente una mancanza grave e mi sono sentita in colpa. So che è stupido, e comunque è una divagazione rispetto a quello che volevo dire. Lascio le paturnie materne e riprendo il filo.

Ieri pomeriggio ho partecipato a un’iniziativa per la Giornata del Rifugiato alla Biblioteca Nicolini, a Corviale. A un certo punto sono arrivate delle persone che curano il gruppo di lettura della biblioteca: avevano in mano le due raccolte di storie di rifugiati curate dal Centro Astalli, La notte della fuga e Terre senza promesse. Hanno raccontato le loro impressioni di lettura e ho subito avuto una successione di emozioni velocissime.

1. Sono loro! Sono i nostri libri! Li ho scritti io! (Ok, anche io. Ma insomma, sono un po’ figli miei).
2. Mica è tanto vero. Chiara, ricomponiti. Il punto di forza di questi libri sono le storie e quelle mica le abbiamo inventate noi. Le storie sono di chi le ha vissute (uno di loro era presente) e ce le ha regalate.
3. Sai una cosa, Chiara? Questi libri non sono più tuoi, dei rifugiati, del Centro Astalli, di tutte le persone che hanno scritto, pensato, corretto le bozze. Sono di tutti. Sono in svariate biblioteche d’Italia. Sono e saranno letti da molte persone, che non conosco e non incontrerò mai.

Come dice Barbara Summa, “le storie sono per chi le ascolta”. Anzi, forse le storie sono proprio di chi le ascolta, le legge, le pensa e le ripensa, le ricorda. Non è emozionante? E improvvisamente realizzo che anche i figli sono di chi li incontra, di chi ci parla, di chi li ama, di chi li educa, di chi impara da loro, di chi ci litiga, di chi li stupisce: una quantità immensa di persone, che solo in parte conoscerò. Questo è davvero emozionante e stamattina, anche qui in fondo al sottoscala dove lavoro, mi toglie il fiato.

Compleanno guerrigliero


Non mi pare vero che sia passata già una settimana. Ma mi ero ripromessa di parlarvi dei festeggiamenti per il compleanno di Meryem sia per fissare nella memoria una giornata piacevolissima, sia per dare un feedback ai miei lettori alle prese con l’organizzazione di feste di bambini di varie forme e dimensioni.

Come location abbiamo scelto la Città dell’Altra Economia e, in particolare, abbiamo fatto riferimento alla libreria Tana Liberi Tutti. Il posto è caro a me e anche a Meryem. Il luogo offre ampio spazio all’aperto ma anche l’uso esclusivo degli spazi al chiuso, molto piacevoli (e adatti anche a bambini più piccoli). In più, particolare che è stato assai apprezzato dagli adulti presenti, anche i genitori possono passarci piacevolmente alcune ore senza desiderare di disintegrarsi per la disperazione nella ciotola dei pop corn. Quest’anno ci è andata nel complesso bene, ma di feste in ambienti parrocchiali ne avevamo comunque tutti abbastanza.

Rispetto ai possibili pacchetti disponibili, ho optato per la rinuncia al buffet del bar, una animatrice per “giochi della tradizione” all’aperto e una truccatrice (per Meryem questo punto era cruciale).

Al buffet ho pensato io, con la collaborazione di Nizam e di un paio di invitate. E’ venuta fuori una roba monumentale e abbiamo portato a casa (e mandato ad amici) abbondanti avanzi. A futuro memoria, elenco il menu del rinfresco, per circa 20 bambini e adulti annessi e connessi:

– 36 panini tondi salati (18 philadelphia e tacchino; 18 philadelphia e formaggio) – ne sono avanzati 3-4;
– 44 panini tondi alla Nutella – spazzolati;
– 60 pizzette di pasta di pane rosse e 60 bianche – quelle bianche erano troppe;
– frittata di cipolle al curry, offerta da Marielou – spazzolata;
– 8 hotdog tagliati a rotelline + felafel e bork a pezzettini, da Istanbul Kebab – spazzolati;
– patatine (2 buste grandi) e popcorn (due buste piccole) – ne sono avanzati un po‘;
– torta casalinga al cioccolato, arrivata un po’ tardi e per questo rimasta intonsa.

Inoltre c’era la torta di compleanno: due ciambelle del tre cotte in due stampi carini senza buco (una teglia di silicone a forma di cuore e una vagamente a forma di fiore), abbondantemente coperte di glassa di cioccolato e decorate dalla festeggiata, una con un set di decorazioni di zucchero di Hello Kitty e l’altra con numerose caramelline m&m’s. Sono molto contenta della scelta fatta. Le torte sono state spazzolate a tempo di record. Meryem era fierissima di averle fatte con me e decorate da sola (la preparazione è parte della festa, è la prima volta che capisco a fondo questa profonda verità: abbiamo fatto insieme anche i panini). Ci siamo risparmiati un bel salasso di pasticceria e tra l’altro (anche se non potevamo saperlo) questo ci ha aiutato a superare l’unico imprevisto che avrebbe potuto metterci in difficoltà: contrariamente a quanto mi era stato detto, il bar adiacente alla libreria (a causa del fatto che non avevo preso il catering da loro, presumo) non ci ha messo a disposizione il frigorifero. Noi siamo sopravvissuti senza inconvenienti, ma se avessi avuto una torta gelato avrei avuto un problema.

Veniamo alla recensione dell’animazione. In passato avevo espresse varie remore sull’animazione, che però ha indubbiamente i suoi vantaggi. Quella di sabato scorso è stata proprio l’animazione che avrei voluto e dunque posso dire di esserne stata entusiasta. Ai bambini, di varie età, sono state proposte (e non imposte, anche se l’adesione era abbastanza preponderante) attività diverse: giochi con la palla, giochi di corsa, giochi scatenati, giochi più quieti inclusa la pittura di un’enorme striscione di carta che ci è stato poi dato come ricordo della festa. Lo spazio offriva inoltre affari dove arrampicarsi (non riesco ad esprimermi in modo più preciso), un biliardino che ha fatto la felicità dei padri, un tavolo da ping pong che è stato utilmente impiegato dai miei nipoti adolescenti e due spazi di sabbia bordata d’erba, dove alla fine della festa i più motivati hanno razzolato per altre due ore, godendosi la prima brezza del tramonto estivo.

La truccatrice era bravissima (non le solite due cosette propinate a tutti: si è esibita anche in un drago spettacolare su tutta la faccia di un invitato), assai paziente ed è stata apprezzata da Meryem e dai suoi amichetti.

Abbiamo trascorso un pomeriggio molto piacevole e la preparazione non è stata affatto faticosa. Qui trovate qualche foto.

Finisco con un invito: se dovete organizzare festeggiamenti, prendete in considerazione questa soluzione e, in generale, fate una visita alla libreria Tana Liberi Tutti. Propongono tante attività, laboratori, idee. Le ragazze sono gentilissime e competenti. Mi hanno confessato che, in questo periodo di crisi, le cose non vanno benissimo. Mi ha fatto quindi ancora più piacere contribuire, nel nostro piccolo, a una causa importante: mantenere in vita uno spazio di cultura, educazione e svago pensato con attenzione e cura a misura dei nostri figli.

 

Topo di città


Questo weekend mi prendo una pausa dal vortice delle iniziative per la Giornata del Rifugiato, iniziato splendidamente con il convegno di giovedì e che mi travolgerà ancora per una decina di giorni, e mi dedico a un altro piccolo vortice più privato, quello dei festeggiamenti per il sesto compleanno di Meryem.

Anche il compleanno di mia figlia, come il mio, è ravvivato dalle amicizie nate su questo blog. Giù ieri è arrivata Chiara con famiglia e oggi finalmente conoscerò Gabriella. Nel pomeriggio festeggeremo con alcune persone care e gli amichetti di classe alla Città dell’Altra Economia, un posto speciale per me e oggi anche per Meryem.

Adoro il panorama metropolitano del Mattatoio di Testaccio. E’ parte di me, della mia storia. Questo mi fa pensare a uno scambio di battute simmetriche di ieri con la mia omonima pavese. Io dicevo che, con tutto l’empito bucolico e la piacevolezza di un fine settimana nell’aia, io in Cascina non credo che potrei viverci. Chiara, in serata, pur avendo ammirato il centro di Roma con una delle luci più meravigliose che esistano e essersi rifatta gli occhi con la facciata di S. Andrea della Valle e la cupola attorcigliata di S.Ivo alla Sapienza, giustamente osservava che lei a Roma non potrebbe viverci. Come da manuale, Meryem da loro notava divertita la puzza degli animali. Amelia ieri si lamentava della puzza di smog.

Insomma, sembravamo la favola del topo di campagna e del topo di città. Questo pensiero mi diverte e allo stesso tempo mi fa apprezzare la gran fortuna di potersi frequentare e cambiare – temporaneamente – panorama e abitudini.

P.S. Comunque mia madre è entusiasta dei suoi ospiti, che trova assai simpatici. Considerando che la prossima settimana vincerà un violoncellista americano, mi sa che dall’anno prossimo possiamo inaugurare il B&B…

Mamma che blog, c’ero anch’io


Lo sospettavo che quest’anno sarebbe stato diverso e infatti così è stato. Sono arrivata, stata e partita, ho visto amici, ho goduto di un paio di interessanti panel. Ma se mi guardo indietro, mi pare di aver vissuto questa esperienza con una  certa leggerezza. Forse con maggiore sicurezza di me (che a qualcuno sarà parsa spocchia, presunzione?). Certamente ero più consapevole di cosa avrei trovato e anche più selettiva e convinta nello scegliere, nella grande ricchezza della giornata, quello di cui volevo “fruire”.

Per una volta non mi sono sentita come quando mi perdo davanti a uno scaffale del supermercato e il tempo scorre mentre io passo in rassegna biscotti, salse, bagno schiuma – senza peraltro decidermi a comprare nulla. O come quando mi aggiro tra le pile di libri di Feltrinelli, o tra gli scaffali di una libreria più piccola, sfogliando qua e là. No, questa volta era come al ristorante: mi sono seduta a un bel tavolo, ho scelto i commensali (senza per questo voler snobbare nessuno, si intende), ho ordinato qualche piatto sfizioso e me lo sono gustato in tutta tranquillità, sapendo che scegliere implica rinunciare a altro e non sentendomi però né dilaniata né penalizzata.

Altri meglio di me vi hanno raccontato della fascinazione del pomeriggio, di Coderdojo e di Impara Digitale, con la generalessa Dianora Bardi che ha stregato tutti, me compresa. Io oggi, in questo post in tono minore, voglio ringraziare di cuore Fattore Mamma per l’impeccabile organizzazione e anche Anna, per avermi sorriso timidamente dalla fila dietro alla mia.

A Milano, di nuovo


Sono stata incerta fino all’ultimo: partecipare o no a Mamma che Blog quest’anno? Anche l’anno scorso era stata una fantastica esperienza, certo (lo raccontavo qui). Ma a un certo punto mi sono sorpresa, complice un certo scoramento esistenziale, a chiedermi: ma perché vado? La spesa del viaggio si giustifica? Ha ancora senso per me partecipare a un raduno così? Io che sono una blogger anomala, sia per stile che per argomento, che di personal branding e piani editoriali non capisce nulla, un po’ anche per scelta?

Sì, sono convinta che abbia ancora senso e condivido con voi le mie motivazioni, in ordine sparso (e non di importanza).

* Voglio fare questa esperienza con Meryem. Cioè, più precisamente: voglio prendermi un weekend al nord con Meryem, come abbiamo fatto a dicembre, e questa era una buona scusa occasione.

* Mi fa piacere sinceramente rivedere alcune amiche. Il virtuale va bene, ma ogni tanto si sente mancanza di carne e ossa (chi più carne, chi più ossa).

* L’organizzazione è fantastica e i temi comunque interessanti. Uno spazio di ascolto e riflessione dal vivo è sempre un’occasione ghiotta.

* Due anni fa (mi pare) ho fatto un intervento un po’ confuso e esitante sulle possibili interazioni tra social e sociale. Nel caos delle varie esperienze mi pare di essermi chiarita un po’ le idee rispetto alla strada che potrei percorrere. Perché mi sa che ne voglio percorrere una. Ho fatto qualche esperimento. Insomma, ancora non ho davvero un progetto, ma è come se nella mia testa, da qualche parte, frullasse qualcosa. E allora non c’è posto e occasione come il Mamma che Blog per aggiungere carne al fuoco, per far fermentare ancora un po’ i miei rimuginamenti.

Non ho biglietti da visita, come al solito. Ma ho deciso che da oggi smetto ufficialmente di scusarmi per il nome del mio blog. Sono Yeni Belqis e così mi presenterò, senza postille, premesse e giustificazioni. Come, non lo conosci? Cercalo (se sei capace, eh eh eh).

Ci vediamo al Quanta, allora. Fatevi riconoscere, che sono poco fisionomista e anche un po’ cecata.

Mamma Alias


Lei ha otto mesi e lo sa benissimo chi è la sua mamma. Conosce il suo odore, il suo viso, le sue braccia. Eppure questo ai poliziotti italiani non è sufficiente. Perché la storia della sua mamma è una di quelle storie assurde, in cui la burocrazia concorre a rendere più drammatiche le tragedie della vita.

Pensate a una giovane donna. La chiameremo Awet, ma non è il suo nome. E’ una delle giovani eritree fuggite da un regime intollerabile, da un “servizio militare” che somiglia a una schiavitù a vita, in cui le donne devono “fare la loro parte” e non si tratta in genere di compiti strategici. E’ una delle sopravvissute alle odissee del nostro tempo: il Sahara, la Libia, il barcone per Lampedusa. E’ in Italia, è viva, chiede asilo e viene creduta. Ottiene la protezione sussidiaria, un permesso di soggiorno valido tre anni e… nient’altro. Niente soldi, una strada davanti.

Posso immaginare solo in parte il resto della storia. Awet si trova a vivere in quello che i giornali hanno chiamato Selam Palace, la casa della vergogna. Si trova incinta, senza lavoro, in quel contesto violento e malsano. Gli amici, i connazionali, raccontano che qualcuno è andato in Svizzera: lì sì che l’assistenza ai rifugiati è una cosa seria. Basta cambiare nome e tentare ancora la fortuna. Awet si decide, per se stessa e più ancora perché ormai è responsabile anche del futuro di qualcun altro. Va in Svizzera, chiede asilo di nuovo sotto altro nome, partorisce lì.

Ma in Europa ci sono delle regole. Le impronte digitali lo rivelano inequivocabilmente: quella donna asilo l’ha già chiesto e, nonostante le apparenze, lo ha già avuto. Quindi, qualche mese dopo la nascita della sua bimba, viene rimandata in Italia, il Paese che le ha promesso protezione. La protezione per Awet riassume la solita forma delle pareti scrostate del Selam Palace. Con un problema in più. Quando va a fare il permesso di soggiorno per la bambina le obiettano che il nome sull’atto di nascita non è il suo: è l’altro nome, quello falso, quello con cui aveva sperato di cominciare una nuova vita. E quelle stesse autorità che sono state così sicure della coincidenza delle due identità da rispedire la giovane in Italia ora che si tratta di riconoscerle la maternità della bimba non sanno più che lei e l’alias sono la stessa donna. Per uscirne, richiedono un test del DNA. Un test costoso, un test che Awet non sa come pagare, come tante altre cose che pure sarebbero tanto più necessarie.

Oggi questa madre stava seduta nell’ufficio accanto al mio, piangeva e si scusava perché sì, è vero, ha cercato di raggirare un regolamento europeo, non ha rispettato le regole. Ma io, che non invidiavo le mie colleghe che forse non potranno aiutarla, tra me pensavo: chi di noi non avrebbe fatto lo stesso? E, soprattutto: sono davvero moralmente più rispettabili uno Stato che lascia una rifugiata a vivere in uno stabile fatiscente e un altro, che la rimanda lì con una bambina di pochi mesi tra le braccia? E mi sono detta ancora (anche se qualcuno forse si scandalizzerà): dove sono, in questi casi gli zelanti sostenitori della vita a tutti i costi? Quanti funzionari e operatori in fondo (e neanche tanto in fondo) pensano che avrebbe fatto bene a abortire e restarsene buona  a Selam Palace, accontentandosi della soddisfazione di possedere un prezioso pezzo di carta che le permette di non essere “clandestina”?

 

 

La toppa più grande dell’anno: le vacanze


Essere genitori, mettere toppe. Anche io, come molti, sono rimasta colpita dalla metafora proposta da Genitori Crescono. La prima, più clamorosa toppa che mi viene in mente è quella delle vacanze estive. Una premessa: sarò io che non so cucire, sarà lo sbrego (si dice, “sbrego”? mi sa che è un po’ veneto, ma rende l’idea più di “strappo”, solo a dirlo pare che si allarghi…) che è immenso ed eccede, per superficie, la stoffa che ho a disposizione, ma la toppa delle vacanze estive è di gran lunga la più insufficiente e insoddisfacente della mia carriera di genitore.

Non vi ammorbo di lamentazioni, ma – tanto per capirci: niente nonni fungibili (solo una nonna ottantottenne che resta a Roma), niente case al mare, in campagna o in montagna, tre settimane di ferie mie da giocarsi rigorosamente in agosto e un padre kebabbaro, che giusto stamattina mi comunica che no, boh, non lo sa se e quando riesce a liberarsi, ma più probabilmente non ci riesce affatto. E anche fosse, lo saprebbe il giorno prima.

Aggiungete le risorse economiche assai limitate e il gioco è fatto. Altro che mamma imperfetta. Mi sento la madre peggiore del pianeta. Già adesso, che sto organizzando la festa per il compleanno di Meryem (16 giugno), si inizia a sentire il ritornello: “No, sai, la/o mandiamo dai nonni al mare all’inizio di giugno, come si fa a tenere i bimbi in questa città così afosa e inquinata/come si fa a mandarli a scuola in quel forno di classi fino alla fine del mese/eccetera eccetera”. Già, come si fa? E se mi azzardassi a confessare che io Meryem in  città la tengo tutto giugno, tutto luglio e anche qualche settimana di agosto? Mi denuncerebbero ai servizi sociali? Insomma, lo so che non è colpa degli altri, che hanno più possibilità di me. Potendo, me ne avvarrei anche io. E quindi scatta – in realtà è già scattata – la ricerca del campo estivo.

Solo che non c’è ricerca di mercato peggiore di quella condizionata da svariati vincoli logistici e alimentata dal senso di colpa crescente. Che io faccia pessime scelte è quasi matematico. Quest’anno poi, alla luce delle esperienze degli anni precedenti, sono pericolosamente propensa a soluzioni al di sopra delle mie possibilità, nella speranza che Meryem non passi tutto il tempo parcheggiata davanti a dvd a prendersi i pidocchi.  Per onestà devo ammettere che lei non è mai rimasta traumatizzata dalle esperienze in questione. Il problema è tutto mio. Però lo vedo enorme, insormontabile e angoscioso.

Un pensiero mi frulla in testa: abbiamo un bell’appellarci alla scuola pubblica, ma se la scuola per un terzo dell’anno chiude, col cavolo che i bambini hanno tutti le stesse opportunità. Per quanto lo ricacci, mi continua a tormentare. E sotto la costosissima toppa, lo strappo si allarga.

Ora vi lascio: vado a staccare un altro assegno per mettere una toppa su un altro paio di settimane di luglio.

 

Concitazione


Maggio è iniziato a un ritmo insostenibile. Da un lato torna buono, perché essere travolta e con il fiatone mi aiuta a non pensare alla mia insoddisfazione cronica. Ciò nonostante giusto ieri meditavo di aprire un secondo blog. Poi mi sono guardata negli occhi da sola e io e me stessa ci siamo sbellicate dalle risate. Mi ci manca solo questo. (Dite che sono un filino scissa? Questo è nulla, credetemi sulla fiducia).

Stamattina pensavo che più che la lista delle cose da fare dovrei mettermi in bella vista sulla scrivania quella delle cose già fatte. Non migliorerebbe la mia produttività, ma forse mi aiuterebbe a superare lo sconforto cosmico che mi assale ogni volta che guardo il calendario, o anche semplicemente l’orologio.

Non posso esimermi dal comunicarvi un importante obiettivo centrato: sono stato presente al primo saggio dell’anno. Lo so, lo so, è solo l’inizio. Ma da qualche parte si deve pure cominciare. Ok, baci a tutti, ora devo scappare.

Orrore e bellezza


La mattina della festa della mamma non è iniziata nel migliore dei modi. Immaginavo una passeggiata senza impegno ai Fori Imperiali, complice la bella giornata di sole. Io e Meryem siamo sbucate dalla metro di Colosseo mentre iniziava a sfilare il corteo “per la vita”. Ammetto che non solo non lo sapevo, ma non ero preparata. Ho letto cartelli che erano schiaffi in pieno viso per una come me. Non ho visto la croce ornata di feti, ma ho visto striscioni dello stesso morboso cattivo gusto. E’ la prima volta che mi trovo davanti un corteo organizzato di fondamentalisti. Vederli sfilare lì, sotto il Colosseo, accanto a tanti ragazzi che partecipavano a una manifestazione sportiva, mi ha fatto molta impressione. Come sempre, in queste manifestazioni sul diritto alla vita, i titolari del diritto sembrano essere esclusivamente i feti. Dopo la nascita ciascuno può morire come meglio crede. Non mi pare una coincidenza che non si faccia mai menzione, in questi contesti, dei milioni di vittime innocenti dei conflitti del mondo, dell’iniqua distribuzione delle ricchezze del pianeta, della nostra indifferenza, dell’incompetenza e del cinismo di chi eleggiamo a governarci e amministrarci. Aggiungo solo una notazione: anche rispetto alle varie forme di disabilità, alle malattie genetiche, alle sindromi le più varie, mi pare che la preoccupazione di questi attivisti si limiti al tentativo, anche violento, di scongiurare l’aborto. Poi ognuno si impicchi come può. Si torna oggetto di interesse solo se si è ridotti allo stato vegetativo.

Questi e altri più cupi pensieri cercavo di camuffare stamattina ai Fori Imperiali. Prima che Meryem mi facesse troppe domande, mi sono rituffata nella metro e ho sfoderato il piano B: Palazzo Barberini. Sapevo che l’ingresso era gratuito e che c’erano dei laboratori. Ma confesso che non nutrivo grandi speranze né aspettative. E invece. Anche la tempistica ci ha favorito. Siamo arrivate proprio mentre cominciava una piacevolissima esibizione di ottoni: ragazzi e ragazze di varie età hanno suonato brani rinascimentali, spostandosi tra il cortile e il porticato, con le trombe che si affacciavano dalla balconata. Il maestro spiegava i pezzi in un linguaggio accessibile anche ai bambini presenti. Poi ci siamo andate a registrare per entrare.

“Per la bambina laboratorio?”. Ne iniziava uno di lì a un quarto d’ora. Era prevista un’ora e mezza: 45 minuti di visita per bambini e 45 di laboratorio didattico. Ok, la Guerrigliera era entusiasta. “E per lei visita guidata?”. Oddio, ma farò in tempo? Mi spiegano che la sincronia è assicurata: farei parte del gruppo giallo, che finirebbe la visita giusto in tempo per riprendere la fanciulla all’uscita dalle sue creative attività. Tutto gratis, ovviamente. Ok, perché no? Ci affacciamo nella stanza dei laboratori e Meryem riceve al volo una maglietta graziosissima, che ne sancisce l’appartenenza al gruppo dei gialli e viene invitata a iniziare a familiarizzare con guide e animatrici. Insomma, me la sequestrano un quarto d’ora prima del previsto. Io sono frastornata. Gironzolo incerta in attesa che inizi la mia visita. Mi rendo conto che io non so neanche cosa ci sia, a Palazzo Barberini. Ricordo confusamente una conferenza organizzata dal Circolo dell’Areonautica. Ma, appurerò poi, dal 2006 è tutto museo.

La mia guida è una giovane storica dell’arte della sovrintendenza, evidentemente un po’ provata (era la sua quarta visita consecutiva), ma comunque molto professionale. Quando si parte, finalmente, mi rilasso. Non sapere cosa mi aspettava accresce l’impatto. Certo, la visita è appena un assaggio (45 minuti), vista la ricchezza della collezione. Ma anche la piccola selezione che visitiamo è sufficiente a immergermi nella bellezza, quella vera, assoluta, universale. Quella di cui le giornate in salita hanno tanto bisogno.

Poi sono andata a prendere la Guerrigliera entusiasta, a cui è stato anche fatto omaggio di una pregevole raccolta di schede e stickers sulla Galleria Borghese dal titolo Incornicia l’arte.

Il tutto faceva parte del progetto “L’Arte si mette in gioco” realizzato da Il Gioco del Lotto-Lottomatica in collaborazione con la Galleria Nazionale di Arte Antica in Palazzo Barberini. Meryem ha molto apprezzato anche la visita: mi ha parlato di una specie di caccia al tesoro, in cui dovevano rintracciare degli elementi della scheda che avevano nei quadri di alcune sale e anche del fatto che hanno potuto saltellare tutti insieme per i gradini bassi della scalinata di Borromini. La visita era prevista anche per i bambini sordi, in collaborazione con una onlus specializzata.

Trovate qui la versione di Meryem del Ritratto di Erasmo da Rotterdam. Quella a sinistra è una libreria e quello al centro un libro (nel caso non lo aveste capito da soli).